Intervista a Vincenzo Guarracino a proposito di “Lunario di desideri”, a cura di Francesca Del Moro

Intervista a Vincenzo Guarracino a proposito di “Lunario di desideri”, a cura di Francesca Del Moro

 

 

Pochi mesi fa è uscita per Di Felice Edizioni una corposa antologia dal titolo Lunario di desideri, che interroga oltre duecento poeti contemporanei sul tema dell’amore. Di seguito ne parliamo con il curatore Vincenzo Guarracino, che ringraziamo per la gentile collaborazione. 

 

D. Partiamo dal titolo: in che senso le due parole “lunario” e “desideri” possono avvicinarci da un lato al modo in cui è strutturata l’antologia, dall’altro al tema su cui si sofferma?

R. Mi soffermerò su due dei sensi della parola lunario, quello di simbolo familiare di equilibrio mentale – perdere il lunario – ma anche mancanza di fondamento – far lunari, fantasticare. Non avrei potuto, d’altronde, riferirmi al senso di almanacco, calendario, perché quasi nulla della struttura di questo libro è concepito in maniera, diciamo così, aritmetica (giorni, mesi, ecc. oppure una esatta cifra dei poeti antologizzati). Il punto di partenza è stato la poesia di Catullo: di partenza per la mia idea, ma anche di arrivo, concretizzato nella breve analisi di ogni testo poetico attraverso la lente di un verso catulliano. Questo principio che si trova alla base del libro rappresenta, di per sé, anche il primo “desiderio”, il mio appunto, di giocare attorno alla poesia d’amore di Catullo, assieme a poeti contemporanei che sono stati coinvolti e hanno accettato la sfida. Questo mio desiderio ha praticamente indotto i poeti a una ricerca appassionata per dar corpo nel modo più appropriato alle loro idee sul desiderio – come ricerca appassionata, attesa del possesso, bisogno, necessità o addirittura voglia sessuale. Per rimanere in tema di desideri, sappiamo che la loro catena si dirige verso l’infinito, nel senso che la soddisfazione di uno induce la nascita di un altro: questo lo dico per scherzare ma anche per giustificare il numero ingente di poeti coinvolti (più di 200).

       

D. Questa non è la prima antologia che dedichi al tema dell’amore. Nel 2014 infatti hai curato “L’amore dalla A alla Z”, edita da Puntoacapo. Come mai hai sentito il bisogno di pubblicarne un’altra e perché questa ossessione per un argomento così ampiamente trattato e a volte bistrattato?

R. Credo di aver già risposto a questa domanda: se l’assunto è per definizione indefinibile, è logico che la sua trattazione sia interminabile e per questo non si può che giocosamente trattarlo, come si fa nella prima antologia, L’amore dalla A alla Z, come un tema da osservare in maniera sorridente, anche se poi si tratta di cose molto serie in una gamma interminabile di emozioni, attraverso, ad esempio, parole come corpo, abbraccio, cuore, bacio, in cui si incrociano esperienze diverse che ogni autore vive alla sua maniera e che il commento puntualmente evidenzia e fa lievitare.

         

D. “Cuore e amore” è il titolo della tua introduzione al volume. Sembra una provocazione rivolta ai molti che usano queste due parole per riferirsi alla banalità in poesia. Qual è il senso di quella che suona come una rivendicazione?

R. Una provocazione molto seria, certo, anche se fatta in maniera sorridente. Una provocazione fatta per ridare un senso se non nuovo almeno più profondo a parole scontate: come un invito a rileggere attraverso lo specchio di “una grande storia”, quale è quella di Catullo, la storia di chiunque intenda sottrarre alla morte del senso i propri pensieri e le proprie emozioni (non a caso si azzarda forzatamente perfino un’etimologia della parola amore come a-mors, “senza morte”, come esperienza cioè che abolisce la morte: un’avventura, questa, veramente interminabile.

