Intervista a Patrizia Dughero

Intervista a Patrizia Dughero, a cura di Claudia Zironi.

 

                        

Benvenuta su Versante Ripido, Patrizia. Sinceramente con un profilo complesso ed eclettico come il tuo fare un’intervista non è facile, bisogna capire da dove partire e dove andare a parare cercando di non farsi sfuggire nulla. Ci proverò, grazie per avere accettato l’intervista.

                    

Direi di cominciare parlando della tua vita: puoi raccontarci il tuo percorso di donna, di persona, di artista, di imprenditrice e di editrice?

Grazie a te, Claudia. Non è facile parlare di sé, condensare esperienze di una vita intera, ma posso dire che hai centrato in pieno, il percorso è frastagliato, cosa di cui non mi sono mai fatta un vanto. Non mi ha giovato né sul lavoro, né con le amicizie. In effetti questa attitudine al cambiamento è ciò che mi è stato dato, mi sono sempre dovuta adattare e, insieme a mia sorella e alla mia famiglia, abbiamo dovuto rendere agevoli i frequenti cambi di destinazione di mio padre, per il suo ruolo di ufficiale, in Finanza. A diciannove anni avevo già cambiato 11 città e 13 case. Ho trasportato questa qualità fluida e adattabile nel lavoro ed in certe attività, ma non sul senso di dedizione e di cura degli affetti più profondi, come per mia figlia e per i miei, o nelle idee e nei progetti da portare a termine, dove dicono che sia una roccia. Fin da piccola ho desiderato confezionare libri e per la conservazione di libri abbiamo fatto anche sacrifici, di spazio o di scelte abitative: una specie di mania da collezionista, ereditata dai miei. Ma apprezzo anche i nuovi formati elettronici e penso che un mezzo non infici l’altro, anzi il contrario. È la passione che conta. Molti credono che occorra un grosso investimento per una casa editrice, ma non è così, conta l’esperienza e la professionalità. Così come nella scelta di un titolo conta l’idea, più che il vantaggio, l’empatia a volte, e poi il progetto. Se ci sono questi ingredienti, allora si può capire e rispettare il lavoro che precede il tuo, la stesura dell’autore, il cosiddetto manoscritto, e il lavoro che viene dopo, quello del grafico (affascinante collegamento semantico/visivo, di parola e manufatto), e infine, non per importanza, la comunicazione e la divulgazione (per quanto mi riguarda il lavoro più difficile). Una mente progettuale, la mia, che fin da piccola mi è stata scoraggiata, perché considerata poco attaccata alla realtà e alla concretezza. Ho dovuto fare tanta esperienza per diventare ostinata nelle mie scelte. Come la scrittura, che ho sempre praticato, in sordina, fogli o taccuini nei cassetti, sempre legata ad un senso autobiografico e di memoria familiare e di territorio, ad un certo punto è uscita prepotentemente dalle stanze. Non è molto che ho rivalutato le mie paterne origini friulane, dove fin da ragazzina comunque m’immaginavo vecchia ad abitare nella casa di nonna, a scrivere una grandiosa genealogia di donne tra vere storie determinate da uomini, troppo facilmente e precocemente scomparsi. Queste attitudini mi hanno spinto a studi umanistici, che restano per me un pilastro, una risorsa ineliminabile. Anche quando mi sono trovata a svolgere lavori molto pratici, a volte anche umili. Terminato il liceo classico avrei dovuto iscrivermi a Giurisprudenza, mio padre ne era proprio convinto e io tentata, ma le furiose divergenze ideologiche, i miei orgogli e le mie ingenuità mi hanno spinto naturalmente verso quanto poteva accogliermi come rifugio, le letterature e le arti. Non dimentichiamo poi che nei primi anni ottanta scrivere poesie non era in voga come adesso, potevi esser tacciata d’intimismo, soprattutto se eri una militante. Laurearmi in Arti Visive è stata comunque la conclusione della mia carriera universitaria, che ben volentieri avrei voluto continuare e costruire con lo studio costante, una delle cose che più amo. Ora invece il mio rimpianto più forte è quello di non aver fatto giurisprudenza, per occuparmi, come ricerca e come narrazione, di verità. Il senso di giustizia è ciò che mi ha lasciato mio padre. Mia madre ancora m’ispira quella magica risorsa che sta nella bellezza e uno straordinario “sentire”.

               

Patrizia artista: senti di più le arti figurative o la poesia? La tua forma espressiva principale è quella figurativa o quella poetica? In te convivono più artiste?

