Il racconto del mese: “Un uomo gradevole” di Paolo Santarone

Un uomo gradevole
di Paolo Santarone.

Nella tarda notte del 14 maggio 1977, quattro giorni prima del suo trentanovesimo compleanno, Aldo Mariani si accorse di essere diventato gradevole.
L’evento non era casuale, ma casuale ne fu la costatazione.
Tornava da un’allegria, anzi da una gioia, e un po’ gliene rimaneva dentro mentre in automobile viaggiava verso casa.
Riepilogava con soddisfazione gli avvenimenti della giornata, e soprattutto quelli intimi, caldi, stupefacenti della lunga sera, e poi quelli dei giorni avanti, e fu così che fece la scoperta.

Collega tra loro molti piccoli fatti, associa gesti, battute, parole. Eh sì, non può trattarsi d’una suggestione o di una vanteria con sé stesso: lui gode di quella che in ufficio chiamerebbero “una buona immagine”, insomma di un certo prestigio e, anche tra amici e colleghi, di un certo bonario rispetto.
Capisce a un tratto che l’ironia di cui talvolta è oggetto -così fastidiosa, in certi casi, così pungente- è in realtà del tutto benevola, quasi a nascondere un’ammirazione cordiale e quieta. Comprende che la sua presenza è gradita, anzi desiderata. Si rende conto di piacere alle donne, e non solo a quella di questa sera, o meglio di essere considerato da loro con una certa sorridente golosità.
Distingue tra la propria gradevolezza e quella, smagliante e aggressiva, dei cosiddetti uomini di successo. La sua si fonda più sul garbo che sulla forza, su una parola aggraziata e un po’ femminina, aliena da ogni aspetto di prepotenza. Anche se in realtà non è priva di una sua forza. Anche se lui stesso, in definitiva, potrebbe considerarsi un uomo di successo.
Un successo piccolo, s’intende, e commisurato all’universo impiegatizio in cui vive. Un successo che nasce dall’esito fortunato delle cose che fa, dalla sua capacità di operare in sintonia con le aspettative altrui. “Sono come un canterino intonato- pensa.- Ogni motivetto in bocca mia suona piacevole, ben riuscito.”
Aldo Mariani è molto eccitato, per questa scoperta improvvisa. Prova un senso d’euforia. Si sente lui stesso in armonia, in equilibrio, e ne ha per un attimo una lieve vertigine d’onnipotenza.
Gli si aprono nuovi orizzonti e nuove possibilità, perché, anche se nulla è mutato nella realtà (o meglio, se nulla è mutato in modo così repentino e definitivo come gli sembra) è ormai diversa la coscienza che lui ha di sé. E questo fatto modificherà le cose: lui lo sa con certezza.

Propriamente sgradevole non è mai stato, ad eccezione di certi difficili anni tra l’infanzia e l’adolescenza, e forse gli aspetti piacevoli della sua personalità hanno sempre prevalso su quelli spiacevoli. C’è stato anzi uno sforzo, non troppo intenso ma continuo, per essere gradevole. Ma non era mai riuscito ad esserlo in modo così assoluto e così, in un certo senso, definitorio come ora sa di essere diventato.

In questi pensieri, arriva a casa ed è subito a letto. Ma di dormire non se ne parla. L’euforia, l’eccitazione (e forse, anche se non vuole dirselo, tutto l’alcol e le sigarette della lunga serata) hanno dilatato la sua personalità. Lui sente i suoi pensieri correre, accavallarsi, deformarsi in fantasie e ricordi, e prova una strana sensazione meccanica, come se ogni pensiero fosse una diapositiva infilata (alcune dritte alcune a rovescio) nella padella del proiettore. Clic tlac, clic tlac.
Riaccende la luce, si alza, va a versarsi una buona dose di whisky e, visto che le sigarette sono finite, riesce a scovare un sigaro nel suo fallico astuccio di latta. Così attrezzato torna a sedersi nel letto, con il cuscino alzato a sorreggergli la schiena.

