Il nido di Tonino Guerra, mai stanco di volare: note e intervista di Maria Lenti

Il nido di Tonino Guerra, mai stanco di volare: note e intervista di Maria Lenti.

   

   

Conoscevo Tonino Guerra.

Prima dell’incontro del 2008 per l’intervista, ora in Cartografie neodialettali,  nella sua casa appollaiata – da un lato alta sulla valle, dall’altro adagiata, aperta, verso il paese – in uno dei punti più caratteristici di Pennabilli, avevo sentito le parole calde di Guerra impastate nella narrazione calda ogni volta diversa: che si trattasse di episodi della sua vita, di poesia, di riflessioni sull’Italia, di vicende vissute ma rimescidate nel colore di una vicenda sempre nuova. Lo avevo sentito alla tv e, soprattutto, dal vivo: all’università di Urbino, in una stracolma aula magna del nuovo Magistero per una conferenza con studenti negli anni Ottanta del Novecento, nel convegno sulla poesia romagnola del dicembre 1991 a Santarcangelo di Romagna, e, sempre nell’ateneo urbinate che lo aveva avuto studente nel dopoguerra, per la laurea honoris causa in lettere nel 2005: stessa verve, intensa vivacità con punte di godibile ironia nel discorso.
Dire conferenza o discorso, riferiti al poeta (anche nel suo essere narratore, sceneggiatore, acquerellista e altro) romagnolo, è una diminuzione,  la forzatura di una sintesi inaridente. Tonino Guerra “inventava” mentre parlava senza nessuna fatica o interruzione. Qualche pausa nel seguire il suo pensiero e…fluiva, la sua lingua, piana e dolce, incisiva e sfuggente, tanto da venirne fuori, l’ascoltatore, con un cerchio d’aria nel corpo e nel capo. Un’aria leggera, fina, come scrive in una sua poesia. Non sembrino enfatiche le mie parole: non lo sono.

I contatti erano stati presi da Oliviero Gessaroli e Silvestro Castellani, della rivista “Vivarte”, cui collaboravo e collaboro. Non era facile ottenere un’intervista: per i tanti impegni del Maestro allora ottantottenne, per qualche défaillance nella salute, per certe scontrosità suscitate dal non sapere il perché, il come, la “funzione” del cartaceo che l’avrebbe ospitato, eccetera.
Seduto su una seggiola con braccioli in una stanza piena di libri e di oggetti, ci guarda, mi guarda, chiede a chi è destinata e dove va la rivista, se-quando-come… Silvestro gli ha portato in dono una incisione del padre, Leonardo; Oliviero chiarisce gli intenti. Mi presenta: gli dice le mie diverse attività. Tonino ascolta e…scruta i suoi ospiti, me per prima. M.L.

    

II. CLASSICI IN QUEL DI ROMAGNA
Intervista a Tonino Guerra

(Da Maria Lenti, Cartografie neodialettali, Introduzione e cura di Gualtiero De Santi, Villa Verucchio, Pazzini, 2014)

    

La sua opera letteraria e artistica è permeata della memoria che nutre e si rinnova, del legame tra natura e uomo. Adesso, a che cosa sta lavorando?

Tutto quello che cerco di fare sono racconti poetici. Adesso sto facendo fontane. Le ultime addirittura sono “Pagine bianche d’acqua”, sulle quali ci sono resti di favole, ci sono pietre. Questo tento di fare, qualche cosa che abbia poesia: perché io non sono un architetto, un pittore alla Picasso. Io sono un pittore che racconta. C’è sempre in me l’idea di trasmettere notizie, favole, racconti anche in dialetto. Qui, lei vede, sono circondato da questo mondo sgangherato di libri, oggetti e ricordi. E’ che ho bisogno di compagnia e io ricevo molto dagli oggetti che mi sono intorno.

    

Vicinanza alle cose, agli oggetti, non sezionamento ma circolarità dell’esistenza. E’ necessaria, ancora?