Non mi considero un’artista, ma un’artigiana. Infatti anche in campo visivo, ho avuto modo di svolgere un lavoro dove essere artisti può costituire un impedimento, restauro murario, un’esperienza fondamentale. Le teorie del restauro dovrebbero essere maggiormente divulgate, potrebbero essere esportate anche in altri campi e in Italia costituire un toccasana, un cambiamento adeguato. Cerco di sussurrarlo nell’ultima raccolta, Reaparecidas. Allo stesso modo di come affrontavo un muro o di come sapevo si impiatava un cantiere, affronto la costruzione di una silloge o di un racconto, e spennello, consolido, tolgo stucco, aggiungo colore in una poesia. Inoltre, essendomi laureata in fenomenologia dell’arte, rimango fedele all’idea che lo sguardo, che si tratti di quello ontologico o meno, è il punto di partenza e ciò che permea ogni forma d’espressione.

                    

La tua poetica: puoi ora sintetizzare una breve “dichiarazione di poetica”?

È sintetizzabile in due locuzioni: La militanza della memoria e L’impegno del linguaggio. La prima, coniata da Vera Vigevani Jarach, una Madre de Plaza de Mayo, condensa un tema che si dispiega su più fronti che si intrecciano inevitabilmente, e il cui “il materiale del contenuto” è ascrivibile al campo storico, fenomenologico, del diritto, politico e sociale, letterario e anche della poesia, sostanzialmente la mia “urgenza”. La seconda, fissata da Ingeborg Bachmann, da me adottata come “madre poetica”, sta ad indicare che non è la bellezza, lo sperimentalismo, la novità, ma l’impegno teorico a determinare la qualità di una pagina di letteratura – e che l’impegno teorico si costruisce solo attraverso la cura maniacale del linguaggio.

 

L’impegno sociale: 24marzo Onlus, 100thousand poets for change. Si può dire che tu ti esponga in prima linea per la giustizia e per il cambiamento. Ci puoi parlare di queste attività e di come pensi che l’arte possa essere funzionale all’impegno civile?

Le mie biografie sia all’interno dell’associazione 24marzo, che si sta  occupando nuovamente dei processi ai responsabili delle torture e delle desapariciòn, estendendo il territorio d’indagine ai vari paesi interessati dal Piano Condor, il Cile e l’Uruguay soprattutto, con importantissime connessioni che riguardano la nostra tragica vicenda nazi-fascista, sia nel gruppo dei 100TPC, dove ultimamente sono stata impegnata con svariate mansioni, si riferiscono al mio lavoro di poeta.
Purtroppo sappiamo bene che in Italia questo non può essere considerato né un lavoro, né un’attività da svolgere a tempo pieno, diversamente che dal pittore, ad esempio. Ma l’arte di scrivere deve essere considerata a mio parere non come un luogo di sola autoreferenzialità, che la condizione suddetta induce, ma anche una sorta di dovere. La poesia e il racconto sono le forme letterarie più funzionali all’apprendimento della storia e diventano quindi anche lo strumento fondamentale per la trasmissione di memoria e per tentare di sconfiggere l’estinzione linguistica e culturale di certe tradizioni o di certi popoli. Per non parlare del giallo o del noir, che riescono ad anticipare la letteratura d’inchiesta e il giornalismo. Ci sono strumenti precisi per affrontare questi domini, delle tecniche che possono aiutare il talento: purtroppo spesso, ultimamente, i poeti giocano a fare i giornalisti, i quali a volte improvvisano inchieste “emotivamente impegnate” senza averne il talento, ecc. Ma possiamo ancora cambiare, lasciando depositare gli errori.

                      

L’editoria: come è nata Qudulibri?

L’editoria, che ha come fondamento la consegna su carta di informazione e di nozioni in una forma il più possibile completa, che non necessariamente vuol dire codificata e accademica, deve avere tra i suoi doveri quello di provocare scossoni intellettivi, non solo attraverso la divulgazione di opere oggettivamente toccanti che affrontano temi di attualità o di forte impatto emotivo, ma anche ripercorrendo e sviscerando tematiche per noi lontane sia dal punto di vista temporale che geografico. I diritti umani, termine generico perché non era mia intenzione fare un’editoria di genere (e mi scuso per il gioco di parole) hanno sempre costituito un tema di forte impegno personale, proprio a ragione della scarsa considerazione che stanno ricevendo e hanno ricevuto nelle recenti epoche storiche: la conoscenza dei fatti ha grande importanza, altro dovere dell’editoria. Con questo desiderio di coinvolgimento nasce la mia casa editrice, partendo dalla pubblicazione di volumi sulla tragedia dei desaparecidos argentini e volendo continuare ad ascoltare voci che vengono da lontano (la prossima novità editoriale tratterà il tema dell’emarginazione culturale degli aborigeni australiani). Come nelle proprie poesie, anche nel lavoro editoriale, penso occorra affrontare ciò che si conosce o che si è incontrato, in una parola ciò che si sente. Solo così si possono contestare, possibilmente dialogando, i colossi editoriali.