       

D. Lunario di desideri è strutturato come una sorta di enciclopedia della poesia contemporanea, con gli autori che si susseguono secondo un rigoroso ordine alfabetico piuttosto che disporsi in modo da isolare nuclei tematici o stilistici o delineare un possibile sviluppo narrativo. Non pensi che una scelta simile possa risultare disorientante nella lettura?

R. Tutt’altro. È nella natura del sentimento quello di presentarsi ossimoricamente come un caleidoscopio dalle mille sfaccettature, in cui trovano cittadinanza le più diverse esperienze, ognuna con caratteristiche sue proprie e credibili. È per questo che ci più stare tutto e il contrario di tutto e ci possono stare tutti con un diritto di cittadinanza che nessuno può contestare o negare: anche caoticamente, come è caotico l’accalcarsi di emozioni suggerite dalla poesia di Catullo.

     

D. Capita spesso di imbattersi in antologie che mettono insieme una serie di nomi “amici” senza particolare approfondimento critico e senza una chiara impronta progettuale. Non è questo il caso, visto il gran numero di autori coinvolti e l’impegno di introdurre criticamente ciascuno di essi. Come hai effettuato la selezione del materiale poi confluito nell’antologia?

R. Sia la prima che la seconda antologia hanno avuto una lenta gestazione e incubazione. Mia cura è stata individuare e catalogare il più gran numero di testi, letti nei libri o sollecitati direttamente agli autori, prima di applicarmici criticamente. Non antologie che mettono insieme paglia e fieno, bensì libri con un progetto, un punto forte, un omphalos concettuale. In quanto all’“amicizia”, alla scelta dovuta alla continuità anche umana, dirò un’ovvietà, cioè che la letteratura, come qualsiasi altra impresa intellettuale, ha BISOGNO di amici! I lettori sono anche loro AMICI, lo dicevo prima: c’è bisogno di complicità, di interlocutori che abbiano VOGLIA, DESIDERIO di gustare quello che viene loro offerto. In quanto alle modalità di scelta, è cosa risaputa – si fanno gli inviti, si risponde o no agli inviti – qui le cose sono abbastanza chiare, no? Poi si procede all’analisi del testo – l’operazione, l’analisi del testo, è un po’ procustiana, nel senso che sta a me, al critico, far entrare il testo nella mia griglia piuttosto che escludere un autore il cui testo non riesce a riflettere il tema dato.

         

D. Come bussola per orientarsi nel mare magnum di voci diversissime, hai offerto al lettore i versi di Catullo, scegliendo di introdurre ogni poesia con una citazione dall’opera del poeta latino. Che cos’ha in comune un autore vissuto quasi duemila anni fa con la poesia italiana del terzo millennio?

R. Non è l’autore bensì la tematica ad avere in comune tra antico e moderno qualcosa di profondamente vero. Sono le strutture, quelle che agiscono nel profondo e si traducono in parole. Catullo è un exemplum, un modello perfino casuale, perché avrebbe potuto essere ben sostituito da altri, come Saffo o Dante, se non Leopardi. Ho scelto lui, come si può scegliere casualmente qualcuno destinato misteriosamente ad accompagnarti per tutta la vita.

         

D. Nell’antologia ci sono più autori che autrici, eppure si sente spesso ripetere, con non celato disprezzo, che scrivere d’amore è “roba da donne”. Si tratta di uno dei luoghi comuni più resistenti circa la cosiddetta “poesia femminile” che sarebbe più interessata ai sentimenti e al racconto delle esperienze personali, riguardanti spesso la famiglia, il corpo e appunto l’amore, rispetto alla poesia maschile, più astratta e intellettuale, guidata da una più spiccata ambizione all’universalità. La tua ricognizione della poesia contemporanea conferma o smentisce questa distinzione?