Mi pare di sì: oggi più di prima. Per esempio, qui a Pennabilli è stata fondata l’associazione “Tonino Guerra”. C’è chi si preoccupa di trovare tutti i miei libri, i miei disegni, i miei appunti, ecc., un materiale che si vuole sia completo perché possa servire a qualche studioso, a qualcuno che ha bisogno delle parole. Io, invece, vorrei che l’Associazione si interessasse alle cose che desidero siano fatte. Adesso vorrei preparare “i luoghi dell’anima”. Sono stato a vedere un mulino abbandonato, un piccolo borgo sotto Pennabilli, soltanto alcuni ruderi con, attorno, delle cascate d’acqua. Un incanto. Vorrei che lo si pulisse da tutti gli spini per far arrivare anche gli studenti a guardare l’acqua. L’acqua che noi abbiamo perso, che crediamo di conoscere, bisogna vederla, toccarla, averne il godimento. E averne il racconto. Più su, sopra Bascio, c’è una strada che porta al torrente Storena: qui ci sono tutte le pietre precipitate nel tempo dalla nascita del mondo. Tutte le pietre sono là e dentro hanno un velo d’acqua. E’ il più bello, il più grande giardino giapponese che abbia mai visto. Va curato. Si può fare anche un parco di cento metri, i bambini ci devono andare a queste rocce, toccarle, perché in questo caso toccano l’infanzia del mondo. Questo è un modo, non dico nuovo di poesia, ma un modo per ricavare per la gente un modo caldo e sereno di vivere, un modo che ti fa riflettere, un modo che ti permette di ritrovare te stesso.

    

Il suo esordio poetico nel dialetto romagnolo…

Il dialetto, che purtroppo, anche in Romagna, stanno dimenticando – il novanta per cento delle persone non lo sa più parlare -, è una grande lingua. Il dialetto ha il sudore, le ombre, il dialetto ha i tremori che occorrono. Il dialetto è una lingua che conoscevano tutti i romagnoli e quindi tutti i contadini. Io faccio sempre questo esempio. Se un contadino romagnolo uccide la moglie, chiamato in tribunale, più di venti parole non dice. “Sa, non lo so cosa è successo… Allora, c’era un coltello lì, siccome lei mi ha offeso, …”. Se l’avvocato gli chiede di parlare in dialetto, diventa una persona eccezionale, diventa un grande scrittore: “Dunque le voglio dire che erano quindici giorni che pioveva sempre. Pioveva, pioveva. E io andavo fuori nei campi a prendere i cavoli, se no andavano a finir male e mia moglie diceva: se entri in casa sporchi la casa (stava pulendo i tavoli). E, be’, se no che cosa mangiamo? E no, non si mangia. E’ meglio non mangiare che non pulire la casa, dice lei. Io dico: ma no, non è vero…il lavoro che ho fatto… E cominciamo a litigare e…”. Litigio raccontato in modo stupendo. “…poi lei mi comincia a guardare male, mi comincia a dire che da quando m’ha sposato sono stato sempre così, testardo, cattivo…Io?…”. Eccola, quindi, una discussione stupenda perché lui non ha paura di sbagliare, di dire dasse invece di desse. Lui il dialetto lo sa alla perfezione. Perdere questo capitale enorme, che avevamo tutti in Romagna, è un difetto, grave anche per i ragazzi perché era un aiuto eccezionale per scrivere. Dava la possibilità di non dire ‘se parlo bene o parlo male….’, sai che puoi dire quello che vuoi. Raccogli brani di poesia da tutte le parti quando parli in dialetto, il tuo modo di raccontare ha le parabole, la fantasia… Un modo strambo che è quello giusto per darti un’emozione.

