Intervista a Grazia Calanna

Intervista a Grazia Calanna, a cura di Claudia Zironi.

   

   

Benvenuta Grazia. Innanzi tutto potresti dire qualche parola su di te per i nostri lettori? Chi è e cosa fa Grazia Calanna nella vita.

Sin da bambina, amo osservare, ascoltare, comprendere, raccontare… La passione per la scrittura mi accompagna da sempre e con essa il desiderio di dare voce a quanti necessitano di attenzione. È forse per questo che ho scelto, avevo 17 anni, di praticare l’attività giornalistica. Inizialmente la mia passione era orientata in direzione dell’inchiesta, la più alta espressione della professione giornalistica. Il termine mutuato dal lessico giudiziario rivela, appunto, l’intenzione di andare oltre le fonti ordinarie, introducendo l’idea che il lavoro del giornalista possa essere affine o parallelo a quello del magistrato. Organizzata in una serie di pezzi, anche a più mani, ha (dovrebbe avere) il carattere di una ricerca o di un’indagine che mira a scoprire verità nascoste. Dunque, è un simbolo di ciò che si considera l’ideale della professione: cercare la verità, attraverso grazia calannala ricostruzione e l’interpretazione. Lo spirito di un paese si riflette nella stampa che genera. I giornali, quasi come fossero uno specchio, rivelano conflitti di potere, tensioni sociali, cultura e  tradizioni di una nazione.  Il giornalista interpreta, divenendo egli stesso attore del mondo che racconta. Più di uno studioso della comunicazione ha sostenuto che la stampa mette in rapporto i centri vitali della società e che, attraverso l’informazione, favorisce la nascita e la crescita della coscienza nazionale. Se la sua forza aiuta la democrazia, la sua debolezza segnala il cattivo stato di salute delle istituzioni e dell’intero corpo sociale. Non a caso, in qualsiasi cambiamento di regime diventa strategico il controllo dei mezzi di informazione. Come hanno presto sottolineato i massmediologi, il pubblico, oggi, viene sommerso, in poche ore, da una quantità di notizie pari a quelle che fino a qualche lustro fa, riceveva in un anno; non è difficile capire che il potere non può (e non intende) rinunciare all’uso dei media. Col tempo, per ragioni facilmente intuibili, ho scelto di orientare i miei scritti verso altre passioni compendiando (e con soddisfazione, devo dire) tipologie testuali quali la recensione (artistica e letteraria) e l’intervista (a poeti e scrittori contemporanei).

   

l’EstroVerso: cos’è e come nasce questo progetto?

l’EstroVerso è un periodico culturale, consultabile al sito www.lestroverso.it, nato nel 2007 edito da  EstroLab, associazione culturale fondata con l’amorevole sostegno del Commendatore Nello Calì. Un nome, l’EstroVerso, per un duplice significato: l’inventiva del verso, pensiamo alla forza creativa della parola, e l’estroversione connaturata al desiderio di condividere, in libertà, due passioni indissolubili: scrittura e lettura. l’EstroVerso, che rivolge peculiare attenzione alle riflessioni critiche, alla letteratura, all’arte e alla poesia, è aperto a un pubblico esteso, senza limiti d’età, tant’è che tra le proprie pagine ospita (anche) la coloratissima rubrica Biblioteca Birichina, dilettevoli consigli di lettura per i più piccoli a cura della scrittrice Anna Baccelliere.  Lo studioso Matteo M. Vecchio de l’EstroVerso,  riscattando e incoraggiando il nostro impegno in direzione di una crescita “sana” e scevra da qualsivoglia condizionamento, ha scritto: “teneramente raffinato, a livello anche editoriale. Per non parlare del livello dei contenuti. Un periodico letterario finalmente estraneo alle consolidate logiche curiali”.

   

Che ruolo ricopri all’interno della rivista? Qual è la vostra struttura organizzativa?

