Il dono dell’incanto, poesie di Nadia Scappini

Il dono dell’incanto, poesie di Nadia Scappini

 

 

         

In questo tempo confuso e disorientato, in cui dialogare è diventato oltremodo difficile, sono più che mai convinta che la poesia sia uno dei pochi canali di vita spirituale che ci restano in comune. La mia poetica scaturisce dall’esperienza che poesia preghiera profezia siano sorelle e nascano da uno stesso terreno. Quando scrivo faccio un atto di fede, credo e prego insieme (non in senso confessionale ovviamente, ma mettendo a nudo la fragilità, la precarietà che mi accomunano a ogni essere umano), ciò che rende il mio sguardo più acuto e mi consente (forse? talvolta?) di attingere a un oltre. 
Il primo testo il dono dell’incanto suggerisce che le cose belle accadono a nostra insaputa e arrivano come un dono inatteso, anche se pazientemente coltivato nel tempo; un dono così straordinario da risuonare come un canto di tale potenza e splendore da replicare la chiarità che ingravida il creato. Allo stesso modo, nel testo successivo rosa tardiva, non è la rosa di maggio, sontuosa nel suo fulgore, a colpire lo sguardo, ma la rosa tardiva, la rosa bianca ormai sfatta, rugginosa e tormentata dai refoli gelidi, e tuttavia capace ancora di pregare, resistente nella sua spoliazione che allude a un orizzonte alle soglie della luce e, insieme, lo invoca. 

                              

da Un’ora perfetta, Nino Aragno editore, 2015 (postfazione di Giorgio Barberi Squarotti) 

 

 

il dono dell’incanto 

eppure continuano gli anni
mano a mano che avanzano
a scavare sotto il respiro
ad aprire porte inattese

(come se un oltre fosse
a fornire le chiavi) 

per salvare il dono soave dell’incanto
l’azzurro di ghiaccio del cielo
invernale che sferza e abbaglia
ogni fessura di torpore 

e dire che pretendevo
un tempo – e come l’attendevo –
la felicità  

ora che ho smesso 

essa mi incalza a sorpresa
così da estenuare (come a volte
il dolore) mi spalanca la fronte
                     ab ortu segnata  

mi cinge alle spalle mi pulsa mi batte
nel petto finché divento canto
salmodiando
la chiarità che ingravida il creato 

 

                            *** 

 

                             mitte sectari, rosa quo locorum
                            sera moretur 

                                                     Orazio, Carmina, I, 38 

 

rosa tardiva 

 non è già infinito calpestare
la tua terra, le strade note del paese
dove la memoria è nobile spreco
e indizio di passi da seguire  

dove i gesti
contenuti in intenzione
diventano orizzonte e ritmo 

 non è già infinito la rosa bianca
                   sfatta sul rosaio
tra le volute gravide ancora 

la rosa che prega nella ruggine
                  rotta dai refoli
la nudità dell’angelo
                alle soglie della luce? 

 

                                                            *** 

               

Il testo perdonarsi è tratto dal mio libro più recente (marzo 2019) in cui ripercorro con emozione e gratitudine il momento primigenio in cui la poesia mi ha prepotentemente visitata senza darmi scampo (introibo) e da allora non mi ha più abbandonata, come una sorta di redenzione (exibo). Ci sono coloro che hanno abitato nei miei sentimenti radicando in profondità e ci sono personaggi stralunati;  ci sono testi nati in uno stato quasi di trance  dove le suggestioni sensoriali la fanno da padrone e altri che richiamano presenze ancestrali depositarie di segreti che solo poco a poco e per barlumi si disvelano. E poi c’è la parola, sempre lei, ancora lei, che ha pervaso ogni mia opera, e continua a brulicarmi dentro con passi diversi, accendendosi, spegnendosi, acquattandosi per ricomparire riparata, lievitata, assestata sulla misura esatta di una dimora/ritrovata. E, ancora, c’è la pietas che dovrebbe, a mio parere, governare i rapporti umani; lo dico con la convinzione di credente – nulla è più grande del messaggio evangelico – ma ancor più con la convinzione laica dell’appartenenza ad un’umanità in cammino, peregrinante e fragile che si realizza compiutamente solo nella relazione. Sempre poi penso al Saggio sull’umorismo di Pirandello con quella meravigliosa distinzione tra l’avvertimento e il sentimento del contrario, che ci suggerisce di sospendere il giudizio… 

È il sentimento, il sentire filtrato dalla mente, che fa la differenza: emozione e ragione da sole non reggono. Molti dei testi della sezione “Signore, mi fa male la vita” a cui appartiene perdonarsi hanno a che fare con questa convinzione. Memoria e ricordo hanno etimologie e significati differenti: il primo attiene alla mente, il secondo al cuore. Smemorare è perdere, allontanare la memoria, cosa tutto sommato abbastanza semplice; nel ricordo invece si raggrumano dettagli che portano ferite e rimpianti. Perciò la cosa più difficile, il punto più alto di un cammino nella relazione è riuscire a perdonarsi – farsi un dono senza riserve, senza ma e senza se – fino a smorzare il rovello che ci sfianca, fino a sentire che quello che è stato ancora e ancora ci canta dentro. 

 

                                                          E sempre io resto 
                                                        di qua dalla nube smemorata 
                                                        che chiude la tua dolce austerità 

                                                                                       Vittorio Sereni 

perdonarsi 

provare a perdonarsi non è cosa da poco
ci riesce meglio chi ha scarsa memoria
perché bisogna allontanarsi da quel sé cattivo 
che ricorda tutto nei minimi dettagli
le ferite le omissioni le occasioni mancate
                 le colpevoli distrazioni 

bisogna appendere gli abiti della festa mai usati
gli assolati giorni consumati al buio
la fame d’essere altrove
                  le incrinature delle assenze
il rimpianto di mancate esperienze                                        

battere i pugni sulla tua pena sulla mia  
che ferma anche il respiro mentre stai 
arreso solitario dietro una cortina scura
e non mi fai capire il dritto il rovescio 
               il rovello che ci sfianca
l’intreccio di spine che ti aliena  

vedi
sta a noi puntare al sogno o pugnalarlo
come sanno le stelle nel crudo dell’amore
quasi il cielo fosse franato a terra
e la maestà dei platani non potesse placare
l’angoscia del cadere l’urto di una folata gravida
aspra e gelosa            al lucido fogliame 

perché, vedi
non siamo soli
quello che è stato ancora e ancora ci canta dentro
rotondo e chiaro come l’annuncio di un frutto asprigno
che però basta schiacciare per sentirne l’umore dolce e rosso
inondarci le labbra e ogni fibra in petto 

provare a perdonarsi non è cosa da poco
lascio la buona memoria i minimi dettagli
le omissioni le occasioni mancate le colpevoli
distrazioni e tutto il resto 

                             solo che torni un gesto
 il tocco della tua mano a bruciare la mia nuca  

  

da Come dire dell’amore, Moretti&Vitali, 2019 (postfazione di Giancarlo Pontiggia) 

 

 

Emiliano Barbieri, Peru

 

 

 

 

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