    

In un incontro pubblico all’università di Urbino lei ha raccontato, anni fa, il suo ritorno a casa dalla prigionia…

Mio padre era, a differenza di mia madre, uno che non faceva né carezze né baci, perché il romagnolo riteneva che queste frivolezze, queste cose affettuose fossero molto femminili e potessero far pensare… Con ciò non si deve pensare che sotto il romagnolo non fosse un grande sentimento. Anche quando, incontrando un amico magari dopo dieci anni, la frase più commovente era questa: “Ma come, sei ancora vivo?”. …molto commovente, perché vuole nascondere un incontro eccessivamente affettuoso. E mio padre… Io non volevo metterlo in difficoltà il giorno del mio ritorno dalla Germania. Ero arrivato a piedi. Davanti a casa, un gruppo di persone. Sapendo della sua difficoltà a dimostrare davanti a tutti un momento di grande tenerezza, mi sono fermato a quattro metri da lui. Lui era sulla porta col sigaro in bocca. Mi ha chiesto: “Hai mangiato?”. Ed io: “Ma certo, ma figurati, è andato tutto bene”. M’è passato davanti e se ne andava via. Io volevo stare nel gioco di questa difficoltà: “Ma dove andate?”. Si gira: “Ho da fare. Non posso mica stare a parlare”. Entro dentro casa e nella saletta, avevamo una saletta, c’erano tanti che volevano sapere della Germania ed io chiedevo delle cose della guerra, se avevano bombardato, quando entra uno con una valigetta. Dico: “Cerca qualcuno?”. “Sì, cerco lei”. “Cerca me?”. “Sì, sono il barbiere. Mi manda suo padre”. …L’affetto, la tenerezza. Lui con un’occhiata ha visto che avevo un tantino di barba in più.

    

La sua presenza nella cultura italiana è forte. Sarebbe importante una presenza più assidua degli intellettuali per fare andare meglio le cose, perché le cose siano dette piuttosto che rincorse, non dimenticate: per l’oggi, per questo tempo che spesso brucia le energie?

Non sono un indovino. Certo potrebbe essere molto comodo specialmente se in provincia si fermassero delle persone e dessero un’occhiata. Io, che sono qui a Pennabilli e cerco di dare una mano, vedo che ci sono molte difficoltà. Non per cattiveria, ma è difficile che un’autorità, sindaci o altro, prenda in considerazione quello che gli viene suggerito. Hanno le loro preoccupazioni. Io ho scritto i “Sette messaggi al sindaco” e fin da allora, vent’anni fa, ho spiegato che i sindaci dovrebbero pensare non solo ai tubi delle fogne, alle pasticche per gli ammalati… Devono avere anche delle cose poetiche, devono dire che dobbiamo costruire le piramidi… anche se non è vero, perché bisogna creare questo viaggio magico, bisogna aiutare ad avere dei sogni. Guardo però anche alle cose pratiche. Sarebbe bello che gli uffici tecnici avessero attenzione al paesaggio. Non si possono far dipingere delle case bianche in mezzo ai boschi: chi viene dalla pianura, e vuole trovare un mondo selvaggio, antico, si trova in una dentiera. Il 29 di maggio sono andato a Rimini per parlare a tutti i sindaci, per consigliare ad ogni paese quel che si può fare perché qualcuno arrivi nei nostri paesi. Penso di avere delle idee non di grande spesa. So che non ci sono i soldi, però ogni sindaco potrebbe far piantare quattro o cinque piante tutti gli anni, valorizzare le piante più antiche del suo comune, perché le piante antiche sono anche, per esempio secondo i russi, un aiuto alla forza delle persone. Ogni volta che un russo vede una pianta antica e grossa l’abbraccia: per ricevere un po’ della sua forza. Bisognerebbe trovare il modo, noi che siamo in un percorso verso la completa ignoranza perché leggiamo poco, specialmente le donne che credono soltanto ai rossetti e ai chirurghi plastici, di vitalizzare la cultura, ché la cultura abbellisce gli uomini, la cultura abbellisce la pelle del viso… Come si fa a vivere senza leggere, affogati dalle immagini della televisione, spesso non bella come invece dovrebbe essere perché la televisione è un grande strumento. Tiene compagnia alle persone anziane che vivono nelle valli più sperdute, tiene compagnia agli ammalati. Però, che sia una bella televisione.

    

Presente e futuro….I rimpianti?

