In che luce cadranno di Gabriele Galloni, una lettura di Alfredo Rienzi

In che luce cadranno di Gabriele Galloni, RPlibri, 2018, una lettura di Alfredo Rienzi: il mondo parallelo dei morti da sempre.

    

    

Chi o cosa sono i morti di In che luce cadranno? Questo è il titolo, ambiguo o almeno ambivalente, della  seconda raccolta di Gabriele Galloni, classe 1995, edita nel gennaio 2018 per RPlibri nella collana L’anello di Möbius, diretta da Antonio Bux.
Titolo intrinsecamente interrogativo, che introduce la serie di contraddizioni di un racconto in versi, per tessere e lampi, già che la destinazione canonica del viaggio e dell’esistenza oltre soglia (premesso che non pare rappresentarsi qui alcuna vera soglia) porta a cadere nell’abisso, nell’ombra ipogea o, in forse auspicata alternativa, a salire in qualche alta e somma luce etterna.
Nella sequenze cerimoniali descritte da Van Gennep, nel suo fondamentale I riti di passaggio (1909), ancor oggi utilizzate come impalcatura teorica negli studi di moderna antropologia, anche il rito estremo del distacco, come ogni altro rito di passaggio, consta di aspetti:
preliminari o di separazione, che agevolano il distacco dell’individuo dalla situazione preesistente e che nello specifico sono coincidenti con l’annuncio della morte;
– liminari o di margine, rappresentati in forma attenuata dalla veglia funebre, dalla permanenza del cadavere e che in forma più complessa si evolvono nel lutto per i viventi, mentre il territorio di confine del defunto è quello del “cammino del morto”;
postliminari o di aggregazione, consistenti nella rimozione del lutto per i parenti del morto e nell’aggregazione del defunto al mondo dei morti. Si tratta di aspetti rituali che introducono alla nuova condizione esistenziale: i vivi con i vivi, i defunti con i defunti (i compagni del proprio tragitto in vita o gli Antenati).
Succede però che nella originale e concretissima surrealtà di In che luce cadranno, volendo adottare lo schema tratteggiato, per quanto non perfettamente calzante, Galloni esplora con versi radi e incisivi una fase post-postliminare, dove la comunità dei morti pare ormai da tempo (ri)costituita, dove anzi sembra che essa sia tale da sempre, quasi fosse nata altra rispetto a quella dei vivi, ma non del tutto ulteriore, né opposta, semplicemente altra.
Che questa raccolta proponga, oltre a ben precise scelte stilistiche, su cui ritornerò, un sentimento o una speculazione o entrambe sul rapporto universale tra essere biologicamente vivi ed essere altro pare chiaro; quali ne siano le fondamenta è meno semplice da dirsi.
Si noti bene: si parla di morti, ma non di morte, vista di qua o di là dalla soglia. La separazione e il margine non sono oggetto di osservazione. Troviamo i morti come tali, tanto che viene da chiedersi chi siano davvero e se e quanto siano accomunabili ai defunti del nostro immaginario.
Questi morti non vivono in una realtà aumentata: sono anzi spesso descritti in minus, impacciati, incompleti ed agiscono con tutte le finitezze dei viventi, come cloni di dubbia riuscita (vanno in cerca di riposo, hanno la febbre, masticano e hanno necessità fisiologiche – il poeta è più diretto! -, si filmano a vicenda, si danno soprannomi, ridono, si sposano, si separano, sognano ecc).
Non sanno nulla più dei vivi, non riscuotono i canonici premi dell’aldilà, che è poi un aldiquà (e “continuano a porsi/ le stesse domande dei vivi”) né scontano pene se son quelle vivissime dell’esistere e dell’essere in attesa, ancora, di un’altra esistenza o di un’ulteriore morte (“Ho conosciuto un uomo che leggeva/ la mano ai morti. […] prediceva loro/ le coordinate per un’altra vita.”; “il più piccolo […] sgozzalo […] e seppelliscilo”). Sono tratteggiati quasi come autistici “sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile/ della conversazione”; “faticano/ a rispondere a tutte le domande/ che gli vengono fatte”; “Ci diranno zero”; “recitano […] i classici” ma “Li stravolgono con varie/ amenità: li narrano al contrario”; “Il lessico dei morti/ è la metà del nostro” e il rapporto tra loro e i vivi è variegato e mutevole, neutro o straniante, risultandone un modus complessivo indecifrabile: “tentano di consolarci”; “Si parlava dei morti”; “rientreranno nudi nelle/ loro città. Li vestiremo…”; “Li vedi; non ti vedono. Li chiami/ e non ti sentono”.
Una governata aura di surrealtà e di paradosso strania diversi brani: “Ai morti si assottiglia il naso. Quando/ li sogni se lo coprono”; “Tra i sette morti tu scegli il più piccolo/ conducilo a passeggio e infine sgozzalo./ Avverti i suoi fratelli e seppelliscilo.”; ”Così un giorno, per caso,/ i morti costruirono/ il primo cimitero sotto il mare./ Se ne dimenticarono/ in un tuffo soltanto.”, ma di tanto in tanto (il sublime non ama il numero e la quantità) riverberano toni elevati, perché più che i versi, è il tema stesso ad essere elevato: “Ma stanne certo: un giorno tornerà/ alla vita e avrà voce di Creatore.”
Galloni utilizza uno stile compiuto, ma essenziale. Realizza testi brevi, dove prevale l’endecasillabo, spesso sdrucciolo e con enjambements, talora intervallato da settenari. “Ritmo figlio della grande tradizione lirica” osserva puntualmente Antonio Bux nell’Introduzione. Composizioni “scarnificate” aggiunge Bux e Anna Maria Curci, in una recensione sul sito poetarumsilva, rimarca “con la sapienza del sottrarre”. Ogni verso, ogni immagine finisce per assumere penetranza notevole, efficacia e una straniata singolarità, né facile né casuale. Nell’attingere a qualche citazione esemplificativa, come ho fatto nelle righe precedenti, ogni verso avrebbe avuto un suo senso, una sua collocazione. Ridotta al minimo l’esposizione di merce superflua. Si nota in molti componimenti un ultimo verso staccato, quasi a catalizzare il componimento, ma al tempo stesso a stroncarne uno slargamento nell’inessenziale.
Che questa raccolta del già prolifico giovane poeta romano possa restare piantata come un menhir nel suo percorso creativo è ipotesi concreta. Certamente è un’opera che colpisce per l’omogeneità, di tema e stile, per l’incisività e l’originalità. Anche come materiale di riflessione sul percorso rituale di passaggio estremo pone aspetti incollocabili, di autentica invenzione, connotazione , quest’ultima, che non è di poco conto in un qualsiasi percorso artistico-creativo.
E perché, compiendo le intenzioni dell’autore, possiede “il perimetro di una stanza ma la capienza degli oceani”.