Sin dal 2007, ricopro il ruolo di Direttore Responsabile de l’EstroVerso. Il mio lavoro, da circa tre anni, è affiancato dal poeta e critico letterario Luigi Carotenuto, Segretario di Redazione del periodico. La nostra struttura organizzativa compendia due tipologie di collaborazioni (permanenti e variabili), come si evince anche dalle rubriche. Così, tra le collaborazioni consolidate, piace ricordare: L’Antro della Pizia, narrazioni inedite della scrittrice sarda Savina Dolores Massa; L’Aforisma dello scrittore genovese Claudio Bagnasco; La Recensione di Sandro De Fazi; l’étranger, approfondimenti critici su poesia e poeti stranieri di Davide Zizza; La riva sinistra, traduzioni e commenti critici a testi poetici di autori prevalentemente in lingua inglese e francese a cura di Andrea Giampietro; EscogitArte, accattivanti imbeccate artistiche di Elisa Toscano; Notturni, sguardi critici di Luigi Taibbi; Fotoracconto di Massimiliano Raciti. E, ancora, volendo fare un’incompleta mappatura delle partecipative penne, ricordiamo, oltreché le originali interviste della scrittrice veneta Gabriella Bertizzolo, da Milano, le invitanti riflessioni del poeta Fabrizio Bernini; da Viterbo, Daniele Cencelli con policrome nozioni storico-artistiche; da Catania, Raffaella Belfiore, con urgenti e pungenti temi di attualità. Altre rubriche, poi, come, per fare qualche esempio, l’Editore Racconta, Allo specchio di un quesito, Inediti d’Autore, l’Autore Racconta  e Parola d’Autore, hanno visto e vedono, di volta in volta, il contributo di scrittori, poeti, giornalisti e artisti da tutta Italia e anche dall’estero (pensiamo agli originali contributi della scrittrice e pittrice bilingue Alessandra Brisotto, da Norimberga) che, generosamente, scelgono di collaborare offrendo “con grazia” idee in gemme di scritti preziosi. Rubriche a parte, posto che è impossibile citare tutti gli autori ai quali esprimo la nostra più sincera gratitudine, ringrazio per i recenti contributi Cristina Annino, Rosario Leotta, Luciana Riommi, Giovanni Baldaccini, Dario Borso, Alessandra Carnaroli, Kareen De Martin Pinter, Rita Pacilio, Adriana Gloria Marigo, Sonia Lambertini, Paolo Aldrovandi, Francesca Taibbi e Diego Caiazzo.

    

Carta o web? Il dilemma di chi si avvicina all’editoria periodica.

Scrivere è una passione che mi accompagna sin da bambina. Considero curiosità e ascolto rispettivamente mamma e papà della scrittura che procede, il più delle volte sorprendendoci, libera da qualsivoglia disegno. La scrittura è perlustrazione  rivolta, in egual modo, con l’energica spinta genitoriale, verso noi stessi, verso l’altro, verso l’ambiente che abitiamo o, per meglio dire, che ci abita. È un percorso mai pago, contraddistinto (implicitamente o impensabilmente rispetto ai temi narrati) dall’atavico desiderio di rispondere, in vita, al più oscuro degli interrogativi. “Seppellite il mio cuore nell’era del cartaceo”, lo ha scritto Sebastiano Vassalli in un articolo densissimo (Corriere della Sera, 7 luglio 2013) che focalizza l’attenzione sull’imminente tramonto (epocale) di un’epoca, ovvero quella distinta dall’uso (diffusissimo) della carta. Ci apprestiamo a varcare la soglia dell’era inodore, stampigliata da rapporti cristallizzati nel perimetro di algide stanze appestate da masse non quantificate di radiazioni. Auspico (sogno), a dispetto della travolgente rivoluzione tecnologica, la possibilità di inebriarsi, sfogliando un libro, dell’odore (inconfondibile) sprigionato dalle singole pagine. Ma poi, pensando unicamente alla scrittura, a prescindere dai contenitori, mi dico (confortandomi) che l’unica cosa realmente importante è riuscire a preservarne i contenuti. Per dirla con Gino Roncaglia, autore de La quarta rivoluzione, “Niente paura. Continueremo a scrivere e leggere libri fatti di parole, al di là dei supporti che utilizzeremo”.

