Intervista a Maria Grazia Calandrone, a cura di Elisabetta Sancino: solo la fine è infinita

Intervista a Maria Grazia Calandrone, a cura di Elisabetta Sancino: solo la fine è infinita.

    

     

La riflessione sull’inscindibilità tra vita e morte attraversa tutta la produzione di Maria Grazia Calandrone, i cui testi ruotano talvolta intorno a una perdita personale, rivissuta attraverso istantanee di vita quotidiana, allusione a luoghi o semplici gesti che, se rievocati dopo la morte della persona cara, assumono una valenza quasi mitica e diventano anche occasione di dialogo con chi non c’è più. Talvolta, però, sono le vittime di catastrofi naturali, incidenti o episodi di violenza efferata ad offrire lo spunto per una poesia di denuncia, che trova ampio spazio anche nel suo ultimo libro Giardino della gioia.

     

D – Molti dei tuoi testi sono incentrati sul tema della morte vista come passaggio o rinascita, nuova vita dalla quale riemergeremo come forza naturale, “alberi dai frutti rossi e non finiti, mai finiti, infiniti”.  Nella “Poesia-sudario per Genova” la chiusa è più amara: “senza nome e cognome toneremo cose tra le cose, senza involucri e senza nostalgia ritorneremo all’indifferenziato delle stelle”. L’idea che abbiamo della morte muta a seconda degli stati d’animo o anche delle fasi della vita che stiamo attraversando?

R – In realtà le due poesie manifestano lo stesso atteggiamento nei confronti della morte: essere senza nome e cognome equivale a essere alberi, ovvero liberi dall’io come gli alberi, che sono attraversati dalla vita, con tenacia, e basta. Esistono e basta. O, al contrario, non esistono, e basta. Senza lagni. L’immagine del primo testo mi è stata suggerita dall’Elegia orientale di Aleksandr Sokurov, un film di poesia nebbioso e lirico, purtroppo ormai introvabile, dove i personaggi sono saggi e lontani, quasi astratti e pieni di dolcezza.

     

D – Nella tua ultima raccolta ci sono diversi componimenti dedicati a fatti di cronaca nera particolarmente efferati, dove è la brutalità della morte ad essere protagonista. Come mai hai deciso di affrontare temi così scomodi, che per alcuni sono incompatibili con la poesia?

R – Come molti prima di me, mi sono impegnata a scavare le radici del male, dunque ho cercato di identificarmi con gli assassini e, per farlo, ho letto centinaia di pagine di documenti processuali, ho guardato interviste e telegiornali d’epoca fino a stare fisicamente male. Onestamente, è servito soltanto a confermare quel che già avevo compreso scrivendo della Shoah: in alcuni esseri umani, a un certo punto, avviene un click profondo, che spegne qualsiasi loro capacità di sentire l’altro. Proprio come girare un interruttore. Purtroppo, non ho compreso perché questo avvenga, forse semplicemente – e atrocemente – non esiste un motivo e, per esprimere questa totale e sconvolgente assenza di motivazione di certo assassinio, ho scelto il caso emblematico di Pietro Maso. Per ciò ho trovato deludente la spiegazione psicoanalitica del male che viene data nel pur bellissimo film Joker. A volte il male non ha cause, anch’esso esiste e basta, e colpisce a caso. Eppure, non è facile accettare la casualità, siamo sempre in cerca di senso, di spiegazioni. Dunque, se intendiamo la poesia come vicinanza e indagine nell’umano e come specchio anche bruciante di noi stessi, mi pare che questi temi la riguardino profondamente. Non credo che possiamo essere consolati e felici se prima non affrontiamo mostri e fantasmi, di dentro e d’intorno.

      

D – Recentemente hai curato per LietoColle l’antologia “La forma dell’anima altrui” dedicata a Seamus Heaney, che nella silloge “North” celebra i corpi miracolosamente conservatisi nella torba dall’età del ferro e tornati alla luce quasi intatti. Anche in alcune tue poesie colpisce l’attenzione al corpo del defunto, osservato e descritto in versi nei quali il dato oggettivo, reso con precisione spietata, da anatomopatologa, si fonde con un lirismo struggente. La poesia può dunque provare ad esprimere la verità di quello che la scienza si limita a descrivere?

R – Scienza e poesia nascono da un’uguale inclinazione nei confronti della così detta realtà, che è cosa diversa dal reale. L’atteggiamento del poeta che osserva il mondo è molto simile a quello dello scienziato, con la differenza che lo scienziato è costretto a dimostrare quanto afferma per via sperimentale, mentre al poeta è richiesta la sola via intuitiva, non si pretende che un poeta sappia ripetere in laboratorio l’intuizione che l’ha portato a scrivere un verso che contempla l’invisibile. Dunque, ai poeti è concesso di unire con le proprie parole cose evidenti a cose inspiegabili, il piano dell’evidenza oggettiva con quello dell’evidenza soggettiva. Inoltre, la terminologia scientifica è spesso altamente poetica. Pensiamo ai nomi degli alberi, degli uccelli o, appunto, ai nomi dell’anatomia. Alle cose sono già stati assegnati nomi bellissimi. Basta usarli.

