Il poeta e il suo tempo di Paolo Santarone

Il poeta e il suo tempo,
appunti sulla poesia civile di Paolo Santarone.

Immancabilmente, quando penso alla poesia civile, mi vengono in mente le parole di Giorgio Gaber:

E se in qualche parte del mondo c’è un dramma
il papa è sempre pronto e manda un telegramma
nel testo si commuove depreca è solidale
insomma gli dispiace come a uno normale.

A me capita di parafrasare così:

E se da qualche parte c’è una soperchieria/moria/porcheria/carestia

(sottolineare la parola più appropriata al caso)

il vate è sempre pronto e scrive una poesia

nel testo si commuove depreca è solidale
insomma gli dispiace come a uno normale.

Si converrà che, ovunque sarebbe il caso di ricorrere alla collaudata espressione “non ho parole”, ecco che si fa avanti uno, come un compagno di scuola petulante, a strillare “io le ho, io le ho, le parole!” e già si accinge a declamarle. Quel compagno di scuola è il poeta civile.

Al povero (futuro) pontefice saranno concesse poche variazioni. La necessità di confidare nel  giudizio divino o nella di Lui misericordia restringe drammaticamente la gamma delle espressioni verbali ed emotive. Per il poeta le chance sono molto maggiori: l’invettiva, l’analisi pensosa, il compianto, la satira, la caduta dal pero (tipica quella manzoniana: vergin da servo encomio e da codardo oltraggio… vuoi dire che prima che Napoleone morisse il Nostro non si era accorto che stava pur succedendo in Europa qualche cosettina?) e molte altre ancora.

Ma, fatalmente in comune con i Santi Padri passati e futuri, i passati e futuri poeti civili dovranno constatare che anche a loro dispiace come a uno normale. E che solo il “bel dire” (e un pelino in più di sfacciataggine) distingue il loro sentimento da quello della loro portinaia.

A meno che…

A meno che non sia in realtà vera quella vecchia balla del poeta interprete del proprio tempo. A meno che al poeta non sia richiesta un’autentica, profonda capacità di leggere con visione storica la vita, il quotidiano. Ebbene, quest’ipotesi mi sembra suggestiva, ma onestamente dovrei, per senso autocritico e critico, privare dell’appellativo di poeta non solo me stesso (subito ed in primo luogo) ma anche molte decine o centinaia di poeti da me letti o conosciuti. Chi salverei? Omero, Dante, Leopardi, Shakespeare e altri sette o otto. E per giunta troverei qualcuno pronto ad affermare – secondo me a torto – che Leopardi, per esempio, non era affatto un poeta civile.
Sarà meglio ripiegare su una versione più pietosa e più comprensiva: il poeta interpreta il suo tempo perché ne vive i disagi, le speranze, i timori, le angosce proprio come tutti gli altri. Interpreta il proprio tempo anche se capisce poco, prende dirizzoni, fa il conformista o il conformista dell’anticonformismo, dà troppo spazio all’impulso e troppo poco alla ragione. Insomma, il poeta è interprete anche nel caso che sia un idiota. Questa enunciazione mi ricorda un po’ la dimostrazione dell’esistenza di Dio fatta da Anselmo d’Aosta, ma ha il pregio di riaccogliere nella categoria dei poeti me e molti altri. Dunque va bene.

Ma se io sono “interprete” quando scrivo a favore della pace nel mondo o contro Berlusconi, lo sono anche quando “parlo di Maria” (è ancora il grande Gaber), perché ne parlo in questo contesto, perché mentre la bacio si sentono fuori le camionette dei celerini, perché solo per un istante, mentre andiamo verso il letto, mi sovvien l’eterno e anche la stagione presente e viva, e magari mi scappa un “domani è un altro giorno, si vedrà”, che è speranza o almeno positive approach.

L’avveduto lettore si sarà ben accorto che dietro questa mia un po’ concitata affabulazione si cela un assunto difficile da far passare: non credo in un “genere” poetico che possa essere etichettato come “poesia civile” mentre sono iper-convinto che tutta la buona poesia sia poesia civile.
Ciò non toglie che nonostante la mia ostilità il genere esista, e che in alcuni e rari casi abbia dato buoni frutti. Esiste a tal punto che ha dato vita a numerosi sottogeneri.