R. Non sono poche le donne! Quasi la metà dell’antologia è occupata dalla loro presenza e le tematiche trattate non sono poi così scontate. Chi avrà la pazienza di leggere i testi troverà sorprendenti incandescenze erotiche nei versi soprattutto delle donne. E comunque, NON esiste poesia maschile e poesia femminile: esiste poesia forte e poesia debole, grande poesia e poesia di seconda lega. In poesia esistono temi, sì, e modi di trattarli.

          

D. Sempre con riferimento al tema della cosiddetta “poesia femminile”, hai potuto rilevare delle differenze nel modo di trattare il tema dell’amore tra gli autori e le autrici presenti nell’antologia?

R. No, se dicessi di sì, entrerei in contraddizione con quello che ho appena detto.

      

D. Nella parte finale della tua introduzione al volume, chiami in causa la psicanalisi come strumento di indagine della “fiera e tragica battaglia interiore” sottesa alle varie manifestazioni del sentimento amoroso. Ma precisi: “Più e meglio della psicanalisi, però, può farlo la poesia”. Puoi spiegare questa conclusione?

R. Scrivere, in generale, è una forma di autoanalisi, in senso psicanalitico – è tirar fuori, dal profondo dell’intelletto e del cuore (della mente che risiede nel cuore) tutte le energie che diversamente rimarrebbero imprigionate lì – non è un po’ questo che succede sul divano di uno psicanalista?

        

D. È facile cogliere ovunque inviti a vivere solo “amori maturi”, ovvero relazioni corrisposte ed equilibrate basate su affinità, rispetto e obiettivi comuni. Davvero esistono istruzioni da seguire per arrivare a questo tipo di amore e vale sempre la pena sottrarsi agli amori immaturi per quanto siano sconvolgenti e passionali? Cosa ne pensano i poeti qui interrogati e tu cosa ne pensi?

R. I poeti non pensano tanto – i poeti SENTONO. Il loro sentire non è soggetto di giudizio – la letteratura in generale non viene giudicata o analizzata sotto la lente della MORALE, dell’etica, ecc. Io sono un critico del testo poetico, non dei principi di quelli che scrivono.

         

D. “La felicità si racconta male perché non ha parole” si legge in “Jules et Jim”, il romanzo di Henri-Pierre Roché, reso famoso dal film di Truffaut in cui questa frase viene pronunciata dalla voce narrante fuori campo. Ritieni valida una simile affermazione, con particolare riferimento al tema dell’amore felice?

R. Assolutamente sì, nel caso degli adulti – la felicità si vive, non si racconta, anche perché sono pochi quelli che vogliono sentire e anche di meno quelli che accettano la felicità altrui – è nella natura umana.

       

D. La felicità è il tema scelto per questo numero della rivista, perciò ti invito a proporre cinque tra le poesie antologizzate che siano riuscite nell’impresa di raccontarla.

         

 

SILVIO AMAN

SOLACIOLUM – Nella morbida eleganza di una “sciarpa”, di un oggetto di raffinata fattura, il poeta intravede una storia, che si svolge al di là del tempo e dello spazio per legarlo alla persona amata, al suo Desiderium nitens che per il tramite del prezioso tessuto fa vivere in presenza ciò che è lontano: un sostituto, un gioco, certamente, ma che è un solaciolum (c.2) al dolore dell’assenza e giova almeno, anche se a stento, a placare la tristezza. Silvio Aman, di questo ne è ben consapevole ma ciò nonostante si abbandona al piacere del profumo che ne emana, traccia e memoria di un’Assenza, vissuta come un apporto gratificante di energia e promessa di un futuro godimento condiviso.

Taftah

La sciarpa di taftah,
grazioso regalo di Jasna,
odora non so di che cosa…
forse di rosa o Chanel – non saprei,
profumi confusi con lei…
d’altronde, se non odorasse
di cosa arrossire così?
Senza saperlo modello la stoffa
con forme di seni e ombelichi,
morbide onde di Venere.
È bello portarla alla guancia
(scivola simile a brezza,
al verde ruscello di Ophelia)
per farmi baciare da lei
fatta di seta e notturni fruscii.
Odora non so di che cosa…
forse di rosa o Chanel – non saprei.

