Intervista a Luigi Fontanella

Intervista a Luigi Fontanella a cura di Claudia Zironi.

   

   

Benvenuto su Versante Ripido, Luigi e grazie per avere accettato di farsi intervistare.

Innanzi tutto riportiamo qualche sua sintetica nota biografica per introdurla ai nostri lettori:

Foto di Dino Ignani, Roma, Ass. Culturale Aleph, 17 gennaio 2014. in occasione della presentazione di Disunita ombra di L. Fontanella
Foto di Dino Ignani, Roma, Ass. Culturale Aleph, 17 gennaio 2014. in occasione della presentazione di Disunita ombra di L. Fontanella

Luigi Fontanella è ordinario di Lingua e Letteratura Italiana presso la State University di New York. Poeta, narratore e saggista, tra i suoi titoli più recenti: L’angelo della neve. Poesie di viaggio (Mondadori, Almanacco dello Specchio, 2009); Controfigura (romanzo, Marsilio, 2009); Soprappenseri di Giuseppe Berto (Aragno, 2010); Bertgang (Moretti & Vitali, 2012, Premio Prata, Premio I Murazzi); Migrating Words (Bordighera Press, 2012); Disunita ombra (Archinto, 2013). Dirige per la casa editrice Olschki la rivista internazionale di poesia italiana “Gradiva” e presiede la IPA (Italian Poetry in America).

   

Poiché in rete esistono già diverse interviste che riguardano la sua attività poetica, così come l’attività che svolge con Gradiva e con IPA e poiché su Versante Ripido abbiamo affrontato in varie forme il tema “che cos’è la poesia”, “chi è il poeta”, “le forme della poesia” sviscerando miti, luoghi comuni, direzioni da intraprendere, vorrei porle domande specifiche per conoscere la sua opinione in merito. A proposito di quest’ultima declinazione – “le forme della poesia”, nel numero del mese di gennaio abbiamo proposto il tema “migrazioni” e abbiamo pubblicato un suo saggio-racconto su Alfredo De Palchi, poeta emigrato in America, e lei stesso è un “emigrato”, vorrei dunque continuare il discorso allora iniziato ponendole anche domande sulla “poesia migrante”.

Incentreremo dunque l’intervista su un confronto fra il Poeta italiano, il Poeta americano e il Poeta Fontanella.

    

In Italia il Poeta vive quotidianamente una dicotomia fra il luogo comune e la realtà. Nell’immaginario collettivo il Poeta è un pazzo, sognatore, romantico, inintelligibile, emaciato, intellettualoide snob; la Poesia può essere composta da chiunque in un momento di ardore o di depressione e non è un genere da prendere in considerazione per un acquisto in libreria. I media parlano di Poesia solo in occasione di eventi o di gossip. Il luogo comune rende il Poeta un “paria” del mondo letterario e un  oggetto di derisione. La realtà ben diversa è che il Poeta è uno studioso e un artista, spesso molto concreto e con i piedi per terra, combattuto fra il tenere nascosto il proprio talento per non incorrere nel luogo comune e l’ambire a vivere della propria arte.

Negli Stati Uniti la figura del Poeta è soggetta alla stessa dicotomia? Lei in quanto poeta si sente parte di una “minoranza discriminata”?   

Il suo “prologhetto” mi trova sostanzialmente d’accordo. Quanto alle domande finali: non mi sembra che la figura del poeta negli Stati Uniti sia soggetta alla “dicotomia” cui lei fa riferimento. Il poeta negli States è da sempre un intellettuale che si potrebbe dire eserciti due professioni simultanee: da un lato quella dello scrittore in proprio e dall’altro quella del docente di scrittura creativa (creative writing). Esistono cattedre in tal senso in quasi tutte le università e college americani; esse fanno in genere parte dei Dipartimenti d’Inglese. Quasi ogni ateneo americano ha un proprio Poetry Center o Poetry Room, il cui direttore o la cui direttrice, come published poet,  svolge allo stesso tempo anche attività didattica. È una tradizione anglosassone che purtroppo non ha attecchito in Italia, salvo qualche rarissima eccezione.

Sull’altra domanda – ossia se io mi senta parte di una ‘minoranza discriminata’ – non posso che risponderle affermativamente: prima di tutto perché scrivo in italiano (sono a tutto gli effetti uno scrittore e intellettuale italiano prevalentemente residente in un Paese che non è il mio) e opero all’interno di un sistema linguistico anglofono; secondariamente perché trascorro due terzi dell’anno fuori d’Italia, fuori, cioè, da tutti i “costumi” degl’italiani (per dirla con Leopardi) e certi giochi di potere che caratterizzano la nostra civiltà letteraria. Ma questa “discriminazione” ha un vantaggio: mi permette di analizzare e valutare la situazione (anche per il mestiere che svolgo come docente di letteratura italiana moderna e contemporanea della quale devo essere, pour cause, al corrente) con maggiore serenità e obiettività. Per me si tratta, in fondo, di convivere con due esperienze esistenziali e culturali parallele, talora intersecantisi: quella italiana (ho studiato in Italia alla Sapienza, allievo a suo tempo di Giacomo Debenedetti – mi sono poi perfezionato ad Harvard – , e trascorro in Italia dai quattro ai cinque mesi all’anno) e quella americana, dove la seconda realtà ha la funzione di gigantografare la prima, metterne in luce le contraddizioni, gli sviluppi e le proiezioni del proprio presente e del proprio futuro. C’è da aggiungere che il vero poeta ha da sempre ricoperto una posizione scomoda e conflittuale verso il “sistema” socio-politico nel quale si trova ad agire; poeti come Dino Campana, Pier Paolo Pasolini, Lorenzo Calogero – tanto per fare solo qualche nome – l’avevano capito benissimo.

