Intervista a Fernanda Ferraresso

Intervista a Fernanda Ferraresso, a cura di Paolo Polvani.

   

  

 

Il titolo del tuo nuovo libro è – Nel lusso e nell’incuria -. E’ un titolo che lascia presupporre un livello alto di consapevolezza. Ce ne puoi parlare?

copertina-nel-lusso-e-nellincuria1Il libro è composto di due sezioni. La prima raccoglie ne La Madia di Maya tutto quanto fa parte del nostro tempo migliore, l’infanzia l’adolescenza e la giovinezza (non solo come dato personale ma come età collettiva) e lo sguardo aperto e limpido, ricettivo di quell’età giovanile in cui il mondo è in te stesso e non esiste separazione da nulla, tutto è a portata di mano, nominandolo è raggiungibile, in un balzo di pensiero ed emotivamente denso, pieno, coinvolgente, appassionante, ricchissimo. La contestazione è parte viva della natura di quell’età pronta a battersi per i suoi ideali e pronta a discutere mettendosi in discussione a sua volta. Si perde il paradiso che alloggiavamo in noi.  Subentra la ratio, la logica e la conta di ciò che ha un valore legato alla sicurezza, che è una falsa sicurezza, come pure il potere che non è un potere che abbia realmente controllo, se non facendo leva sulla repressione, su uno stato di forza e coercizione e noi per primi lo agiamo contro noi stessi, pur di salvare qualcosa che si ritiene importante e invece è vacuo, surreale, fantasia, devianza, inutilità rispetto a quanto resta ancora necessità primaria e vera. Nella seconda parte, che porta il titolo del libro stesso, i testi guardano e mostrano il disamore per tutto quanto intimamente è nostro ed è noi, terra compresa e colture e culture, storia di relazioni umane tradite e mai veramente realizzate, dialoghi con la nostra altruità che niente e nessuno può indurci a non vedere o a cui rubare, strappare la vita, la storia perché sarebbe strappare il nostro corpo a noi stessi. Tutto lo è: corpo nostro. Questo è il mio corpo è la sintesi perfetta di chi ha visto le intime relazioni tra ciò che è infimo, invisibile il nucleo dell’atomo le particelle subatomiche  e meno addirittura e ciò che è infinito ed è ognuno di noi, per questo tutti ne siamo testimoni responsabili ma mai padroni. E tutti, tutti noi, progenie di Caino siamo anche l’altro, Cristo, anche lui carne, che trema e che freme, che ama e che odia, che prova dolore, carne e ossa dello stesso progenitore  che il fratello lo ha ammazzato e continuerà a farlo, nei secoli dei secoli, in un amen che non concede fine  e tiene l’uomo fuori dal paradiso in cui era morto, non era uomo, era un assoluto niente e questo senza saltare discendenza alcuna, dando a ciascuna, in ogni istante la possibilità di agire una pro-creazione. E vivono in continuità in ogni essere umano, ne sono la contra(d)dizione  permanente che consente, unica, un reale progresso tra ciò che oppone resistenza ad un registro di immobilità. La vita ha questa crudezza in sé che gli uomini cercano con fatica improba di smantellare, di rendere meno feroce anche se tutto sembra mostrare esattamente il contrario. Ma anche nel labirinto fioriscono meraviglie se solo ci poniamo nella condizione di accoglierci diversa-mente  di attimo in attimo.

   

Nella tua poesia ricorre la figura di Caino un numero imprecisato di volte. Dipende da una forte tensione etica? 

Caino e Giuda sono le figure a cui spesso ricorro e rincorro dentro il labirinto, le considero una ennesima rappresentazione del nostro Minotauro.

   

Nella poesia  – Quando la notte –  si legge:  …le parole / prestigiose cattedrali nel vuoto / pesano quanto un mattone e galleggiano / nel sogno dentro la realtà….

E’ per assenza
che canto
e dico dentro
il taglio l’oscura ferita
il germe che semina sapienza
nel silenzio la terra
l’acqua senza strepito
senza altro crescere
che la perdita: ogni volta una luce.