 

Il catalogo di Qudulibri: un catalogo ristretto, quali sono i criteri di scelta degli autori e degli argomenti da pubblicare?

La ristrettezza del catalogo non è solo motivata da una scelta precisa e molto ponderata degli argomenti da trattare e dai generi da pubblicare. Essa dipende anche dal fatto che la casa editrice è costituita da due persone (il mio compagno e me). Soprattutto dipende inoltre dal desiderio di volersi concentrare sugli autori, sui titoli in lavorazione sia nella parte redazionale che in quella della divulgazione attraverso le librerie e le presentazioni, per cercare di far uscire un’opera che rispecchi il più possibile i progetti dell’autore e dell’editore. Questo il motivo per cui quando esce un libro cerchiamo di presentarlo e promuoverlo con un grande impegno negli spostamenti e nell’organizzazione degli eventi.

                     

La buona editoria: cos’è per te?

Far restare un libro in vita per tanto tempo. Lavorare perché esso venga divulgato, presentato, letto anche dopo anni dalla sua pubblicazione. Il peggior nemico del libro e della cultura è colui che dice: “il libro è morto dopo sei mesi dalla sua uscita”. Niente di più terribile. La tecnologia ora offre la possibilità di leggere non più solo attraverso la carta ma anche attraverso nuovi strumenti quindi questo deve costituire un vantaggio per la divulgazione delle informazioni contenute nel volume. La compulsione nella pubblicazione di tante opere solo per ottenere un catalogo nutrito, con più titoli possibile, diventa un’operazione che svuota il lavoro intellettuale e gli fa perdere valore.

                       

Il futuro: nel futuro come ti vedi? Con in mano un “fucile”, una penna, un pennello o un libro da prima nota?

Con un bel fucile inutilizzabile, come quello di mio nonno Pietro, e le mie mani volonterose.

                          

Grazie Patrizia, speriamo di ospitarti ancora presto con i tuoi versi.

Grazie a te Claudia, per le domande così centrate, che mi hanno indotto a cercare sintesi e nessi al tempo stesso. Sarò lieta di essere con voi anche con le mie poesie.

                  

dughero

2 thoughts on “Intervista a Patrizia Dughero”

  1. Se far restare in vita un libro il più possibile è buona editoria, lascio qua sopra quanto scrissi direttamente all’autrice a proposito del suo Le stanze del sale.

    Il corpo umano è composto per la stragrande maggioranza da una combinazione di acqua e sale, il corpo umano è acqua di mare. Leggere, ancor più integrarsi come si conviene per ogni sana lettura poetica, “Le Stanze del Sale” di Patrizia Dughero, ha rappresentato una serie di momenti di quiete e carta vetra. Come, dopo mezze ore passate in acqua, toccare la scabra consistenza di uno scoglio e le mani, tenere d’acqua, esserne testimoni.
    E’un libro amaro e dolce di sale, un sale attaccato a pareti vissute dopo mille soggiorni e miliardi di respiri. Pareti allontanate, adesso non sono nemmeno più, rimane qualche foto, qualche poesia. Una poesia fatta di corpi, anzi di un corpo solo, una bussola che cerca di riordinare non senza fatica la propria toponomastica. Nelle Stanze del Sale tanti frammenti diventano un corpo solo. Un corpo, una distanza. Poesia che, come tutta la Poesia, non si può accontentare di venir letta, ha bisogno di annullare ogni lontananza, perché chi ne viene a contatto “non è guardiano, non sa aprire porte, né usare arnesi stizzosi”.
    E’ qui la necessità di essere dentro questa Poesia senza forzarla, esserne parte attiva, organo rene/fegato/cuore/polmone. Mai come durante questa lettura, che ho preferito svolgere in spazi aperti e mai chiusi, ho sentito il bisogno di sentirmi parte in causa, mai semplice fruitore di cartoline.
    Annullare ogni distanza tra occhi e stampa, sangue rosso, sangue blu.
    Perché “dieci centimetri fra due macchine/non sono dieci centimetri in un letto coniugale”.
    Appurato questo, data la “forma racconto” di molte delle liriche che sono nel libro e che non concede spazi sciocchi a volute o inutili ermetismi, ho cercato di scavare ben più sotto i pavimenti delle Stanze del Sale, fino a raggiungerne le radici, le ragioni stesse dello scrivere dell’autrice di suoi antichi ricordi personali, familiari, atavici o dell’altro ieri.
    E qui ho compiuto una lettura che facilmente si è fatta rilettura. La Poesia è così arrivata, con naturalezza, nuova in un crocicchio pieno di persone.

    Flavio Almerighi

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