“Il verso dalla morte alla vita”. Appunti sulla prima edizione di “Poeti in itinere alla necropoli romana” di Francesca Del Moro.

“Il verso dalla morte alla vita”. Appunti sulla prima edizione di “Poeti in itinere alla necropoli romana” del 28 settembre 2019. Reportage di Francesca del Moro.

 

       

Come indica l’etimologia della parola (dal greco nekros, morto e polis, città), una necropoli è una città dei morti sopravvissuta sulla terra dei vivi. Un luogo in cui i defunti rimangono impalpabilmente ad aggirarsi nel silenzio e nell’immobilità delle architetture. Ed è proprio questa la sensazione che ci coglie all’ingresso della necropoli romana di Isola Sacra a Fiumicino: l’idea di avere a che fare con un luogo abitato, seppur da qualcuno che non ci è dato vedere ma solo immaginare, sulla base delle iscrizioni e delle raffigurazioni che compaiono sulle facciate di molti tra i 200 edifici funerari risalenti agli anni compresi tra la seconda metà del I secolo e il IV secolo d.C. Le iscrizioni ci permettono di ricostruire la società dell’antica Portus, un tempo il maggior approdo del Mediterraneo, formata in buona parte da un ceto medio di commercianti, liberti e piccoli imprenditori. 
“Questo è un luogo senza paura” si legge sul mosaico posto all’ingresso della tomba numero 43, raffigurante delle navi che salpano dal porto con il famoso faro sullo sfondo. L’iscrizione si riferisce all’audacia necessaria per affrontare i pericoli del mare ma anche alla paura della morte che svanisce insieme a qualsiasi altra nel momento del trapasso. 
Nella necropoli si avverte ancora il fermento della vita quotidiana, restituito in particolare da vivaci scene, espressione di un’arte popolare. Ai lati di numerose iscrizioni, si possono osservare formelle in terracotta con bassorilievi che ritraggono varie professioni: il commerciante di grano, il fabbro nell’officina e naturalmente i vari mestieri di mare, trattandosi di una città marinara.
Due buoni esempi di questo genere di rappresentazioni si ritrovano nella tomba 100, che ospita probabilmente due medici. Nella scena di sinistra, si vede un medico intento a curare la gamba di un paziente con una varietà di strumenti professionali mentre, nel bassorilievo a destra, un’ostetrica è inginocchiata davanti alla partoriente che siede nuda su una sedia, sostenuta da una terza donna. 
Il sito permette di ricostruire il rapporto di una comunità con il concetto di morte, dai riti funerari alle varie tipologie dei monumenti sepolcrali con le loro ricche decorazioni, comprendenti statue, bassorilievi, metope, affreschi e mosaici fino ai resti delle sepolture più semplici, rappresentate da anfore un tempo usate per il trasporto delle merci dai magazzini alle navi e riutilizzate come contenitori delle ceneri del defunto.
Le tombe dei ceti più abbienti consistono in celle a uno o a due piani, perlopiù quadrate, alcune delle quali sono coperte con volte a botte o con un terrazzo piatto e presentano facciate in mattoni con timpani triangolari ed elementi in travertino. Le sepolture destinate agli appartenenti ai ceti più umili si trovano invece in un’area denominata “campo dei morti” e disseminate un po’ ovunque nel sepolcreto, nelle aree libere tra le tombe monumentali. Consistono, oltre alle anfore, in tombe a cassone semicilindrico, tombe alla cappuccina (con copertura di tegole a doppio spiovente), sarcofagi in terracotta, casse di legno. Alcuni dei defunti più umili sono seppelliti nella nuda terra. 
Camminare tra queste architetture immerse nel verde, con i pini e i cipressi che svettano tra i sepolcri, comunica un senso di pace e ci invita a riflettere sull’umana caducità ma anche sul segno che può lasciare il nostro passaggio sulla terra. Le tombe sono fatte per questo: per conservare e ricordare, perché nessuna esistenza vada persa. Ogni sepoltura rispecchia ciò che il suo occupante è stato in vita e, anche se si è portati a immaginare la morte come la “livella” di Totò, che cancella le differenze di status o ricchezza tra gli esseri umani, l’architettura funeraria e i riti funebri non mancano di ricordarle
Sono questi i principali spunti di riflessione offerti quest’anno ai poeti e al pubblico in occasione di un’interessante iniziativa che ha coinvolto la necropoli. 
Il 28 settembre 2019 si è infatti svolta qui la prima edizione della manifestazione “Poeti in itinere alla necropoli romana”, presentata dal GAR-Gruppo Archeologico Romano, con la collaborazione e il patrocinio del Comune di Fiumicino, l’autorizzazione della Sovrintendenza del Parco archeologico Ostia Antica – Fiumicino, e la collaborazione preziosa della Pro Loco di Fiumicino. L’evento, dal titolo “Il verso dalla morte alla vita”, è stato organizzato da  Elisabetta Destasio, che in qualità di direttrice artistica ha strutturato la manifestazione scegliendo 19 poeti nell’ambito del panorama poetico italiano di cui è sensibile conoscitrice. 
Gli autori sono stati invitati a proporre versi attinenti alla natura del luogo, che detiene il concetto di memoria e in cui la vita e la morte appaiono indissolubilmente intrecciate. La manifestazione si è svolta “in itinere”, ovvero come una passeggiata archeologica tra le rovine della necropoli articolata in stazioni, coincidenti con tombe di particolare interesse.
Ogni tomba è stata presentata da Daniele Buscella, vicepresidente del GAR, con cenni storici e aneddoti avvincenti, e a ciascuna presentazione sono poi seguite le letture dei poeti, due per ogni stazione. Una formula che ha contribuito a creare una sorta di ponte tra il passato – la storia dei sepolcri – e il presente, ovvero i contributi dei poeti provenienti da ogni parte d’Italia
La pluralità di voci ha permesso una trattazione multisfaccettata del tema, offrendo una serie di punti di vista sulla morte, da sempre protagonista della letteratura e di tutte le arti, silenziosa presenza che avvertiamo in ogni attimo della nostra vita. Si è spaziato da riflessioni / interrogazioni sulla natura della morte stessa e sul suo rapporto con la vita a versi che sottolineano l’importanza della memoria o si spingono a metterla in questione, fino alle dediche a persone care scomparse o a protagonisti di fatti di cronaca. Questa alternanza di voci e di approcci al tema, unitamente al carattere itinerante della manifestazione e alle tempistiche ben calibrate degli interventi, ha reso l’iniziativa particolarmente vivace, movimentata e appassionante. Perfettamente efficace nel cogliere il doppio obiettivo di offrire, da un lato, una panoramica variegata della produzione poetica contemporanea italiana, dall’altro di portare all’attenzione uno dei sepolcreti meglio conservati al mondo, un luogo archeologico di grande bellezza e interesse purtroppo ancora poco conosciuto.  FDM

In questo numero di Versante ripido vengono proposte le poesie di alcuni degli autori presenti a “Poeti in itinere”: Elisabetta Destasio, Marilina Giaquinta, Maria Grazia Calandrone, Monia Gaita, Cetta Petrollo, Gabriella Sica, Francesca Del Moro, Claudia Zironi, Vincenzo Mascolo, Simone SIbilio.

in apertura Ksenja Laginja, Nostalgia del buio

 

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