Il racconto del mese: “Fame” di Ilaria Palomba

Fame

di Ilaria Palomba.

  

  

Cosa ci faccio qui? Non dovrei esserci. Sulla pelle sferza il vento caldo delle campagne della Murgia. Il sole è bianco e accecante, nel terreno frusciano silenziosi vermi, tra le margherite pallide penetra il soffio dell’aria.

Sento il peso di me stesso. Non tornavo da dieci anni. Poco più in là, nel trullo c’è mio padre seduto a capo tavola. L’odore di agnello arriva fin qui fuori. Io sono vegetariano. Ma a loro non importa, non sanno più nulla di me, sono sparito da dieci anni. Perché mi hanno convinto a tornare?

Papà non lavora più da ormai cinque anni, il cuore lo sta abbandonando e questa potrebbe essere l’ultima Pasqua che trascorriamo insieme. Mia madre è ancora bella come un tempo, gli occhi neri neri, i capelli scuri, il corpo di una ballerina di tango.

Mi chiamano, è pronto in tavola. Del buon vino primitivo artigianale, quello con il retrogusto dolciastro, quasi di miele. Afferro il bicchiere e lo giro nella mano osservando le sfumature di rosso sanguigno, poi lo assaporo a piccoli sorsi.

Mamma porta dei taralli fatti in casa, fatti da lei.

–         Lucio, ti sei deciso a tornare una buona volta – non mi guarda mentre lo dice.

Papà invece mi guarda, afferra i miei occhi con i suoi, azzurri, scavati, e non li molla più. Ha i capelli grigi e la barba incolta. Non posso vederlo con quella sonda infilata nel naso, mi fa una tale pena. Proprio lui che mi svegliava ogni mattina con quel profumo di pesca appena colta dal ramo più impervio del nostro albero. Lui che ci spaventava con le sue acrobazie tra arrampicamenti e verticali e poi te lo vedevi preciso col maglione di kashmir e la borsa in pelle per andare a lavorare. Ora sembra un barbone triste e stanco.

Mia madre se ne sta in disparte, sembra che viva in una dimensione a noi preclusa, ha il corpo ancora giovane, indossa quel vestito nero, delicato, ma i suoi occhi sono bui e privi di speranza.

Nell’altra stanza si sente un rumore di posate. Il mio stomaco mugola ma non per la fame, è come un senso di nausea, un odore di tristezza amara che sale dritto alle tempie. Lo affogo nel buon vino e lo mastico insieme ai taralli, che sanno di grano, di oliva, cipolla, inquietudine.

Osservo le pareti gialle decorate da quadri primaverili, di fiori e nature morte, il caminetto spento, i mobili in legno sfregiati dai tarli, i cuscini rossi, arancioni e gialli sopra i divani, il tappeto indiano al centro del soggiorno, con quella figura mostruosa dalle labbra spalancate che da bambino mi procurava non pochi incubi.

Una ragazza cupa, dai lineamenti orientali, porta l’agnello sgozzato s’un vassoio d’argento. Attraverso la gonna posso vedere lo spessore delle sue cosce dalla pelle chiara come la luna. L’odore si diffonde per la casa come morte. L’agnello ha l’odore della sua carne, quando l’assaggiavo notte dopo notte e mi nutrivo dei suoi singhiozzi, sgusciavo e affondavo nelle sue forme ancora acerbe. Lei tentava di bloccarmi ma io le mettevo una mano sulle labbra e l’avvolgevo con il calore del mio corpo.

–         Solo per questa volta, – le dicevo – fallo per me.

Restava immobile come una pietra, guardava lontano come se fosse lontana da tutto, poi chiudeva gli occhi e si lasciava toccare, si lasciava afferrare e violare.

La notte il desiderio era sfidare i confini del proibito, sfidare la paura della morte come la bocca di quel mandala assatanato. La notte m’inebriavo di lei e di me stesso mentre morivo ogni giorno chiuso nel vortice di un legame infernale. La notte era la sua biancheria in pizzo che strappavo con le unghie come la pelle di una preda appena catturata. La notte erano i suoi lamenti e quell’odore di carne fresca che mi lacerava, piacere e angoscia, come se stessi violentando me stesso.

Un rumore metallico mi riporta al qui e ora. Lei poggia il vassoio sul tavolo. I nostri occhi s’incrociano. Deglutisco il boccone amaro della saliva rappresa tra le labbra.

Il suo corpo è cambiato, le forme si sono arrotondate e le labbra sono rosse di trucco ma i suoi occhi sono sempre gli stessi, identici a quelli di mamma. Mi guarda con la paura nel sangue e io lo sento gelare sotto la pelle.

Tutti mangiano tranquilli. Avvicino la forchetta alle labbra ma non riesco a mandare giù niente. Ho quello sguardo pesante sulla gola che ghiaccia qualsiasi cibo. Eppure lei mangia e mastica silenziosa come un lupo che si delizia della sua preda.

–         Perché non mangi? Non ti piace più l’agnello? – fa mio padre, con la voce di un vecchio.

Le lacrime bruciano sotto le palpebre ma non posso lasciarle cadere sulla pelle.

–         Non ve l’ho detto – rispondo – ma sono diventato vegetariano.

–         L’agnello a Pasqua porta fortuna, – dice mia madre, solenne – fa’ un’eccezione.

Lei tace, s’ingozza come un cannibale. Non mi guarda. Ha capito tutto. Siamo legati dentro da un filo di carne e sangue. Un mistero mostruoso che ha reso le nostre vite inutili e vuote.

Io resto immobile a osservare un pezzo di carne rosa sulla punta della forchetta. Come fosse la mia carne, i miei muscoli, le mie ossa, che lei ha dilaniato in pochi bocconi. Mia sorella ha finito il suo piatto. Sbatte il fazzoletto a quadri sul tavolo e si alza in piedi. Esce fuori, verso la campagna, verso il sole, verso la luce.

L’impulso è quello di seguirla, trascinarla dietro un cespuglio, metterle una mano davanti alla bocca e ricominciare a prenderla, come preda di me stesso, sangue del mio sangue, carne fresca e buona, peccaminosa, sbagliata, vietata, prenderla come avrei fatto un tempo, per sentirmi ancora vivo, come allora.

–         Dai, Lucio, – implora mia madre – solo per questa volta, fallo per me.

Ha gli occhi lucidi che sembra dicano: cresci una buona volta, ora basta con i giochi pericolosi, hanno fatto male a tutti quanti, i vostri stupidi giochi di bambini vigliacchi.

Con il suo sguardo inquisitore sulle tempie, inspiro la scia del profumo di fiori e sangue lasciato da mia sorella nell’aria come il segno della sua presenza nel mondo, chiudo gli occhi e addento quell’agnello.

Voglio essere lontano, voglio essere dove non sono. Ma non devo temere. Col sapore di carne tra i denti, la sua carne, la mia carne, espiro la stanchezza e mi rassicuro: presto sarò di nuovo lontano, tutto questo finirà.

   

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Tratto da Violentati, raccolta di racconti edita da ErosCultura 2013
http://eroscultura.com/scheda.php?l=33

  

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