(inedito)

   

GABRIELE BORGNA

NON POSSUM RETICERE, DEAE – Come dimenticare il bene ricevuto, il “dono”, sia quello atteso sia soprattutto quello giunto inaspettato? Nelle dinamiche dell’amore è proprio quest’ultimo che riempie di gioia il cuore dell’Amato, costituendo il “pane”, l’autentico nutrimento dei sentimenti, punto di partenza di una storia sacra, di una festa, destinata a perpetuarsi nei ricordi: è questo che dice Gabriele Borgna e con amabile candore fa sì che i suoi versi, “le Muse”, ne propaghino nel tempo il benefico effetto (non possum reticere, Deae, “non posso, o Dee, tacere”, c.68b).

Il dono 

Amore,
su di noi non neve
cade ma farina bianca
che il pensiero amalgama
e nel tuo nome lievita
per cuocere al calore dei ricordi
un antico, miracoloso pane.
Spezzandolo, sentirai
la fragranza d’un tempo lontano
che insieme rivivremo.
Fui ingordo in Quaresima
e incredulo a Pasqua,
aspettavo immobile
come il colpevole attende
la condanna, o il perdono…
E tu, sei giunta a Natale
come il più bello dei doni.

(da Artigianato sentimentale, 2017)

        

GIUSEPPE CONTE

QUID DATUR A DIVIS FELICI OPTATIUS HORA? – C’è l’emozione di un attimo irripetibile, abbagliante (quid datur a divis felici optatius hora?, “c’è altro dono più invocato di quest’ora”, c.62), di una “brama”, auspicata come duratura anche se forse soltanto per lo spazio di una visione e che chiede di essere soddisfatta nell’hic et nunc, nel miracolo del “qui di quest’ora”: è un trepido omaggio alla bellezza dell’Amata, quello che si legge nel testo di Giuseppe Conte, non senza una punta di amarezza (evidente nel finale infittito di domande), per la consapevolezza del carattere effimero della passione.

Sei così bella questa sera

Sei così bella questa sera
così assurdamente felice

che dovrei osare ora, subito
farti scivolare giù la camicia

larga e bianca attraverso
cui intravedo il tuo seno

e prenderti qui nel giardino,
prenderti sino al primo mattino.
Invece ci siamo appena baciati
e adesso già fuggiamo via

dicendoci solo: ci rivedremo.
Ma quando? Dove? Chi ci assicura

che tanta brama domani dura?

(da Canti d’Oriente e d’Occidente, 1997)

       

VALERIA DI FELICE

MIRA MUNUSCULA – Essenziale, strutturale addirittura ad ogni storia amorosa l’attesa, è questo che dice il testo di Valeria Di Felice, mettendo in scena il “prima” e l’“ora” di una storia che al suo avverarsi appare come mira munuscula (c.68), come un “dono meraviglioso” vissuto come immeritato: dice che chi ama aspetta sempre e ogni cosa è una preparazione gioiosa, che ingigantisce l’attesa e la portata dell’acquisto, la “bellezza dell’immenso”, che dà il senso stesso della realtà. Senza il timore della perdita, della “disillusione”, l’oggetto amato è circonfuso da un’aura di meraviglia, di miracolo, in un rituale in cui tutto appare irreale, fuori del tempo, in una dilatazione sproporzionata, con i piani che si confondono senza distinzione di dentro e fuori.

Prima che tu venissi

Prima che tu venissi
il giorno era l’indaco di un crepuscolo,
la soglia di un argine ancestrale
che non sa se dissetare il mondo –

la notte era la bocca solitaria della luna,
la parola smorzata dall’afasia dell’assenza
posata esausta sulla riva della disillusione.

Prima che tu venissi
non portavo con me le vocali dell’esser donna,
quel respiro che fa comprendere la vastità
dell’amarsi in mare aperto.

Parlavo incompiutamente della vita,
sovrapponevo inutili ore
sul tavolo del pensiero.