No. Perché io sono un poeta, sono legato alla parola e quindi ancora adesso cerco di fare delle cose. Alcune, i fanali di Tolstoj per esempio, o le ultime fontane di Santarcangelo, le ho realizzate. Altre le sto pensando e, anche, attuando: il recupero delle chiese abbandonate, le chiese con le loro grandi domande, la Pieve dell’Uso di Montetiffi nel comune di Sogliano al Rubicone, nel cui centro vorrei che ci fosse la fontana della ”Sorgente delle preghiere”, o Sant’Arduino di Pietrarubbia, altre, tutte con le loro traversie per le discussioni con i sindaci, gli amministratori. Certo, dentro la mia età sento che ci sono delle ombre di debolezza, ma spesso, se uno è legato alla poesia, dimentica di essere anziano. Io insisto che tutti dobbiamo aggrapparci alla bellezza della poesia, perché ti può salvare nei momenti di grande sconforto. Tutto qui.

    

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* Scrittore, poeta, narratore, autore di testi per il teatro, di libri illustrati da lui, tradotto in Russia, in Germania, in Portogallo, Spagna, Messico, ecc., soggettista e sceneggiatore cinematografico (ha collaborato con, tra altri, Anghelopulos, Antonioni, Bellocchio, Bolognini, De Santis, De Sica, Fellini, Giraldi, Lattuada, Monicelli, Petri, Rosi, Taviani, Tarkovskij), Tonino Guerra, nato a Santarcangelo di Romagna nel 1920, oggi vive a Pennabilli (Pesaro e Urbino).
Qui, nei sotterranei del trecentesco Oratorio di Santa Maria della Misericordia, ha sede l’Associazione che porta il suo nome, istituita grazie alle Province di Pesaro e Urbino e di Rimini, ai comuni di Santarcangelo e di Pennabilli, alla Comunità Montana Alta Valmarecchia: uno spazio che è museo ( vi sono esposti, tra quadri e libri e videoteca, dei mobilacci disegnati da Tonino Guerra e realizzati da sapienti artigiani del luogo. E le “Lanterne di Tolstoj”, tratte dai libri di scrittori russi e dai prototipi ancora esistenti in Russia, dovute alla visionarietà del poeta Guerra e alla mano del fabbro Aurelio Brunelli) e luogo di incontri con un pubblico vario, con studenti, visitatori instancabili delle sue realizzazioni in tutta quella parte di alto Montefeltro e di Romagna. Attirati e sorpresi, già anni fa, da quell’ “Orto dei frutti dimenticati”, il primo intervento di Tonino Guerra, che stupì per singolarità e scatto singolare e nuovo del recupero del territorio.
Per conoscere Tonino Guerra bisogna vedere le sue opere nelle diverse località, fontane, chiese, piccoli-grandi parchi, e studiarne, gustarne i titoli: la poesia, come senso in avanti delle cose di cui “parla”, è invenzione, il bisticcio è voluto, nuova ogni volta. (Le opere, fino al 2005, sono raccolte, illustrate e arricchite delle parole di Guerra, nel suo Poesie nel paesaggio, per Ramberti di Rimini). Cifra poetica, la sua, che significa anche rispetto della (e attenzione alla) polis, (anche al di là di quanto farebbe già supporre la sua militanza nella sinistra, che non è un mistero), amore della natura, del lavoro e della storia dell’uomo, sentimento del paesaggio: valori da non disperdere, da conservare, da vitalizzare, se del caso da recuperare, perché vivano nella quotidianità, non come contorno ma come essenza. Tonino Guerra è, in parte, qui. I suoi film, i romanzi, le poesie diranno molto altro.
A noi, stretti a volte tra il desiderio di cose belle e esterni (nel loro largo raggio) che poco lo sono, a chi si occupa della cosa pubblica, il compito di fare uscire (e riuscire) tale essenza: che spicchi il volo per farci vivere. (“Vivarte”, il suo direttore Oliviero Gessaroli, l’intervistatrice sono grati alla dott. Rita Giannini per la sua collaborazione).

[«Vivarte», anno II, n. 3, giugno 2008, con il titolo Tonino Guerra, o della poesia della vita]

            

Daniele Pezzoli, "Stazione"
Daniele Pezzoli, “Stazione”

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