Pag. 34

Spezzare e spazzare la ipotizzata realtà con la poesia e viceversa, e vedere cosa si forma all’interno della frattura. Trovare che è volubile, volatile la parola, o è un pesce che si li-qui-dà in forma di-versa! In fondo nessun nome qualifica la realtà né ci qualifica. NO-MINE: ci si può guardare e toccare ciò che brilla ed esplode la realtà, disse-minando segni. In geometria, che insegno e mi in-segna da tempo, il punto, l’entità più piccola, è un buco nero, un paradosso madornale che però la dice lunga anche sulle parole. Entità senza misura è proprio il punto a fornire, da un disegno e da una relazione alquanto onirica (si parte dal meridiano per arrivare al metro) la misura di tutte le cose. Un punto fermo è il suo muoversi costruendo un disegno, mille progetti, aspetti e astrazioni stretti intorno una realtà percepita, ciascuno dal proprio punto di osservazione, ciascuno dalla propria altezza visiva. Se non è paranormale questa sua capacità di registrare il mondo in una soggettiva che si pretende oggettiva nel filtro della mente, secondo una logistica che appartiene alla logica, compresa quella dei conti correnti, non saprei come meglio definire il punto e ciò che lo designa per disegnarlo: un niente senza misura che a tutto la dà, anche l’infinito si riesce a rappresentarlo attraverso una prospettività. Grandi le parole:  podiste di grande fiato, bruciano le tappe ad ogni respiro, infiammando le cose e  noi, che le pro(an)nunciamo a noi stessi. Le parole hanno, in virtù di questa capacità di relazione, o azione regale o in formato regalo (dipende dai gusti) tra ciò che non sappiamo e il sogno di come sia, da pre-visioni, la possibilità di creare (di creazione si tratta) : prestigiose cattedrali nel vuoto, non solo cattedre, perché di fatto non sappiamo nulla del mondo, poche tessere e tessute male, tanto è vero che ogni teo-ria è rea di una fede o fiducia che si fa legge, legenda e leggenda su quanto ci è os- curo, cioè cura della bocca o per (causale) la bocca e pesano, ma non pensano il loro peso, per questo spesso riusciamo a redigere costruzioni gigantesche, tomi e tomi che poi a distanza di un modesto trattino di percorso umano, in un lunghissimo-istante di tempo, anch’esso involucro creato, galleggiano nel loro stesso vuoto fondamento, incurabili noi che con loro galleggiamo nella nostra assoluta e poco assolata ignoranza e ci tiriamo addosso mattoni, tutti i pontificati dell’uomo che si reggono sulle parole e da queste si passa ad atti, guerre solitamente, non solo guerre di parole, finché viviamo una realtà che attraverso parole falsificate ci fanno sognare sempre qualcosa, distogliendoci dal fattore principale di questo prodigioso inganno che nessun uomo è re di qualcosa. Tutti sono saliti su un trono con atti abominevoli, di forza e inganno…e…pesano quanto un mattone e galleggiano / nel sogno dentro la realtà….Noi la sogniamo, una realtà, da dentro, dentro ogni era che ci sostanzia il corpo, non da fuori, perché il corpo nostro è mastodontico, costituito da millenni e da anni luce di cui non abbiamo memoria migliore delle nostre ossa, del nostro sangue, linfa che ci lega a quello che consideriamo il fuori ma che è nostro corpo anch’esso.
Frammenti, fra menti, questo siamo noi, gironi infernali in cui ciò che abbiamo di meraviglioso e terrifico, perché la bellezza è mostruosa, viene trascurata e abbandonata all’incuria che è disamore per tutto quanto non ha una vita breve e sola ma è sole in una solitudine magnifica.

   

Il libro contiene interessanti spunti di riflessione sulla poesia, di cui scrivi:   – non ha vento non ha reame /  non tengo poesia nel pugno….

Pensi che la poesia abbia il potere di incidere sulla realtà?