La testa continua ad andare per suo conto (clic tlac) e lui si gonfia di compiacimento per le sue qualità. Ma poi subito si irrita. Gli pareva che un certo aspetto di carattere gli fosse peculiare, ma ha scoperto che è anche l’opposto a caratterizzarlo.
E’ discreto, sì, ma è anche invadente. E’ attento e interessato agli altri, ma non sa dire come questo possa conciliarsi con il suo indiscutibile egocentrismo. Ha un vero e proprio culto per la tolleranza, ma va soggetto a insofferenze radicali.
Capisce che continuando su questo filo di pensieri otterrebbe solo di vanificare la magia del momento, di “smontarsi”, come si dice lui.
Va a versarsi ancora da bere e poi va al gabinetto. Valuta anche se fare un bagno ma teme che gli darebbe sonnolenza e gli farebbe perdere l’attimo. E così torna al suo posto, nel letto.
Gode di questo senso di vigilanza interiore, e a poco a poco riesce a mettere più a fuoco i suoi pensieri. “A impadronirsene”, pensa.
Ora ha la mente pronta ed elastica: una sensazione meravigliosa e rarissima, per lui unica anzi.
Il primo effetto della costatazione della propria gradevolezza è che si sente infinitamente gradevole anche a sé stesso. E proprio per questo osa riandare indietro, raccontarsi, ripercorrere i passi della sua vita per vederla in questa luce nuova, in questa prospettiva inconsueta di piacere e di equilibrio, di armonia. Di eccezionale armonia.

Aldo Mariani pensa che è nato in un paese in pace. Non conosce i precorrimenti e i furori di eventi grandiosi.
Vive in un tempo di tecnologie e di stanchezze, verso un esaurimento delle risorse, in uno snervamento della storia. Non conosce, dunque, le speranze.
E’ vissuto in una classe sociale media e in una economia avanzata. Non conosce la disperazione.

Molti anni fa si è laureato in matematica. Uno studio scelto per amore, per il solo fascino che quella materia aveva esercitato su di lui negli anni del liceo, senza preoccuparsi di future applicazioni professionali. Ed è una scelta che si è potuto permettere, perché sa di appartenere all’ultima generazione del Novecento che non ha vissuto con angosce la ricerca di un lavoro (né, d’altronde, quella della casa).
La matematica lo ha poi trascinato nella filosofia.
Ricorda ora, Mariani, certi antichi ardori di conoscenza, certe passioni.
Decide di non andare a prendersi un terzo whisky perché non vuole ubriacarsi, ammesso che già non lo sia. Si riaccende il sigaro.

Ha insegnato per alcuni anni, prima e dopo la laurea.

Quella specie di cenacolo, o, con una parola meno supponente e arcaica, di gruppo: le serate a bere e a discutere, le ipotesi suggestive e assurde, che valevano una o due ore accendendo brevi illusioni di verità, finte illuminazioni.
Ha amato, in quel gruppo, due donne. Nello stesso tempo. Ma le ha davvero amate? E entrambe? Ora, ricordando, gli pare di averne amate di più, o almeno che avrebbe potuto amarne di più. Tutte?
Con una s’è poi sposato.
Lui era, nel gruppo, un leader. Lo spirito più creativo, se non la testa più lucida. O semplicemente il più prepotente. Gli sembra di essere stato molto prepotente, a quei tempi. Aggressivo, intollerante. Soffriva terribilmente d’essere contraddetto: ne aveva un dolore quasi materiale. Diventava vendicativo. Pure, se lo accettavano, doveva avere del fascino, del carisma.
Gli torna in mente, con una smorfia di fastidio, la presunzione di allora. La consapevolezza assoluta della propria diversità. La presunzione di sapere e di capire. Il senso di una grandezza che c’era già in potenza e che prima o poi i fatti avrebbero consacrato. Un sentimento di predestinazione.
Ha toccato un tasto sgradevole, che lo riporta brevemente alla realtà. Da tempo è passata l’ora di dormire. La stanza è piena di fumo che sta raffreddandosi. Il bicchiere ha lasciato un cerchietto d’umidità sul piccolo tavolo che funge da comodino.
Si chiede, anche, se il disagio che prova è per l’arroganza di allora o per la mediocrità di oggi, ma cancella in fretta il dubbio evitando di darsi una risposta.

