Intervista a Alessandro Dall’Olio

Intervista a Alessandro Dall’Olio, a cura di Gabriella Modica.

   

 

Alessandro Dall’Olio, nato a Bologna, vive a Granarolo Emilia. E’ poeta, scrittore e giornalista.

Ha pubblicato per LS Gruppo Editoriale la raccolta di poesie “Non ho urla in me” nel 2010, e nello stesso anno ha scritto il libro “Il ballerino nell’albero” sul suo amico tetraplegico William Boselli (giunto alla quarta ristampa). Fa parte dell’Associazione WTKG, nata attorno allo stesso William Boselli, e degli organizzatori di Happy Hand, la manifestazione che usa lo sport come mezzo di inclusione sociale (definito dal Coni “la migliore manifestazione su sport e disabilità d’Italia”).

Nel 2012 ha pubblicato la sua seconda raccolta di poesie “Il senso di questo stare” sempre per LS Gruppo Editoriale.

Ha ideato “Portici Poetici”, la rassegna di incontri con i versi degli autori che a Bologna vivono, scrivono, condividono.

E’ tra i fondatori del Gruppo 77, un gruppo letterario indipendente e aperto, che diffonde la poesia e riunisce chi la ama.

Organizza eventi e incontri letterari, e artistici in genere.

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Caro Dall’Olio,
nel presentare la rassegna Portici Poetici a Bologna affermi di averla creata per avvicinare gli uomini, ma anche i poeti fino a toccarsi, fino a contaminarsi. E per impollinare l’aria in modo da avvicinare altri cuori e altre persone.  È un’espressione intensa, quasi carnale. Puoi raccontarci quali eventi hanno fatto nascere l’esigenza di questa rassegna?

Quando mi hanno chiesto di presentare i miei libri di poesia in questo locale mi sono detto (e di conseguenza ho proposto a chi mi ospitava): perché anziché fare la solita presentazione letteraria, autore e libro, con i soliti cliché “me, myself and I”, non riuniamo alcune delle persone che scrivono poesia a Bologna? Perché non ci mettiamo ad ascoltarci l’un l’altro? Perché non usciamo dalle enclave dei gruppi – istituzionali e no – che parlano solo “tra di loro”, completamente impermeabili nella loro bolla? Non mi interessava da dove veniva il poeta, se aveva pubblicato o meno, se era ateo o bigotto, se scriveva di omosessualità o di raccolta di lattuga. Mi interessava conoscere nuove voci, farle parlare tra di loro, dare una ulteriore possibilità di ascolto. E così ho pensato di affiancare due poeti per sera, a cadenza settimanale, facendo in modo che uno “presentasse” l’altro e non solo la propria poetica. Questo intendevo per contaminazione. Devo confessare che tutti i poeti che ho contattato mi hanno risposto entusiasti della formula, e il mio primo ringraziamento va a loro. L’unico vincolo che avevo posto alla rassegna era un legame con i portici di questa città: per questione residenziale, o genetica, di studio o di ispirazione.  Credo che la poesia rappresenti la resistenza di fronte al vuoto comunicativo odierno, ho pensato che i versi potessero “rifare” quello che facevano alle origini: creare empatia e quindi comunità. Del collegamento tra le divinità e il popolo che Platone attribuiva ai poeti mi bastava una piccola connessione tra coloro che hanno ancora voglia di bellezza e i poeti. Tra chi riesce ancora a collegarsi attraverso la profondità dell’essere umano. Così è stato, vista la quantità di persone che durante le sei contaminazioni ha seguito quella che era partita come una mia idea di condivisione e di diffusione della poesia.

   
Farsi contaminare dalla poesia dell’altro può voler dire spesso entrare in un contatto profondo con elementi che potrebbero metterci di continuo in discussione. Ci vuole forza e determinazione, per riuscirci. Quanti poeti sono realmente disposti a farlo?

La poesia parla di cose che viviamo, della coscienza, nella poesia trova residenza la vita vissuta, lo scacco e il dolore, la gioia e l’abbandono, ma anche di ciò che è difficilmente esplicabile, qualcosa che è quasi organico, che esce dal nostro profondo come strizzato da una mano inevitabile. Il poeta conserva una dose di coraggio e di sfrontatezza a raccontare qualcosa in maniera da farlo diventare transpersonale, e manifestare il sé scrivente. Nella narrativa si possono scrivere meravigliosi artifizi dettati dalla fantasia, invenzioni e storie in bellissime prose, nella poesia si scrive sempre la verità. Attenzione: non la verità assoluta, ma la verità del poeta. Dentro le strofe del poeta ci sono le vittorie e le sconfitte, le lacrime sul cuscino, le notti passate a cercare un senso, la descrizione di un perché o semplicemente la luce della luna. Il poeta scrive di ciò che prova e vive. E a quanto leggo molti sono realmente disposti a mettersi in discussione. D’altronde i poeti sono da sempre i veri testimoni del tempo e della storia. A descrivere la società, l’amore, la politica, le guerre. E intanto che lo fa deve resistere all’assalto alla vitalità del pensare e del cercare, cercando di mantenere la sua libera visione, il suo unico sguardo, respingendo l’omologazione contenuta un po’ dappertutto.