     

D – Borges dice che “quando gli scrittori muoiono, diventano libri” e del resto la creazione artistica è, tra le altre cose, un tentativo di lasciare nel mondo qualcosa che ci sopravviva e ci renda in qualche modo eterni. Ci sono, a tuo avviso, alcuni poeti ingiustamente dimenticati e che andrebbero riscoperti o meglio valorizzati?

R – Nella Nobili, una persona straordinaria, cent’anni più avanti della propria epoca, alla quale ho infatti dedicato le mie energie curandone l’opera, inedita in Italia dal 1948.

      

D – In “Veglia alla cenere”, i piccoli rituali di ogni giorno, come prendersi cura del basilico o aggiungere il sale, ci aiutano a ricordarci che siamo ancora vivi, anche dopo la perdita di una persona cara. In un altro testo scrivi che “è per questo/raggio di sole sulle stoviglie/per la quieta solitudine/delle cose/e per il luminoso stare delle cose in se stesse/che rimaniamo vivi”. Più che alle riflessioni filosofiche o alla religione, ci si può dunque affidare alla poetica del quotidiano per esorcizzare la paura della morte e vivere con maggior pienezza il tempo che ci è concesso su questa terra?

R – Come ho detto per i nomi scientifici, le cose e i loro nomi sono già bellissimi. Basta guardare, dando a questa parola l’intonazione che le ha dato Wittgenstein. Se fossimo capaci di accorgerci di essere vivi – tema che torna continuamente in Giardino della gioia – saremmo persone nuove. Perché constateremmo l’evidenza che non vediamo, cioè che essere vivi ci offre infinite possibilità e sta a noi smettere di lamentarci e fare della nostra vita qualcosa che ci piaccia e che, magari (magari!), sia utile. Proprio in questi giorni sto scrivendo, per «Terre des hommes», la storia dell’indiana Nandhini, una ragazzina che, presa dalla passione per i libri, a 14 anni ha rifiutato il tradizionale matrimonio combinato e adesso è in Italia e studia per diventare medico. Nandhini ha sfruttato al meglio l’opportunità di essere viva, qui e adesso, sradicando in un gesto (telefonare all’Associazione) una tradizione millenaria e oggi, a sedici anni, è in prima linea per la liberazione di altre bambine come lei.

     

D – La tua è spesso una poesia di denuncia, una poesia “politica” come tu stessa dici, eppure in molti testi prevale la funzione consolatoria, quasi a voler suggerire al lettore la possibilità di una via d’uscita dalla paura e dal dolore grazie al potere salvifico della parola. È così?

R – La poesia ci salva soprattutto dalle illusioni su noi stessi, ci smaschera, ci mette davanti alle nostre ombre e ai nostri desideri. In questo senso, sì, “consola” sapere che altri prima di noi hanno sentito come noi. E ne hanno fatto bellezza perché, appunto, nonostante tutto, hanno saputo vedere la scaglia – o la via maestra – di bellezza nell’orrore del mondo, che da ultimo a certa politica piace tanto sbandierare, per farci paura. Invece, abbiamo bisogno di fiducia. Nel mondo, non certo nell’uomo forte che ci salva da pericoli inesistenti, strombazzati apposta per rastrellare voti. Eros e Priapo di Gadda insegna ancora molto sul presente. E allora, concludiamo che la poesia è politica anche quando “consola”.

     

Ringraziando Maria Grazia Calandrone per la sua grande disponibilità, proponiamo di seguito una scelta delle sue poesie dedicate al tema della morte.

 

MADREALFA

Eri una ragazzina di campagna che si faceva bella coi vestiti neri e gli orecchini.
Prima di te, filtravano le luci da acquario di corridoi dell’ospedale.
Poi, il tuo corpo sboccava dal  buio e portava ogni cosa che al mondo
c’è da sapere.

Facevi la donna di servizio nella Milano dell’immigrazione. Quando arrivavi
a notte alta, forse ancora una vota sconfitta, chi dice “io”
in questa poesia, percepiva di te
solo i frammenti di proprio interesse,
gli occhi lavati come gocce d’ambra e il seno illeso.

Dicevi “un giorno saprai”, oppure “Non ti preoccupare
Di sapere”, ma certamente il tono ti tradiva. Non so altro che questo non sapere.

L’indagine fallisce. Sono carne
che si rigenera ogni sette anni e, senza volontà
che non sia il voler viver di ogni singola
cellula, cancella a fondo. Incluso il pianto di una concubina
di ventinove anni, che il mondo ha spinto in acqua. E stato a causa della solitudine
di ogni animale, è stato allora, mentre
ti allontanavi che ho preso la decisione (politica, ontologica) di avere fiducia.