Nel Cinquecento la poesia civile era mercenaria e finalizzata all’edificazione delle glorie dei vari casati. Perfino il mio amatissimo Ariosto non può essere certo spacciato quale “vergin da servo encomio”!

Nel Secolo dei Lumi un certo Parini inventa una poesia civile intelligente e satirica, accompagnato da poeti vernacoli di primissima scelta quali il sommo Belli e, poco dopo, il milanese Porta.

Nell’Ottocento (oh gran bontà de’ letterati antichi!) andava di moda l’inno trascinatore, di cui paghiamo ancora pegno con le tremende parole del nostro canto nazionale. Ma c’erano anche le consolatorie eccezioni di satire tutt’altro che spregevoli, per non dire delle aleardate sui numerosi e spiacevoli incidenti di percorso.

Nel Novecento, dopo il vatismo d’anteguerra, ha preso molto piede la poesia civil-educativa, in cui ha toccato vertici il Bertoldo Brecht, ma nel quale anche il genio italico, con un certo PPP o con il nobel Fo, si è degnamente espresso.

E’ in quest’epoca che si è affermata  in modo praticamente totalitario la poesia civile “de sinistra”, al punto che non si può neppure immaginare, a meno che non si scenda a livelli da Bagaglino, la poesia civile “de destra” .
Succede così che mentre la destra ha ancora saputo esprimere poeti “incivili” grandissimi – da Pound a Borges –solo la sinistra ha il monopolio dei poeti “civili” veraci.

Potrebbero restare ancora dubbi sul fatto che i poeti interpretano il tempo loro?

Mi piacerebbe, in un altro articolo o in una prossima puntata, presentare quella che forse è l’unica poesia civile che abbia saputo davvero scuotermi fin nei precodi. E che non esito a considerare uno dei vertici della poesia del Novecento. Parlo della Nuvola in calzoni, di Vladimir Vladimirovic Majakowskij, poeta comunista.

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Per approfondimenti su Paolo Santarone vi invitiamo a visitare i nostri blog:

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7 thoughts on “Il poeta e il suo tempo di Paolo Santarone”

  1. Uno stile di scrittura affascinante : ironia, critica, semplicità, chiarezza rendono questa lettura piacevole, interessante , istruttiva con leggerezza. Complimenti. Quel poco che ho letto di Majakowskij è bastato per essere convinta della sua grandezza. Leggerò volentieri qual cos’ altro di Lui, se me ne vorrai dare modo. Grazie

  2. Paolo, complimenti per il modo originale con il quale hai impostato questo articolo, ma d’altra parte di te leggo sempre e solo ottime cose . L’aspetto interessante che rilevo nel tuo intervento ma anche in altri pubblicati in questa fanzine è la diffusa insofferenenza per la poesia civile, pure se motivata da ragioni diverse. E’ motivo di conforto per chi come me ha sempre preso le distanze da essa. Un saluto.

  3. Cara Nunzia, parlare di insofferenza nei confronti della poesia civile non mi sembra rispecchi la realtà, soprattutto perché abbiamo dato voce a un editore, oltre che ottimo poeta, che ha recentemente curato e pubblicato coraggiose e intense antologie di poesia civile, e che nel suo catalogo contempla tanti volumi ascrivibili al genere; e perché ospitiamo alcuni poeti tra i più rappresentativi e bravi e conosciuti tra quelli che scrivono poesia “civile”. Probabilmente la poesia civile non è altro che uno sguardo largo ed è esattamente l’aggettivo civile che sembra limitarne la larghezza, definire, stringere lo sguardo entro un confine, un ambito preciso. Come se la presenza di un orizzonte ne mortificasse la larghezza. L’insofferenza non è quindi nei confronti della poesia civile, semmai del tentativo di ghettizzarla nel recinto di un genere. Inoltre i territori della poesia sono tutti estremamente e intrinsecamente scivolosi, e spesso le modalità dell’esprimere poesia “civile” non sfuggono alle insidie del terreno. Inoltre è l’atteggiamento di base ad essere messo più volte in discussione. E’ davvero vergin di servo encomio ? Questo mi pare di cogliere nella diversità di tutti gli interventi, compreso il tuo. Tale disposizione rivela quanto prezioso sia considerato il gesto poetico. Questo mi trasmettono i diversi interventi che qui ospitiamo. Volevamo favorire uno scambio, una riflessione, dar vita a un dibattito, e mi sembra che questo stia avvenendo. Ed è ciò che auspicavamo, nel desiderio di rendere un servizio alla poesia e ai suoi estimatori.

