Intervista a Martina Campi sulla sua opera “Cotone”

Intervista a Martina Campi sulla sua opera “Cotone”, Buonesiepi Ed. 2014, a cura di Paolo Polvani.

   

   

Perché Cotone?

Credo che la storia del titolo sia il ricalco della storia del libro. Che mi ha in un certo senso forzata ad ascoltare e comprendere che le cose andavano fatte in modo leggermente diverso da come le avevo decise io. Dovevo smetterla di “fare cose” su questo libro. Mettermi ad ascoltare, perché quello che io pensavo finito e con una forma, aveva in realtà ben altro da dire. E non si sarebbe accontentato di mezze vie o approssimazioni.

Perché volendo, c’era già ogni cosa da prima. C’era un titolo, un coro di voci, comprese molte vite, per questa raccolta. E per ogni vita un accadimento,  una nota di  Giamapaolo De Pietro, un’altra di Enrico Restagno, qualche disegno di Nicola Girelli Bruni,  c’era pure una menzione al Premio Montano, prima.

Prima che io ascoltassi davvero e, in un certo senso, mi arrendessi alla sua volontà. