Intervista a Gian Ruggero Manzoni

Intervista a Gian Ruggero Manzoni, a cura di Claudia Zironi.

   

   

Benvenuto su Versante Ripido, Gian Ruggero Manzoni. 

Dalle tue note biografiche e dai tuoi lavori apprendiamo che sei un artista eclettico, vivace e in continua evoluzione, che ha avuto modo e ventura di viaggiare molto, di incontrare grandi personaggi, e che si è dedicato ad attività molteplici, quasi ripercorrendo e superando esperienze esistenziali lawrenciane, conradiane, dannunziane, spatoliane, villiane… tuttavia la tua poesia è “umile”, non pretende, per essere accolta, che il lettore abbia la sfera di cristallo o il terzo occhio della mistica interpretazione del lemma. Trasmette messaggi profondi e complessi con un gioco di vocaboli fruibile e godibile. E’ figurativa, come la tua pittura, che mi pare tenda a una visionarietà lirica o epica attraverso la riconoscibilità di forme arcaiche, primigenie: l’originalità non sta nella destrutturazione del senso ma nell’immediata vicinanza al senso. Premetto tutto questo perché non intendo banalizzare questa occasione di intervista, per la quale ti ringrazio, con domande generali su percorso, origini e poetica – notizie che si possono trovare in rete – ma desidero puntare direttamente sull’approfondimento di questioni chiave. 

   

Gian Ruggero, come ami di più definirti? Artista o critico? Sono compatibili le due funzioni? Cos’è oggi un buon artista e cos’è un buon critico?

gian ruggero manzoniPer quel che mi riguarda non vedo molto differenza tra il mio fare artistico e critico, considerato che vengo dalla scuola di Giovanni Testori, di Emilio Villa e di Foucault che, come ben si sa, hanno sempre teorizzato una “critica creativa”, cioè quale ulteriore prolungamento, dilatazione, continuazione di ciò che l’artista aveva o ha fatto. Amo, ad esempio, il come scrivono e teorizzano Joffrey Deicht, Francesca Alfano Miglietti, Teresa Macrì. Consiglio sempre di leggere Teoria dell’Avanguardia di Bürger (Ed. Bollati Boringhieri, 1990), in cui l’autore proietta ciò che fu delle Avanguardie inizio ’900 in quella che è stata la Postmodernità e il contemporaneo. Del resto Marinetti, Breton, Duchamp, Savinio e tanti altri furono sia artisti sia critici sia infinite altre cose assieme. Allora e meglio, diciamo che mi considero erede della nostra tradizione umanistico-rinascimentale, cioè passo tranquillamente dallo scrivere poesie, al trattare di fortificazioni, al dipingere, all’interpretare, come attore, quello che compongo, al dare vita a romanzi storici, fino a parlare di quello che altri autori o artisti, a me vicini, vanno a realizzare. Non a caso, oggi come ieri, essere un buon artista o un buon critico significa avere una visione sapienziale a 360 gradi nonché dimestichezza oltre che con le varie espressioni artistiche, anche con la scienza, la storia, la filosofia, le religioni e tanto altro ancora.

   

Esiste secondo te una ricetta per ricondurre i lettori all’amore per la poesia in Italia? Se sono stati commessi degli errori in questi anni, che hanno portato la poesia a essere la Cenerentola della letteratura, quali sono stati e da chi sono stati commessi? 

Temo che in Italia il percorso della poesia sia al termine o, almeno, di una certa poesia. Penso che resterà solo la poesia che possa avere una  dimensione anche teatrale, recitativa, quindi spettacolare, al fine di coinvolgere il pubblico in toto. La poesia è divenuta, da noi, arte di nicchia della nicchia causa gli stessi poeti, o chi, lagnoso, si definisce come tale, che continuano a proporre le solite cose, sia che si rifacciano a un canone sia che lavorino col sociale, col civile, quale base, infatti assistiamo a un epigonismo selvaggio che ben poco lascia sperare e a una fragilità di tematiche da dopo lavoro aziendale. L’agonia della poesia italiana è anche da imputarsi all’assenza di veri critici, di vere teste pensanti, nonché di guide emozionali in grado di ridare smalto a tale arte. Inoltre, gli editori di prestigio, causa le lobby di potere che ben conosciamo e i giochetti che fanno, sempre più mafiosi, hanno dato voce unicamente a una certa poesia, a certi autori amici degli amici, a certe cordate, non promuovendo i cani sciolti, come li definisco, cioè quei poeti, ma anche quei narratori, che si muovono fuori dal coro, impaludando, in questo modo, il sistema, divenuto oltremodo autoreferenziale perciò stagnante, asfittico. Poi troppi coloro che si dicono poeti senza esserlo. Troppi gli intellettuali prestati alla poesia. La colpa di ciò è da imputarsi al Gruppo ’63 e a quelle teorizzazioni rivolte quasi unicamente allo strutturale e non al contenutistico, infatti, di quei poeti, salvo Pagliarani, la Niccolai, Spatola e un certo Porta, quello più lirico. Esempio lampante di quel che ho affermato è stato il pur sommo, sotto altri aspetti, Edoardo Sanguineti. Alfredo Giuliani, con il suo I novissimi, non ci ha certo fatto un buon servizio. Dall’altro lato la Linea Lombarda ha dettato quel suo canone che in molti ancora perdura. Quindi la poesia italiana è ferma agli anni ’60 del secolo scorso, con alcune eccezioni, ma quali voci, e lo ripeto, fuori da coro.

    

La poesia e l’arte in genere devono per forza essere “maledette”? Quanto c’è di viscerale e spontaneo, e quanto c’è di studiato e programmato nel tuo stile e nelle tue tematiche?

La maledizione non è mai stata indice di qualità. La qualità è data dal vissuto, cioè dall’avere cose da raccontare, cantare, tramandare, che poi tale vissuto si possa definire oltre a certi limiti, trasgressivo, viscerale, violento, anticonvenzionale resta questione di chi l’ha, appunto, vissuto. Se poi lo si riesce a trasformare in arte che tenga va bene, ma non è che  diventi poeta o artista se ti sbronzi o ti droghi tutte le sere. Quelle furono leggende metropolitane che certuni si raccontarono negli anni ’60 e ’70, e infatti si è visto dove il loro scrivere o dipingere o fare musica è andato a finire, nel nulla. Che arte e vita siano un tutt’uno non ci piove, ma si può essere maledetti anche andando tutti i giorni in ufficio. Anzi, penso che nell’oggi la maledizione sia proprio nel marcare tutti i giorni il cartellino, considerato il come va il mondo per altri. Oggi la maledizione sta nel non trasgredire, nell’avere dei codici, nella tensione verso lo spirituale, perché ormai è tutto, pateticamente, ricerca di trasgressione, così che la vera trasgressione reputo stia nel non trasgredire. Io, a suo tempo, sono stato un trasgressivo, ma quelli erano gli anni. Contestazione giovanile, enormi frizioni sociali, rabbia, violenza, attacco al potere, poi l’avere scelto il mestiere delle armi, l’essere andato in guerra, in Libano e in Bosnia. Che ciò abbia influenzato il mio fare in arte non ci piove, ma ho letto stupende poesie anche scritte da massaie o da impiegati dell’ufficio del catasto o da postini o baristi. Il talento sta nel trasformare in altro l’esperienza di vita, facendola diventare tensione universale. Solo così si fa arte, mirando, sempre, a un assoluto.

    

Come vivi il rapporto fra impegno civile e arte?

L’arte è anche un’arma, forse la più fine e sopraffina. Dopo la batosta che certuni di noi hanno preso negli anni ’70 del secolo scorso mi ero ripromesso di non fare più politica, ma i tempi lo richiedono. La condizione in cui versiamo è sotto agli occhi di tutti. In Italia necessita fare pulizia, tornare ad alti valori etici, riconquistare pathos e bello, nonché verità. Il mio impegno va contro l’ipocrisia dilagante in tutti i campi, creatività compresa. Di nuovo, gli artisti, devono ridiscendere in piazza e innalzare barricate. Dove gli intellettuali? Dove chi crea? Quasi tutti nascosti sotto le gonne del potere, del sistema, o a libro paga dello stesso.

    

In che rapporto sono tutte le tue anime artistiche? Qual è il tuo modus espressivo prediletto, il tuo “talento”?

Come ho detto sopra vivo l’arte a 360 gradi. Non mi pongo limiti. Gli unici limiti che ho sono il non avere mai studiato musica o architettura, perché avrei anche suonato e progettato cattedrali. Non ho talenti particolari, sono un talento, come avrebbe potuto dire l’amico Carmelo Bene. E non esiste altro che l’egotismo che aiuti in arte.

    

Se potessi salvare da un cataclisma l’Epopea di Gilgamesh, l’Antico testamento, la Cappella Sistina, la Nona di Beethoven o il Kansai International Airport di Osaka di Renzo Piano cosa sceglieresti?

Sono indeciso tra l’Epopea di Gilgamesh e l’Antico Testamento, perché lo spirito che li ha mossi, che li ha partoriti, è lo stesso.

    

Ti definisci un “provinciale”. In cosa la provincia e la provincialità possono affascinare una persona come te? Tu non sei forse un “affamato” di stimoli?

Forse che la città proponga più stimoli del paesino di novecento abitanti in cui vivo? Forse che un milione di persone valgano più delle folaghe che vedo nuotare nelle Valli di Comacchio? Forse che l’avere teatri, cinema, musei a portata di mano valga più che una chiacchierata coi vecchi del mio paese? Poi, diciamocelo, l’Italia è tutta provincia, la solo città che ha quel minimo di respiro internazionale è Milano, tutto il resto è provincia. New York è la Roma di duemila anni fa, ma forse che a New York le strade siano lastricate in oro e dai rubinetti esca vino? A 57 anni di età ho capito che è più oro l’erba che mi fa da cuscino quando salgo sulle rive del fiume Santerno, che passa davanti a casa mia, e mi stendo per guardare il cielo e trovo più vino a casa del mio vicino che in tutta Manhattan. Credo sempre più che se ci sarà rinascita umana e rinascita poetica partiranno dalle province dell’Impero, non dalle sue capitali.

    

Ci offri ora qualche verso che sia emblematico del tuo percorso artistico e umano?

Vi proporrò l’inizio del mio ultimo libro, Tutto il calore del mondo, edito nel 2013 da Skirà con acquarelli dell’amico artista Mimmo Paladino.

2012-09 - 10
Mimmo Paladino

   

1)

Tu non avesti un corteo funebre, né suoni di tromba, né bandiere rosse a lutto,
né decorazioni…
neppure alla memoria dei parenti fosti affidato, leggero fanciullo di coraggio.
Poi il corpo ti venne cremato, dopo l’impiccagione, in una città lontana
dal tuo fiume, dalla tua isba, e dalla tua canoa, azzurra e bianca.

“Che il Dnepr culli i nostri sogni / che le onde di quel mare che corre
lambiscano i tuoi fianchi rosei / di figlio e di angelo assieme. //
Il tuo colbacco affronta la morte / mentre la tua sciabola d’argento
il gravame d’essere soldato / nella culla di una tomba…” 

Egli non vedrà mai il sud e quegli alberi d’arancio, venduti agli incroci delle strade,
com’io ho sparso biglietti da visita per il mondo, senza mai ricevere una chiamata.

Da ragazzo, di notte, correvo nei campi, con le lucciole quali guide,
con gambe lunghe, che lasciavano il profilo di un volto tracciato
negli steli piegati dall’affanno di maturare
un discorso pur valido alle mani.

   

2)

L’acqua è uscita dalle sponde e fa da letto alle radici di betulla.

Il gibbo che ti gonfia le spalle scivola da spia nel mondo degli adulti.
Non comprendo la disumana volontà di sopraffarsi, ma quella mi abita
con voce che non mi appartiene, perché esce tronfia e plasmata.

Forse che sia innata l’arroganza degli uomini? Forse che sia anch’essa santa?

    

3)

Mi portarono davanti a una rastrelliera d’attaccapanni e m’imposero di scegliere
quello a cui impiccarmi.
Furono un cappio di ferro le dita della levatrice, e in quel momento
mi ritrovai a carezzarle le ginocchia da lavandaia, che aveva da secoli
quale inciampo del mestiere di lavorare e lavorare.

Disse il boia: “Mein junge verbringen sie unvergessliche momente…”
in un tedesco storpiato dall’ucraino.