  4. Ringrazio Aurora e Nunzia e accenno una più che interlocutoria risposta a Paolo.
    E’ vero che certi argomenti più li approfondisci e più scopri di esser lontano dal vederne il fondo. E la questione della poesia civile è una di quelle. Però un minimo di condivisione forse la si potrebbe raggiungere.
    E’ più “poesia civile” La spigolatrice di Sapri, del poco compianto Aleardi, o L’Infinito?
    Una risposta immediata potrebbe essere che l’Aleardi INTENDEVA scrivere una poesia civile e Leopardi no. Se questo assunto fosse vero si potrebbe pur sempre rispondere che una cosa è l’intento e un’altra cosa l’effetto reale, il risultato. Ma io dico che anche nell’intento, nell’intento profondo, nell’animus, l’Infinito è poesia civile perché innalza, migliora la qualità del lettore, in qualche senso lo accende a egregie cose.
    La poesia civile (ma il mio è solo un dubbio) si ghettizza da sé, è un “genere” che si scorpora da solo dal grande fiume della poesia per irrigagnolarsi in un flusso di nicchia.
    Io sono dunque davvero un pochino insofferente verso la “poesiacivile” ma non lo sono per nulla verso tutto ciò che di civile esprime la poesia.
    So che autorevoli persone – nonché autorevoli amici, a cominciare da Mario Lucini – la pensano diversamente, e rispetto pienamente la loro posizione

  5. Interessanti contributi e commenti!, inducono a qualche riflessione. Io non credo che un autore si sieda e dica: oggi scrivo una poesia civile! Ci si siede per scrivere, la classificazione avviene a posteriori, e appartiene alla categoria di quelle banali convenzioni che a volte facilitano la vita, più spesso, come in questo caso, la complicano. Inoltre mi suscita il sorriso pensare che oggi si possa scrivere per rendere omaggio o asservirsi a gruppi politici. Con lo sgretolarsi delle ideologie si è sgretolato anche l’intellettuale organico, e comunque starei attento a demonizzare o irridere una visione propria di un epoca in cui il mondo era diviso in blocchi e prendere posizione rappresentava quasi una necessità e non significava necessariamente asservirsi. Ho la sensazione che appigliarsi a questi temi mascheri semplicemente l’incapacità di allargare lo sguardo e svincolarlo dalla tirannia di un io ipertrofico. La discriminante non è a mio parere tra poesia civile e poesia che civile non è, ché ogni poesia contiene in sé il germe del civile, semmai tra buona e non buona poesia. Tra poesia in cui la tensione morale e stilistica ottiene il risultato di farmi vibrare della stessa tensione e quella che invece mi lascia indifferente, mi annoia o peggio mi irrita. Leggevo una bella riflessione di Daniele Barbieri del 13 marzo in cui scriveva che il poeta ha bisogno del consenso che ne soddisfi certamente la vanità; ma quel consenso serve anche a testimoniare un comune sentire. Si chiama Della poesia e del pubblico riconoscimento, ne riporto un brano saliente:

    -È naturale che la poesia aspiri al pubblico riconoscimento. La ragione contingente di questo starà anche nella vanità dell’autore, e nel suo desiderio di sentirsi riconosciuto; ma, al di là di questo, cosa sarebbe la poesia senza riconoscimento? La poesia (come tutta l’arte, in vario modo) è qualcosa attorno a cui si raccoglie la collettività, o – per dirla in altro modo – nei confronti della quale molte persone diverse possono trovarsi in sintonia. La sua ragione sociale è quella di essere un luogo di aggregazione simbolico, proprio come un rito – di cui la poesia condivide vari elementi.-