      

I morti – loro, l’ultima
didascalia del mondo
conosciuto – in colloquio
fitto tra un buio di falò e la resina

delle pinete a mare.

(pag. 12)

 

Lecito chiedersi come resuscitino
i morti e quale voce verrà data loro
in dono. E quale lingua e che corpo.

I morti hanno la febbre. Non è tempo.

(pag. 18)

Un corpo morto non è abbandonato.
Ignora – è verità – le altre creature;
ignora i diktat dell’eternità.
Ma stanne certo: un giorno tornerà

alla vita e avrà voce di Creatore. 

(pag 20)

*

Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcun serpente.
Senza serpenti o voci tentatrici
tra le fronde degli alberi –
poiché un albero, lì, è solo radici.

Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcuna regola.
Nessun frutto inviolabile o cancello
di uscita; ogni mattina
vi razzolano il cane con l’agnello.

(pag. 31)

*

Ogni defunto è il santo
patrono di se stesso.
È un cero la sua chiesa;
e il suo altare il sesso

di un parente amorevole.

(pag. 37)

*

Se la madre dei morti è sempre polvere,
i morti cercano la loro madre

ogni sabato sera sulle spiagge
libere; sotto le sedie o nei gelati

caduti di mano ai ragazzini
in chissà quante estati, in chissà quanti

alberghi, marciapiedi, lungomari.

(pag. 45)

*

La musica dei morti è il contrappunto
dei passi sulla terra.

(pag. 46)

*

in apertura Ksenja Laginja, Nella luce, frame

     

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