   

In Italia al Poeta non è al momento riconosciuta una rilevanza sociale vera e propria anche se non mancano gli sforzi degli addetti ai lavori per andare in direzione opposta. Negli Stati Uniti lei verifica la stessa situazione? Quale strada bisognerebbe intraprendere secondo lei per uscire dall’empasse?    

Ho in parte già replicato a questa sua domanda nella mia risposta precedente. Aggiungo che al poeta non è riconosciuta una “rilevanza sociale” anche perché c’è stata una progressiva disaffezione del pubblico (anche quello colto) verso la poesia. Probabilmente una delle ragioni di questa disaffezione è perché in questi ultimi decenni si è assistito a una massiccia proliferazione di scriventi. Il numero di questi scriventi è inversamente proporzionale a quello dei leggenti, con il risultato che la poesia è diventata chiacchiera, sfogo, semplice esternazione, magari per via telematica (a questo proposito mi permetto rimandare il lettore a un mio saggio recente: Il poeta internauta. La poesia italiana nell’era digitale in “Poeti e Poesia”, n. 25, aprile 2012). Insomma, si è assistito a quella che Ezio Raimondi,  pochi anni prima che ci lasciasse, ha definito “la polverizzazione della letteratura italiana”. Per uscire da quest’impasse bisognerebbe innanzi tutto che la Poesia riacquistasse la sua funzione educativa a partire dalla famiglia, in cui crescono i ragazzi, e dalla scuola primaria e secondaria.

    

IFAl Poeta oggi si impone di essere anche artista multidisciplinare, critico, recensore, promotore, pubblicitario, editore, venditore, agente di se stesso, lettore performer e a volte saltimbanco. La responsabilità di ciò si può probabilmente ricondurre ad un mercato che è diventato difficilissimo e a un’editoria di settore inadeguata a raggiungere i lettori. Il Poeta Luigi Fontanella si occupa di più di scrittura o di attività accessorie? Come sarà secondo lei il Poeta del futuro?   

Io mi occupo della Parola, perno ineludibile su cui ruota la letteratura. Ogni attività accessoria condotta per esempio attraverso gli strumenti tecnologici può essere solo “aggiuntiva”, ma non può sostituirsi alla ricerca e alla riflessione personale, alle letture cruciali formative, allo spirito di curiosità e capacità inventiva che ogni poeta dovrebbe possedere, alla capacità infine di lasciarsi sorprendere dalla realtà, in modo da trarne spunti ispirativi, sapendola guardare – la realtà – attentamente e non soltanto vedere passivamente. In quel verbo “guardare”, che in francese contiene appieno tutta la sua forza semantica (regarder come “guardare” ma anche come “custodire”) c’è praticamente tutto il mondo potenziale della poesia.

    

Lei ha qualche consiglio da rivolgere ad autori ed editori italiani per ridare vitalità alla diffusione poetica.   

Non credo che occorra “ridare vitalità alla diffusione poetica”.  A mio avviso ce n’è  perfino troppa, disseminata attraverso Intenet, attraverso miriadi di premi, molti dei quali inutili, e attraverso editori cinici che ci speculano ignobilmente.  Bisognerebbe avere il coraggio di puntare – quanto alla diffusione – solo sulla qualità, non sulla quantità.

   

Possedere più lingue significa possedere più mondi?  In che rapporto vivono i suoi mondi?   

Avere la fortuna e la volontà di possedere più lingue non solo permette di espandere il nostro bagaglio conoscitivo ma consente di mettere in relazione più mondi e più antropologie culturali; consente anche di rendere la nostra espressività creativa più mobile e polisemica.

    

Perché il pubblico ama le sue Poesie, Luigi?    

Non so quale e quanto pubblico ami la mia poesia. Mi piace pensare che questo pubblico possa amare e percepire la mia poesia per quei valori che la sottendono e ai quali credo fortemente, a prescindere dai risultati, diciamo così, estetici; e cioè lo stato di libertà, curiosità e reattività verso la realtà che mi circonda; la capacità, come dicevo poc’anzi, di farci sorprendere dalla vita e contribuire – se possibile (Ungaretti ci credeva intensamente) -,    anche attraverso la poesia, a migliorare il mondo.

     

Per concludere vorrei proporre qui di seguito alcuni suoi versi emblematici, utili a inquadrare in modo immediato la sua poetica e il lavoro di una vita:    

Difficile scegliere i versi di una sola poesia “utili a inquadrare la mia poetica e il lavoro di una vita”.  Visto che siamo in piena primavera le trascrivo questa mia breve poesia, ch’è solo un “campioncino” minimo di tutti i versi che sono andato pubblicando in tante raccolte. È tratta dal volume L’azzurra memoria. Poesie 1979-2005 (Moretti & Vitali, 2007).

    

Era tanto che
come stasera
non sentivo questo
soffio di rinnovata primavera.
Tanto che non m’appropriavo
di questo albume calmo di rinascita…
Dov’ero stato tutto questo tempo?

Tornano a rinverdirsi
i rami della rosa
come ad offrire esilio
per gli impuri.
Tutto quanto abbiamo amato intorno a noi
non cesserà mai d’esistere.

     

Aprile 2014

IF

6 thoughts on “Intervista a Luigi Fontanella”

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