Intervista a Eugenio Lucrezi a cura di Claudia Zironi

Intervista a Eugenio Lucrezi a cura di Claudia Zironi.

     

     

Buongiorno, Eugenio Lucrezi, benvenuto su Versante ripido. Tu, oltre che scrittore e giornalista, attuale direttore della rivista Levania, sei critico letterario e operatore culturale. Come tale interesserà ai nostri lettori il tuo punto di vista sullo stato della poesia in Italia.

Dunque la prima domanda a cui ti invito a rispondere è proprio: dal tuo osservatorio di produttore e di studioso, la forma artistica della poesia gode di sufficiente considerazione da parte dei lettori?

Eugenio Lucrezi

La poesia è stata per secoli una forma letteraria tra le altre, inserita in un sistema che è stato chiamato, appunto, letteratura. Tale sistema, nato alcuni secoli fa con il consolidarsi di una classe di lettori che andava maturando tra i ceti produttivi della nascente borghesia, si basava su polarità costituite da fruitori scolarizzati, produttori letterati, imprese editoriali che si occupavano della stampa e della distribuzione dei libri e mondo accademico, che provvedeva allo studio e alla storicizzazione dei prodotti. La letteratura è esistita fino a quando le distanze tra i poli che ne costituivano l’edificio si sono mantenute. Attualmente la situazione è del tutto diversa: le distanze sono azzerate e vige l’orizzontalità, basata sull’interscambiabilità dei ruoli. L’edificio letterario è morto, e con esso la forma che è stata chiamata poesia. Di conseguenza la poesia oggi è scomparsa per i fruitori-lettori, che fino a un paio di generazioni fa continuava a leggere, prevalentemente nei salotti e nei tinelli delle magioni borghesi, i poeti riconosciuti. Oggi produttore e consumatore di poesia si sovrappongono al punto da coincidere esattamente. Fanno eccezione i lettori accademici, che per forza di cose devono pur studiare alcuni poeti, per scrivere i loro testi universitari. I poeti studiati oggi, di conseguenza e per ragioni consociative, sono per lo più quelli intrinseci o vicini al mondo accademico. Oggi un Campana, ma anche un Saba, avrebbero poche possibilità di essere studiati e storicizzati.

     

E ancora: il panorama critico si occupa a sufficienza e adeguatamente della poesia?

L’abbiamo detto: l’accademia si occupa di poeti accademici o vicini all’accademia; la critica militante “di base” produce di tutto: spazzatura per lo più, ma in alcuni casi anche, per fortuna, scritture degnissime. Il problema è che oggi è impossibile anche solo tentare una storiografia. I poeti bravi e consapevoli del linguaggio, i poeti “responsabili”, sono migliaia. Ne conosco centinaia, e ne conosco una minima parte.

      

Di recente ti è stata affidata una rubrica su la Repubblica edizione di Napoli, la Bottega di poesia. Ci puoi parlare di questa scelta editoriale che ti coinvolge spiegando cosa si aspetta da essa Verdelli? Credi che questa rubrica potrà aiutare la poesia a riconquistare posizioni nel gradimento dei lettori?

L’iniziativa è maturata a Milano, dove se occupa Cucchi. Mi si dice che c’erano nell’aria, e in redazione, molti segnali di un interesse diffuso per la  poesia. Io credo che sia vero: oggi la gente scrive messaggi sintetici, la poesia può sembrare vicina a quel che si scrive su twitter o su whatsapp. È ovviamente un fraintendimento, perché la comunicazione veloce implica l’azzeramento del lavoro linguistico, che è l’essenza dell’attività poetica. Il successo è stato immediato, ed è stato chiesto alle redazioni di Torino, Firenze, Bologna, Roma, Napoli, Bari e Palermo di partire con iniziative analoghe. Lavoriamo a pieno ritmo e per fortuna inviano anche poeti riconosciuti; la gente che legge si confronta così con la poesia contemporanea, che in genere non ha mai accostato. Ma è bellissimo scoprire testi magnifici inviati da perfetti sconosciuti: studenti, artigiani, operai, pensionati. Oggi i poeti in qualche misura riconosciuti sono, l’abbiamo detto, migliaia. Ma i poeti degni e capaci sono molti di più. Per quanto riguarda gli effetti sui lettori di poesia, staremo a vedere. Temo che i più spediscano nella speranza di leggere il proprio nome sul giornale.

     

Ci parli ora della tua carriera letteraria? Perché ti occupi in particolare di poesia?

Sono figlio di insegnanti, i libri di poesia giravano per casa. L’unica carriera che mi riguarda è quella professionale, sono un medico e ho lavorato sempre in sanità pubblica.
Le cosiddette carriere poetiche sono un ridicolo scimmiottamento di quelle che riguardano la “vita vera”. Nei tempi della scuola di massa, tutti hanno l’opportunità di leggere e di studiare, se ne hanno voglia. Tutti possono diventare autori degni di questo nome. Diventare un poeta noto dipende esclusivamente dalla capacità di farsi strada e farsi conoscere da persone che hanno raggiunto una qualche autorità nel campo delle arti.
Io ho sempre letto molto, specie negli anni dell’università. Ho cominciato a far leggere le mie cose solo quando ho percepito che non erano proprio porcherie:  nell’88 mandai una silloge al Montano, che esisteva da un solo anno. Risultai finalista, a Verona conobbi Ermini, Teti, Zanzotto e Gramigna. Tornato a Napoli, contattai Franco Cavallo, che dopo poco mi chiamò nella redazione di “Altri termini”.