Feci il passo e mi consolai, avendo informato i miei compagni.

    

4)

L’oracolo che abita in cima all’albero bisbiglia la fede ai passanti.
Rivela a chi non lo sa, ciò in cui crede, senza domandare nulla in cambio.

Vivere per ubicazione rientra nelle poche certezze umane.
Ti muovi nella tua geografia quale lontra che segna i confini con urina e saliva,
oppure sfregando il corpo unto, lasciando peli, baffi e parassiti
nel girare e rigirare attorno al tronco dalla corteccia cava.
La geografia della nascita varia ma non è mai variabile.
I piedi sanno dove andare. Lento lo strascico fra le paludi seminate dall’inverno,
anche se il suolo che fotografasti era quello secco dell’estate.
Lenta la stagnazione che carezza i fianchi, dove ti trascini, sempre conscio
della buca o dell’inciampo.

2012-09 - 07
Mimmo Paladino

   

5)

Memorizzare un percorso, possederlo al tatto degli stivali, andare chiudendo
gli occhi, lasciarsi trasportare dall’indole dell’anatra, quale bellezza animale.

     

6)

Il cervello si chiude al dolore quando ami chi ti ha generato. Sai che per natura
andrà prima di te, se non morrai nei pochi anni.

Che sia il morire da bambino lo sfuggire a quella trama? 

Indosso il bernusse, per camuffarmi tra gli occupanti di quella terra acida.
I miei libri di scuola sono intrisi dai mille profumi di cucina. Studiavo lì
quando la pace comandava.
I pugni di mia madre spianavano le focacce e il merlo in gabbia di mio padre
mandava striduli richiami alle volpi dei ghiacci.
Ancora non so con quale sentimento colga le affermazioni del tempo.
Le vetrine, durante il Natale ortodosso, erano consolazione per i minatori, i contadini
e per gli addetti agli alti forni della siderurgia staliniana.
Ebbi solo due soldatini per giocare: il primo zoppo e scolorito, il secondo
con la divisa del tedesco che ci ha calpestato.

    

7)

Non posso certo dire che:

“l’intelligenza non è il come evitare gli errori,
ma lo scoprire in fretta come trarne vantaggio…” 

infatti del biondo di quei capelli fecero corona di spine, mentre, del suo collo, ciondolante ossequio a un cardellino impagliato.

    

8)

Lo picchiavano e lui cantava, con la melodia di un guaritore siberiano:

Bell’albero dalle molte foglie
bella pietra grigia e nera qui accanto
bel canto che incominci a viaggiare
bella custode del recinto della tenda
bel ramo dell’albero vicino alla pietra
bella luce del sole dietro le nuvole
belle nuvole che state tra me e il sole
bei ricordi del mattino in cui ho varcato il campo
bel fiume che passi da questa parte della tundra
bella luna che ancora non si vede
bell’uccello ghiacciato appeso a un ramo… ciòk, ciòk
sono montato sul primo gradino, mi sono arrampicato
sul secondo, poi ho volato…

    

9)

La mia testa… la mia testa arcaica, che contiene tutte le voci del mondo,
di chi fu, di chi è e di chi sarà in un fiato.
La mia testa, tagliata con la mannaia, scolpita nel granito, fusa
con l’acciaio dei cannoni catturati, quanto vi potrà dire e quanto, ancora,
potrà rimirarsi per un attimo, per un domani, o, forse, per un “mai più”,
come ora, nel giaciglio delle carni?
La mia testa violenta, la mia testa dalle grosse narici, dalle mandibole
da carnivoro, dalla mascella da cane da guardia… la mia testa
nel fondo di un canestro, portata in dono alle femmine del villaggio…
la mia testa, che ricorda il tuo piccolo capo,
quel becco da canarino, quel cercarmi
da figlio trascurato.

copertina libro

2 thoughts on “Intervista a Gian Ruggero Manzoni”

  1. “Il talento sta nel trasformare in altro l’esperienza di vita, facendola diventare tensione universale. Solo così si fa arte, mirando, sempre, a un assoluto.”
    Condivido in pieno.
    Intervista molto interessante sotto ogni profilo.
    Giorgina Busca Gernetti

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