    Questa mi sembra una strada interessante da percorrere.
    Alla luce di questa riflessione la buona poesia civile avrebbe la funzione di stabilire un’empatia, dar vita e voce a una corrente, che non è semplicemente e solo riconoscersi all’interno di un’appartenenza ma riconoscersi parte di una medesima intenzione. Nel suo intervento su Vr Daniele parla di un’adesione e interesse nei confronti della poesia civile come alibi alla cattiva coscienza individuale per il mancato impegno in ambito sociale e politico. Probabilmente coglie una quota parte di verità. Personalmente penso che anche una totale immersione nell’impegno non cancellerebbe il senso di frustrazione e di disagio, e mi sento vicino all’idea di Lucini che riconosce dignità e qualità politiche ai minimi gesti quotidiani, come potrebbe essere la scelta di cibo, un comportamento responsabile nella veste di contribuenti, o di pedoni, o di guidatori, di cittadini in definitiva. Allora anche la poesia civile, intesa sia come produzione che come fruizione, potrebbero essere inquadrate in un tentativo di coltivare la nostra comprensione, attenzione, sensibilità, coscienza civile. Mi ricordo che secondo una teoria legata al buddismo tra i fattori che producono karma l’intenzione si situa a un livello superiore rispetto all’azione, perché l’intenzione è già una scelta, la scelta della direzione in cui sarà incanalata l’azione. Una somma di intenzioni produce una somma di direzioni e di azioni.
    Un punto su cui possiamo concordare sta nel pretendere qualità, spessore, profondità nella poesia che porta in sé le tracce del civile. Inoltre ogni cambiamento della realtà nasce da una tensione. Non è forse la poesia un’immersione della vita nella lingua? se la filtro in una visione etica e ci metto un’intenzione emerge la civiltà, viene fuori una direzione di marcia, il desiderio, il fantasma di un’utopia. E non è forse questo che vogliamo? vedere controluce l’utopia? e l’utopia non è il prodotto di un eccesso di civiltà? di un entusiasmo etico? e lasciare che la poesia sguazzi in una pozza priva di entusiasmo etico non è lasciar morire nella poesia quanto di rivoluzionario auspica?
    Da questo dibattito mi sembra risulti assente il linguaggio, che pure è il fondamento costitutivo della poesia. Cito a questo proposito un piccolo ma significativo brano di R. Barthes tratto dalla lezione inaugurale pronunciata il 7 gennaio 1977 al Collegio di Francia:
    – Le energie di libertà che esistono nella letteratura non dipendono dall’individuo civile, dall’impegno politico dello scrittore che dopo tutto, non è che “uno” fra altri, neppure dal contenuto dottrinale della sua opera, ma dal lavoro di spostamento che egli esercita sulla lingua. –
    Alla luce di questo assunto sarebbe interessante discutere per esempio se l’uso del dialetto rappresenti una scelta significativa da parte di autori inseriti in questo numero, e mi riferisco nello specifico a Franzin e Sassetto, nel lavoro di spostamento della lingua. Personalmente ritengo di si, per una serie di fattori. Sarebbe utile focalizzare anche su questo argomento la discussione.

  6. Caro Paolo Polvani, grazie per questa tua attenzione. Postata qui, la tua analisi rischie d’esser letta da noi due una proposta: a me sembra che da questo dibattito generale siano emersi alcuni buoni, o ottimi, spunti di riferimento e di riflessionee pochi altri, e così molti dei commenti che ho letto in calce agli altri articoli sulla poesia civile (qualunque cosa essa sia).
    Non sarebbe il caso di suggerire a Versante Ripido, o forse meglio ad AutoriEditori, di raccogliere questi articoli e di pubblicarli in uno dei blog AE (oltre che, ovviamente, nell’archivio di Versante Ripido). ho un po’ il timore che stiamo “sprecando pensiero”, che è un bene raro e di un certo valore.

    1. La tua mi sembra una buona proposta, anzi ottima, c’è solo da capire come assemblare e organizzare il lavoro, in effetti tra i blog di AE ne esiste uno dedicato alle riflessioni critiche, questi interventi e i relativi commenti risulterebbero di più agevole consultazione. PP

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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