Guarda cos’è successo alla mia vita. Avevo la bontà degli animali
trascinati in guerra. Tanta gente bellissima
ci ha divise. Nessuno
ha mai voluto farmi veramente male. Ma lo hanno fatto, perché anche loro erano morti tutti
da tanto, dopo una gioia un po’ stenta, ma comunque gioia. I benpensanti
sono armi spianate, uccidono anche i morti. Si tratta di fascismo naturale, quella che chiamiamo
“normalità”.

Dopo che mi hanno tirata su dall’acqua del fiume mi hanno portata a casa su un autobus di linea, tanta
fu la vergogna. Dai finestrini ho visto
l’arsa bellezza delle mie montagne allontanarsi
come la superficie di una stella, ho conosciuto
la crudeltà del paesaggio
e la crudeltà del perdono.

Sopra i corpi trascinati in guerra
resiste una mancanza di confine, bianca
come le suole dei bambini

     

Da Giardino della gioia, Mondadori, Milano 2019

*

POESIA-SUDARIO PER GENOVA 14 AGOSTO 2018

Il sudario si chiama sudario
perché assorbe gli umori
dei morti. Viene deposto
sul volto, per nascondere allo sguardo dei vivi
il lavorio della morte
nei lineamenti amati, le enfiagioni
e lo scavo finale, la riduzione all’osso, che riporta
la materia conclusa di un corpo nel non finito dell’altra
materia, all’indistinto delle zolle e degli astri.
Il sudario è deposto per pudore
sul volto, perché quel volto smetta di finire
sotto i nostri occhi. Così vorrei
che le parole, poiché non possono asciugare davvero
neanche una goccia
del vostro sangue, ricordassero almeno
la vita, il celeste profondo
o la rosa canina fra i paranchi
che vi ha fatto sorridere
per la sua ostinazione di essere viva
nel cantiere perpetuo del porto
luminoso di sole morente
o l’altro sole, la grandezza radiale dell’alba
sollevata tra guizzi di reale come un rinascimento.
Mondo contemporaneo, che vai a morire
tra i gabbiani delle periferie,
sotto la rotazione della via lattea come una verde insonnia dell’universo
che non ci guarda, mondo che sei questo infinito esistere che non contempla
i mortali, senza nome e cognome torneremo cose
tra le cose, senza involucri e senza nostalgia ritorneremo
all’indifferenziato delle stelle. Ma adesso, adesso
che siamo vivi

    

Da Giardino della gioia, Mondadori, Milano 2019

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GIOIA

l’intelligenza elettrica che tiene insieme gli atomi del corpo
e della sedia dove il corpo siede
è gioia

e gioia è il rombo della rotazione
di espansione e coesione
extragalattiche, gioia il boato

che fa collidere le stelle, perché formino l’antimateria che ci porta
dove non c’è più peso
e dove i morti sono accanto
a noi, vicini ai pochi
che ameremo per sempre

fino a conoscere che niente,
nessuno, in nessun luogo mai
è perduto per sempre.

    

Da Io sono gli altri, Stampa 2009, Milano 2018

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VEGLIA ALLA CENERE

Dare l’acqua al basilico
aggiungere una manciata di sale grosso
all’acqua di cottura
sono gesti che bastano, per ora,
a distinguerci da quello che muore.

     

Da  Giardino della gioia, Mondadori, Milano 2019

*

PERSONA

una persona è quello che rimane quando è lontana
un pianeta portato a termine
nell’indifferenziato della vita reale

teneva il mare dalla parte del cuore
senza darlo a vedere. l’ho vista di sfuggita, alzava il sopracciglio, scuoteva
appena la testa.
le auguro di attraversare indenne
Il caglio incandescente delle nuvole. le auguro di trovare il sole, nella sua
città senza mare,
come quando scrivevo vedrai che quando torni ti faccio trovare
                                   la luce che ti piace

      

Da Io sono gli altri, Stampa 2009, Milano 2018

*

     

Maria Grazia Calandrone è poetessa, drammaturga, performer, organizzatrice culturale, autrice e conduttrice di programmi culturali per RAI Radio 3, scrive sul “Corriere della Sera” e tiene laboratori di poesia nelle scuole e nelle carceri. Vincitrice del premio Montale per l’inedito nel 1993, ha pubblicato numerosi libri di poesia, tra i quali – per Crocetti – La scimmia randagia (2003, Premio Pasolini Opera Prima), La macchina responsabile (2007), Sulla bocca di tutti (2010, Premio Napoli), Serie Fossile (2015) e Il bene morale (2017). La sua ultima raccolta è Giardino della gioia, Mondadori, 2019.

 

     

Ksenja Laginja, Macerie

 

 

 

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