Immaginavo che si potesse tornare
sempre indietro, nei rifugi dell’infanzia
senza sapere che esiste un varco
in cui la certezza lascia il posto
alla bellezza dell’immenso:
il rischio di essere felici.

Ora che ci sei – che tu sei e noi siamo –
ti porto con me. Dentro di me.
Nella tasca cucita stretta al petto
per raccogliere la china dei tuoi baci.

(da Il battente della felicità, 2018)

         

CARLO DI LEGGE

TUENS CUM SIDERA DIVAM PLACABIS FESTIS LUMINIBUS VENEREM – Su una scena intensamente evocativa, in cui niente vive solo per se stesso ma tutto vibra di memorie e significati (il “campo di grano”, l’“orizzonte”, la “barca”, il “girasole”, la “notte stellata”, il “campanile”, lo scheletro degli “alberi neri”), nei versi di Carlo Di Legge si disegna la figura di una donna, dell’Amata, contornata da un’aureola che ne fa un Essere di luce, il “cielo” dinanzi al quale le attese del poeta, assiso in contemplazione, chiedono risposte, soddisfazione, non meno dell’antica Regina che, tuens cum sidera festis luminibus, “rivolto nelle notti di festa a un cielo di stelle” (c.66), è intenta a invocare divam Venerem, “la divina Venere”.

Tu, van Gogh e io

Da un campo di grano il pittore ha ritagliato
per noi l’infanzia, il mistero, la fronte
che brucia, il cuore che batte forte, lo sterminato
lampo della luce immobile sull’orizzonte.

Sono vivo come un colore che definisce la cosa,
come una barca sulla spiaggia si tende verso il mare
o come il girasole, che insegue la luminosa
scia del sole, e intristisce quando lo vede andare.

Hai scavato, e ancora scavi in me, una notte stellata:
ero io quel campanile blu,
le mie mani che toccano il cielo sono
alberi neri,
ma il cielo eri tu.

(inedito)

 

 

Vincenzo Guarracino, poeta, traduttore, critico letterario e d’arte, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como. Ha pubblicato sette raccolte di poesia, tra cui “Baladas” (2007) e “Ballate di attese e di nulla” (2010) e numerosi saggi dedicati alla letteratura italiana, in particolare a Verga e Leopardi, di cui ha inoltre curato le edizioni critiche di alcune opere. Ha curato il carteggio Leopardi-Ranieri (“Addio, anima mia”, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri “Ginevra o l’orfana della Nunziata” (2006), le novelle milanesi di Verga “Per le vie”, (2008), “Libro delle preghiere muliebri” di Vittorio Imbriani (2009) e “Amori” di Carlo Dossi (2010). Nel 2010, ha pubblicato una biografia di Antonio Ranieri, “Un nome venerato e caro.La vera storia di Antonio Ranieri oltre il mito del sodalizio con Leopardi”. Ha curato le traduzioni dei “Lirici greci” (1991; nuova edizione 2009), dei “Poeti latini” (1993), dei “Carmi” di Catullo (1986 e 2005), dei “Versi aurei” di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A. Rimbaud, “Tu vates eris” (1988), dei “Canti Spirituali” di Ildegarda di Bingen (1996), del “Poema sulla Natura” di Parmenide (2006) e l’antologia “Poeti Latini Cristiani dei primi secoli” (2017). Ha curato per Book Editore (Ferrara 1995) l’antologia delle poesie di Roberto Sanesi “L’incendio di Milano” e per La Vita Felice (Milano 2009) “Dieci poemetti” dello stesso autore. Ha curato numerose antologie di poesia contemporanea e per la critica d’arte, si è occupato dell’opera, tra gli altri, di Luca Crippa Giorgio Larocchi e di Mario Benedetti. È inoltre autore di una monografia sul regista e drammaturgo Bernardo Malacrida.

 

       

Emiliano Barbieri, Bolivia

 

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