Penso che sia la realtà a incidere e a incedere con la sua poesia il suo corpo intero, che è autogenerativo: è a-ri-a, come a dire che si inizia e si ri-pete (chiede, re-dice e redige una petizione che è anche preghiera,  e dentro c’è anche il nutrimento ( edere, edibile, mangiabile, masticabile, ogni parola lo è, dopo che come un pesce ha nuotato la piccola laguna-lacuna del nostro corpo-abito…). Il fatto che la realtà sia anche rea d’altro (Rea era una divinità che aveva dominio sui fiumi, il suo segno era una specie di S, la Serpe, poi caduceo, da cui inizia Silenzio, Sorgente da cui il rio scorre, dentro la dea stessa, che è la vita ma anche la morte, madre sempre perché anche nella morte trova Spazio e Sostanza per ritessere i suoi Soli-corpi, proprio come l’aria, da a ad un’altra a, aria acqua aria, attraverso tutte le fasi della trasformazione che è la vita. REA- ERA- AER: bello no la riflessione con traslazione di una lettera che da una dea ne forma un’altra e poi questa ha corpo di tempo come aer(eo) ed è anche verbo…ci sarebbe da fermarsi almeno un mese solo qui.

    

Perché una poetessa del profondo nord ha scelto di pubblicare con un editore del profondo sud?

Poetessa mi suona sempre strano, sono una persona che lavora la parola, terra e fiato che le hanno donato e porta un secchio d’acqua dal suo pozzo al campo di un altro. Il paese è uno: tutta la terra è l’o e l’oo, dove anche l’io ha spremuto il suo seme e ha trovato nel nocciolo duro interno l’interezza del riconoscimento nel noi. Mi piace sottolineare l’offerta delle parole, soprattutto dei verbi che sempre, nella prima persona plurale, accolgono tu e io, proprio in questa sequenza di pro-nomi di persona. La desinenza è iamo ma.  Spezzi- amo il verbo, che è ver-bolum (bolo, cibo) e ci ritroveremo prima il tu, l’altro, il prossimo, e poi l’io. Il noi è un disporsi all’altro attraverso l’amo che l’io, sempre ri-con-figurandosi, consapevole di questa ricreazione (S- vago), si permette una cucitura continua di tutto ciò che vede come strappato e disgregato da sé ma è il suo corpo frammenta-rio.
I cardinali, per me, sono uccelli, rossi, rossissimi, hanno un canto di flauti, l’oriente lo hanno in corpo perché nel corpo sta tutta la T-er(r)a di cui disponiamo e scorre, e(r)ra Rea, dentro la vita. Servono orditure e trame per tessere e serve un filo ( philèin, amore) o meglio serve amare, andare tra le persone e riconoscervi l’universo da diverse angolazioni e Terra d’Ulivi, nella sua semplicità accogliente di piccola casa editrice, mi ha permesso di aprire la porta del mio frantoio e portare anche il mio olio, oltre all’acqua del profondo che raccoglie.

    

Di cosa si occupa nella vita Fernanda Ferraresso?

 

fernanda-ferraressoInsegno progettazione architettonica e discipline geometriche al Liceo Artistico Selvatico, già Istituto d’Arte di Padova. Lavoro nel medesimo settore interessandomi anche di grafica. Sono curatrice responsabile del blog CARTESENSIBILI in cui cerchiamo, tutto il gruppo lo fa (http://cartesensibili.wordpress.com/about/), di portare le diverse sorgenti delle arti in cui l’uomo, attraverso il suo perdersi si cerca, si compone e de-compone. Da poco tempo collaboro con la casa editrice Terra d’Ulivi, prendendomi cura delle collane di nuova nascita.

                   

 

3 thoughts on “Intervista a Fernanda Ferraresso”

  1. Sono io che ringrazio Fernanda per questa intervista così ricca di venti, di correnti, di strade che s’incrociano; quando leggo: – sono una persona che lavora la parola..-
    in me cresce automatica una specie di venerazione e di attenzione

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