     

Levania è nata nel 2012 come Versante ripido, i nostri “bambini” sono coetanei. Cosa ha fatto muovere i primi passi alla tua rivista? E ora gode di buona salute e ha ampia diffusione?

La rivista nacque per iniziativa di Marisa Papa Ruggiero, che convocò alcuni poeti: Ugo Piscopo, Bruno Galluccio, Marco De Gemmis, Mario Fresa. Il gruppo pensò di coinvolgermi, il nome della testata lo trovai io. Oggi la redazione è composta, oltre che da Marco, Marisa e me, da Enza Silvestrini, Paola Nasti, Enzo Rega, Emmanuel Di Tommaso, Carmine De Falco e Antonio Perrone. Il ventaglio generazionale è molto ampio. Siamo autoprodotti, abbiamo un editore che è un vero artista e un finissimo stampatore, Francesco Giannini. La rivista è cartacea, e ciò ovviamente non permette una circolazione paragonabile a quella delle testate online; d’altra parte, non siamo macchine da guerra come Anterem, che ha una diffusione incredibile, o come Poesia di Crocetti, che si trova in edicola. Fare una rivista è faticoso. Siamo ripagati da qualche soddisfazione, dalla sorpresa di certi incontri, dall’esserci guadagnati una qualche reputazione tra gli addetti.

     

Per ultima tengo una domanda inerente il tema di questo numero di VR che è “la poesia breve”, un tema abbastanza anomalo per noi dato che si riferisce a una tecnica scrittoria. Lo abbiamo scelto perché ci pare che questa tecnica in particolare rappresenti una forma mentis e una necessità della contemporaneità. Ci vuoi dare un tuo punto di vista e un eventuale indice di attualità e di gradimento per questa forma?

La forma breve è una sorta di poesia sublimata, nel senso che porta direttamente i materiali percettivo-cognitivi ad una traduzione figurale, fonica e ritmica. Le fasi, centrali, della destrutturazione e della ristrutturazione del linguaggio sembra vengano saltate. La forma breve esige la spersonalizzazione del soggetto, la disposizione ad accogliere le afferenze indistinte che arrivano dall’esterno: coscienza collettiva, anima mundi. La forma breve porta all’antico, va ricondotta a quella che Giorgio Agamben chiama linea orfico-innica della poesia, incentrata sulla nominazione delle cose del mondo, sulla cancellazione della chiacchiera. La forma breve non è complice dei tic della contemporaneità; chiama anzi ad una forma di responsabilità più alta.

 

Chrysalis, Lara Steffe, 2016

 

4 thoughts on “Intervista a Eugenio Lucrezi a cura di Claudia Zironi”

  1. Difficile se non impossibile riconoscere poeta chi sappia così indossare il baldo del giudizio critico. nel mio immaginario, quando il pensiero mi riporta ad Eugenio Lucrezi, infatti, lo fotografo sempre con una chitarra e recitando i versi cadenzati di una poesia spesso ironica, non caustica. Come se fosse irrisa di se stesso, o cosa del genere, e certamente distinta, musicale, una bellissima poesia insomma, ecco, che solo un critico può spiegare. Ma Lucrezi è anche il critico per eccellenza se si considera nella prefazione a molti poeti, nella rivista Levania, e come in questa intervista, il chiarissimo nel suo stile pacato e senza metonimie d’uso eccentrico che, spesso vantano poeti e critici nel relazionare il loro parlare con l’uso dotto dei riferimenti che poca gente può tenere in mente. nell’ultima risposta testé formulata, laddove già non si conoscesse la sua predilezione per la sintesi in genere, Eugenio Lucrezi dà anche una spiegazione assai dotta del compendio, dell’essenzialità poetica.

    1. Ringrazio Claudia Zironi per le domande intelligenti e stimolanti ringrazio Ciro de Novellis per quello che qui scrive; lo so che è sincero, ma l’amicizia porta ad esagerare le lodi. lo so, perché anche io faccio così con lui. perdonateci entrambi, è colpa di un’amicizia nata in epoca antidiluviana nelle corsie dell’ospedale cardarelli di napoli.
      Complimenti a versante ripido, che, come dice Claudia, è gemella di LEVANIA (anno di nascita per entrambe: 2012)
      E un abbraccio agli amici presenti nel numero.

  2. Un’intervista opportuna. Le posizioni di Giorgio Lucrezi, espresse con invidiabile chiarezza, riguardo al mutamento dello spazio poetico (ex-letterario) e alla natura della forma breve mi trovano sostanzialmente d’accordo.

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