Nel 1968, a trent’anni giusti, ha lasciato l’insegnamento. La data storica conta meno del suo non storico compleanno: nelle scuole medie -e in provincia- il Sessantotto fu un anno come gli altri. Aveva lasciato la scuola per noia e per desiderio di guadagno. Si chiede ora se era, almeno un po’, reale anche quel desiderio di successo -“di gloria”, anzi- che andava allora sbandierando a sé stesso e agli amici più intimi e segreti.
E’ dunque diventato un impiegato.
Il lungo cammino verso la gradevolezza è cominciato allora. E lui ripensa ai primi passi di questo costante lavoro.
Doveva conquistarsi uno spazio personale, un habitat, in un ambiente che era già dato e costituito, con gerarchie ufficiali e ufficiose, con diversificati status di ruolo, di esperienza, di professionalità, di prestigio o anche solo di amenità, di simpatia.
Come ultimo arrivato, non più giovanissimo, già così sclerotizzato nelle proprie pretese di primazìa e di diversità, iracondo e difficile, aveva dovuto ricorrere a tutte le sue risorse per non essere battuto in partenza.
Era cortese per natura e per educazione, e aveva saputo fingersi anche modesto.
Ha giocato bene l’alternanza della sua bravura e dell’umiltà. E’ stato accettato, ma il problema è stato far accettare anche l’ascesa che lui si prefiggeva.
Ha giocato la carta del mimetismo, aderendo agli umori e alle idee dei superiori. Si paragona, ancora adesso, a un attore. Il problema, ha spiegato a sé stesso, è fare propri una logica e uno stile, calarsi nel personaggio: come un buon attore cessa di essere il signor Rossi per diventare Egisto ma, al tempo stesso, può essere Egisto proprio perché è bravo in quanto signor Rossi. Il personaggio è dato, ma sta a Rossi interpretarlo, facendo uso di critica, di creatività, di scuola.
E’ stata accettata anche l’ascesa, almeno finora. Anzi, l’ascesa ha arricchito il suo prestigio e completato la sua gradevolezza. Questo ora lo capisce bene.
Il segreto è fare in modo che gli altri non si sentano mai giudicati. Riconoscere a ognuno, a costo di sembrare imbecille, una totale dignità professionale e intellettuale…

Mariani si sente stanco e comincia a provare un po’ di noia. Sta ripetendosi cose che sa. Eccome se le sa!
Prova a ripensare alla sua gradevolezza, ma anche questo gioco s’è fatto scontato. Fra meno di un’ora sarà l’alba.
Spegne la luce e cerca di dormire.
La testa e gli occhi dolgono leggermente, i pensieri si sono sfatti, la bocca sa di sporco.
Supino, immobile, con le braccia distese lungo i fianchi, aspetta il sonno.
Nonostante il malessere sorride: lui è gradevole.
Dai pensieri delle ultime ore non ha cavato un gran succo, ma quella scoperta della gradevolezza rimane.
Servirà per il futuro. Molte piccole cose cambieranno.
L’ultimo pensiero prima di addormentarsi è che, domani, gli toccherà di pagare tutta l’euforia di questa notte.

2 thoughts on “Il racconto del mese: “Un uomo gradevole” di Paolo Santarone”

  1. Sì. Già dalle prima righe si preannucia la fine. Si snte nell’aria, stride di ironia sottile, di quella che non la vedi ma la senti, quasi la annusi, “si odora” . Un’atmofera costruita sapientemente, alimentata con cura, come la paura in unfilm giallo. E non delude, colpisce profonadente, ti resta dentro. almeno tutta la notte.

  2. Ahimé solo poche ore, nella metafora e fuor di metafora. Sarà il caso di saltar giù dal letto, fare quel famoso bagno (Mariani odia la doccia!) e ricominciare a darsi da fare.
    Chissà che l’assassino non sia proprio lui…

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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