   
L’altro: vogliamo parlarne?

Quindi noi. Perché spesso l’altro siamo noi visti solo da un’altra prospettiva. A volte quello che saremmo potuti essere, a volte quello che non saremmo mai potuti diventare. Ed anche qui la poesia ci può venire in soccorso annullando le distanze. Quante volte rivela e dà corpo a ciò che teniamo racchiuso? E’ come trovare letti i nostri pensieri e lì ci riconosciamo. Simile alla relazione che c’è tra poesia e filosofia, a volte l’una diventa l’altra. Infatti nell’antica Grecia non c’era distinzione tra i due territori, e i testi dei filosofi erano poemi. Anche se scrivere poesia è innanzitutto un gesto egoistico, chi scrive poesia contiene anche il mistero dell’immaginazione di qualcun altro, può portare in altri cuori e in altri pensieri la sua personale prospettiva. E l’altro crea uno spazio dentro di sé per accogliere tutta la vita ulteriore che c’è dentro la poesia. Avvicinare l’altro è avvicinare una parte di noi stessi. Perché non dovremmo conoscerci di più?

   
Come misuri la qualità della poesia?

Con i sensi, prima di tutto deve attraversarmi i sensi. Non cerco l’acrobazia sillabica, il salto mortale dell’allitterazione, il lemma raro e (ai più) indecifrabile. Non penso che chi scrive in metrica sia più poeta di chi scrive in verso libero, né ritengo vero il contrario. Mi interessa il pugno in faccia, la carezza sul petto, la lacrima ineluttabile, la mano che scende giù per la gola, ti estrae le budella e te le porta davanti allo sguardo. Non mi interessa l’accademia ma la vita. Non mi interessa quanto è vasta la biblioteca che il poeta ha letto ma quanto è vasta quella che ha capito. 

   
Nel gruppo 77 da te voluto si discute e si cresce di poesia ogni due martedi. È corretto dire che la frequenza di questi incontri sembra assumere un valore sacrale?

a2Si parla di poesia e di letteratura nel Gruppo 77. Ma anche di risate, di sfottò e di tenerezze. Non ci sono solo poeti, ma anche amici, appassionati di letteratura, “ascoltatori”, “recitatori”, musicisti. E dopo esserci dati un tema lo affrontiamo attraverso le parole di altri poeti, attraverso le nostre parole, attraverso la conoscenze. Ah, ci tengo alla precisazione. Il nome del nostro gruppo non è una citazione di altri gruppi letterari o politici: è semplicemente il numero civico di via S. Stefano dove ha sede il locale che ci ospita (Vino al Vino) con il garbo e l’affettuosità intimamente domestici. Abbiamo anche formato un gruppo su facebook dove darci appuntamento, dove dire quale è il tema della serata, dove scrivere e invitare altri poeti a fare sentire la loro voce. E devo dire che il gruppo aumenta in maniera soddisfacente. Magari il suo valore non sarà sacrale ma se capita di saltare una cena/ritrovo… la mancanza si fa sentire distintamente.

   
Quale impulso incoraggia il poeta a non uniformarsi agli altri? Ma soprattutto, cosa porta alcuni poeti a uniformarsi ad altri poeti?

Non conosco poeti che si uniformano. Oppure sono così benevolente e fiducioso che non me ne accorgo. Magari si trova qualche ispirazione simile, o qualche imitazione. Ma credo siano peccatucci veniali. L’unica cosa che trovo uniformante per alcuni poeti si riconduce alla prima risposta: quel fatto di essere circoscritti alla propria voce e a quella del proprio “condominio”. Uniformemente chiusi nel proprio cortile. La “non uniformità” invece è data dal valore della responsabilità della parola, dall’essere attenti, dal trovare anche in poesia – come nell’esistenza – corrispondenza tra gesti e parole. Trovare le parole giuste per descrivere le cose con un giusto nome, quell’emozione che prevede il battesimo di una parola giusta. Se l’amore è per tutti lo stato di grazia della vita, penso che la poesia sia lo stato di grazia della parola. Questo mi sembra l’unico motivo su quale ci si può uniformare il pensare.

ilsensodiquestostare        non ho urla in me

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