Il berretto del matto, inediti di Anna Elisa De Gregorio

Il berretto del matto, inediti di Anna Elisa De Gregorio.

   

   

Anna Elisa De Gregorio è nata a Siena da genitori campani. Abita ad Ancona dal 1959 dove lavora presso una agenzia di marketing. 

Ha pubblicato nel 2010 il suo primo libro di poesie Le Rondini di Manet per i tipi di Polistampa di Firenze, prefazione di Alessandro Fo (Premio  Pisa 2010 opera prima; Premio Contini Bonacossi 2011 opera prima). Nel 2012 ha pubblicato il suo secondo libro Dopo tanto esilio per i tipi di Raffaelli Editore di Rimini, prefazione di Davide Rondoni (nella cinquina finalista del premio Gradiva, New York 2013; primo premio Borgo di Alberona 2014). Nel 2013 ha pubblicato con il DARS di Udine, una plaquette di poesie dal titolo Corde de tempo in dialetto anconitano.

***

(Disturbi della percezione I)

Eccola puntuale sotto quel fanal
della vecchia canzone,
pur presa alla sprovvista dalla pioggia,
al sacro appuntamento quotidiano:
una Lili Marlene un po’ sbiadita,
porta stivali bassi senza calze
e un mazzetto di fiori rossi in mano,
garofani, mi pare, assai provati.

Si sentono appassire dal ridicolo
per la forzata convivenza, i fiori:
sanno che nessun principe è previsto,
lo sa il Sali e Tabacchi lì vicino,
forse lo sa anche lei.
Con la stessa costanza dell’andata e
lo stesso passo lieve, declinando
la sera, la ragazza si ritira.

Post scriptum
…e poi l’inaspettato
giovane venditore di accendini,
in quel terso momento del tramonto
(ecco il finale!) le offre da fumare
e due parole in croce di italiano.
Ricambia lei con i fiori sgualciti:
‹‹Ha un suono luccicante la sua  voce››
le viene da pensare.

***

(disturbi della percezione II)

Ovunque per le antiche strade schioccano
i miei passi, sotto un cielo bello, pitturato.
Sono arrivata in tempo dentro l’affresco
per tenere alta la corda che liberi ci rende?
Con l’abito verde, sarò l’unica donna della fila.

Ascolto la ragazza con il cembalo, maestra
fra le danzatrici, e quel suono si perde,
perdono i veli della veste trasparenza,
laggiù la campagna non riesce a svegliarsi.
Scende nel paesaggio un silenzio infelice.

Che succede al troppo breve giorno? Fa buio.
Perché uomini spersi, seduti senza fare nulla?
Era la mia città dimora del buon governo,
a ciascuno il giusto luogo e giusto compenso
per un lavoro che sapeva fare bene.

C’è un contagio di male sul verde delle foglie.
Ecco fra le altre case e fra le mura a smerli
(il portone chiuso come fosse per sempre,
sui profili del terrazzo piante sconosciute)
la mia vecchia casa che più non mi ricorda.

Tutto sembra andare verso la parete opposta,
verso l’altro mondo del cattivo governo con le corna,
si trasforma in bile il verde delle colline tonde.
Mi rivolgo a Giustizia come all’ultima madre:
che fai per salvarci, per salvare una speranza?

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Siena, Palazzo comunale, Allegoria del Buono e del Cattivo Governo

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(stati di eccitazione)

‹‹Gli dei sono abitati dal dolore
oppure sono felici eternamente?››
si chiedeva Achab piagato dall’insonnia.
‹‹Quel marchio stampato sulla nostra fronte
di tristezza, non è che la loro impronta››
fra sé e sé rispondeva.

E Moby Dick dallo sprofondo mare:
‹‹Una spanna oltre gli sconfinati mondi
c’è la colonia penale dei sospiri
dove anche le mie urla otterranno asilo.
Come quei cieli di marzo senza pace
che disperano l’arrivo dell’estate››.

‹‹A fine viaggio troveranno ristoro››
delirava Achab ‹‹le nostre anime ossesse
per le loro immedicabili ferite:
vedremo gemelle le nostre due morti
specchiarsi in mezzo ai flutti.
Nel simile il simile trova sostegno››.

***

(il berretto del matto)

…E più tardi
si ode il matto del quartiere col berretto rosso
che sulla strada fangosa canta una canzone triste,
una canzone infantile con molte molte rughe.

Ghiannis Ritsos, Karlòvasi, 9.VII.87

     

L’attesa  è di cose straordinarie,
illuminata di rosso, colore
di festa: tigri in compagnia di cervi,
come fossero uguali angeli e uomini
verso la stessa meta.
Fra i pellegrini con il basco rosso,
ammantati i tre magi
che portano bauli di sapienza,
e gente senza doni
che porta una speranza.

Col berretto rosso anche l’uomo pazzo
che canta una canzone
triste, la faccia piena di vecchiaia,
triste e macchiato l’abito:
forse canta un ricordo,
forse prega il Signore.
Cammina ai bordi della processione
dove c’è solo fango,
dove nessuno passa.
Non chiede carità, segue una stella.

Dentro un eterno sole arrampicata
lassù Gerusalemme
sembra un castello d’oro.
Noi, i turisti, incatenati in basso,
dove l’aria è più grossa,
di tutti i più miseri,
siamo pianura immobile,
terra rossa pestata dai cavalli.
Disabitato cuore
per troppo tempo da ogni compassione.

——————————–

Firenze, Palazzo Medici Ricciardi: La processione dei Magi

***

(allucinazioni)

La stanza è in ostaggio
di chi pensavo amico:
costole tutte intorno
di libri ammutoliti.
Cieche nella libreria
mi volgono le spalle.
Specialmente al mattino
dopo un sogno agitato
cercando il libro odiato
che non si fa trovare.

tn_BOSCH SALITA PART

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