      

Puoi raccontarci come avviene il lavoro di selezione degli autori da pubblicare?

luigi carotenutol’EstroVerso ha lo sguardo proteso con curiosità verso la poesia senza limiti di genere, scuole o indirizzi poetici. In generale, ciò che più interessa sono l’originalità stilistica, la capacità emozionale e comunicativa di coloro che scrivono. Detto questo, soffermandoci sulla poesia alla quale (grazie soprattutto al lavoro certosino di Luigi Carotenuto) dedichiamo ampio spazio, piace riportare, condividendone appieno il pensiero, le parole di Daniela Marcheschi, quando dice che come ogni altra attività artistica la poesia richiede una lunga fedeltà, un lungo servizio d’amore, “è distillazione dell’esperienza, è ripensamento della cultura, è fuggire la mutevolezza fatua dei tempi per riattingere al tempo. È questo lavoro durissimo, questo ineludibile qualcosa di più, che distingue un poeta degno del nome da chi si diletta della poesia o la pratica, più o meno consciamente, come terapia delle proprie nevrosi, come sfogo delle proprie frustrazioni”.

    

Per finire, ti chiediamo qualche riflessione sulla “buona poesia”: cosa significa oggi scrivere, scegliere e leggere la poesia?

Chi scrive versi non dimentica, come elabora Jorge Luis Borges in Obra poética”, che ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente cosa gli è stato concesso di scrivere. Altrettanto non dovrebbe dimenticare, quando (se) si occupa di recensirli (come nel mio caso), l’incombente rischio di travisare, stravolgere, deragliare; non dovrebbe dimenticare l’umiltà; non dovrebbe dimenticare il rispetto per coloro che (al di là del “talento”, più o meno riconoscibile o inculcabile) si esprimono con la verità – l’odore ne imprime distintamente le pagine (anche quelle virtuali) – affidando alla precarietà del verbo il proprio frangibile sentire. Chi è il poeta? È un prescelto celeste al servizio della poesia destinato a cogliere (con singolari sensibilità e perspicacia) un dettato prodigioso nella misura della sua stessa imperscrutabilità. In pochissimi, poi, avranno il coraggio di avvicinarsi con scrupolo, con coscienza, nel tentativo di cercare o cercarsi tra le righe. Penso alla poesia “Due righe” di Bartolo Cattafi (Tra cosa e cosa  / due righe buttate là sulla pagina /  ma chi si prende la briga /  di passarci su il dito /  di farsi morsicare da due aspidi /  nell’estate pietrosa?). Quali i poeti amati? Di ognuno c’è sempre qualcosa che piace, di alcuni c’è quel qualcosa in più che ce li fa amare pienamente. Mi riferisco, volendo fare un esempio, alla poetessa Antonia Pozzi (alla quale ho dedicato un editoriale che riporto in parte, su l’EstroVerso) e ai suoi versi inazzurrati dal candore della fede. Versi ardimentosi, ardenti, amabili, abbaglianti. Un etere liricamente compiuto quello dell’imperitura poetessa, giovane genitrice di un’estesa (moderna) riflessione sui misteri esistenziali, le fatali commistioni tra letizia e dolenza, la cecità dell’incomprensione sebbene, «come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita», il tempo scivoli via impietoso. Cosa significa leggere poesia? Eugenio Montale, nel 1975, in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per le Lettere, intervenne porgendo una distinzione essenziale tra la poesia che scorta il clamore del tempo, vive nell’effimero della cultura di massa acustica e visiva, e la poesia che sorge quasi per miracolo, vive ignorata, ma contiene in sé la capacità di imbalsamare tutta un’epoca, restituendone l’essenza attraverso la virtù del linguaggio. Questa premessa per dire che è proprio sulla poesia onesta, pedagoga, libera da qualsivoglia schiavitù, capace di serbare un intero tempo storico che bisognerebbe soffermarsi per osservare che la poesia (semplicemente) è la vita. Leggerla, pertanto, significa accostarsi all’esistenza imparando a riconoscere e riconoscersi nello sguardo altrui.

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4 thoughts on “Intervista a Grazia Calanna”

  1. Grazie a te! al tuo impegno e alla tua passione competente. Cose molto rare, oggi. E sono sicura che darai, con il “certosino” Luigi, in
    formazioni, spinte ed esmpio utili a tutti noi.
    Un abbraccio di cuore, Grazia!
    Cristina.

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