Intervista a Giovanna Frene

Intervista a Giovanna Frene, a cura di Paolo Polvani.

                            

                           

In questo numero dedicheremo anche un articolo alle tue poesie, Giovanna.
Puoi raccontarci in quali circostanze hai scritto la poesia Descrizione?

La poesia è stata scritta ricordando la morte di mio nonno, avvenuta nel giugno 1983. Il testo risale al 1991, dunque erano stati necessari otto anni perché riuscissi a ricostruire mentalmente la morte di mio nonno e quello che avevo provato nel vedere una persona cara appena morta – nel vedere l’assoluta alterità di un cadavere. Il titolo esplicita perfettamente quello che era l’intento della poesia: descrivere.

                         

Quando e come hai avvertito il richiamo della poesia?

Alla poesia sono arrivata per cerchi concentrici, attraverso altre esperienze artistiche: prima gli studi musicali, iniziati a undici anni, poi quelli artistici, all’Accademia di Belle Arti, a diciotto anni. Lì ho seguito anche le lezioni di un famoso designer, Ennio Ludovico Chiggio, che per primo, per quanto avessi già manifestato un certo interesse per la poesia (ma solo per la lettura), mi fece comprendere la meravigliosa invenzione della manipolazione linguistica. Dunque, le mie radici sono state prima di tutto artistiche, e poi poetiche, anche se devo ammettere che ho sempre sentito che sarei stata condotta verso la poesia, che sarei arrivata in quella dimora – d’altro canto si tratta della stessa forza che alla poesia mi ha sempre ricondotto tutte le volte che ho cercato di abbandonarla.

               

Pensi che l’ambiente, il paesaggio, esercitino un’influenza diretta sullo stile?

Di sicuro l’ambiente esercita una pressione sullo stile e sul contenuto letterario (e dunque il paesaggio, che, per inciso, non è mai stato nelle mie corde poetiche), ma parlerei più che altro di cornici di riferimento, di esperienza, di studi, di casualità – anche e specialmente di casualità, che è il luogo prediletto per le agnizioni.

                         

Di che cosa si occupa Giovanna nella vita di tutti i giorni?

Insegno. Mi occupo, spero, di coltivare buone teste, pensanti, più che teste piene.

                      

A quali progetti poetici stai lavorando?

Sto lavorando al mio nuovo libro.

                 

Esiste un sistema, un modo, per conferire energia alla parola poetica?

Be’, non può esistere un sistema per conferire energia a una parola che non ne ha, e che dunque non è poetica. Credo che la parola poetica sia energia allo stato puro, o nasce con l’energia o non nasce affatto come parola poetica. Il processo che costruisce quest’energia è fatto di molte cose, non ultima la tecnica, non dimentichiamolo, mentre l’intuizione è l’evento conoscitivo che è alla base di qualsiasi processo creativo umano. In mezzo, nel tessere il testo,  si spalanca l’orecchio dell’animo: non sempre si capisce quello che si sta scrivendo, anzi a volte le associazioni sono lucidissime e allo steso tempo sfuggenti, e spesso la grammatica è talmente precisa nella sua forza logica da creare delle inusitate fantasmagorie del pensiero. Queste portano con sé una verità che abbiamo visto per un attimo e che ci è sfuggita per sempre. Questo “attimo” si chiama “atto dello scrivere”.

                            

Qual è secondo te il ruolo del poeta nella società attuale?

Questa domanda sembrerebbe avere una facile risposta: il poeta nella nostra società non ha nessun ruolo. Qualcuno aggiungerebbe una lamentazione, ricordando i bei tempi in cui il poeta lo aveva, questo ruolo – si veda alle voci Pasolini, Luzi, Raboni, solo per fare un esempio minimo, ma anche Zanzotto, recentemente scomparso. Il poeta non produce capitale, non scava gallerie, non scopre nuove formule chimiche, non vince gran premi, non sfila in passerella, non si intende di finanza, non fa guadagnare gli editori. Per l’epoca che stiamo attraversando, e che io dentro di me più volte ho paragonato a ciò che accadde nel V secolo d.c., un’epoca di totale cambiamento di paradigma, dove la cultura ha perso per la prima volta nella storia i suoi connotati canonici (questo alla fine è il postmodernismo), forse chiedersi che ruolo ha il poeta è un po’ azzardato – la risposta sarebbe, appunto: nessun ruolo, nessun potere, come ogni altro intellettuale così come ci è stato noto fino ad ora. D’ora in poi, vedremo. È questa la vera sfida.

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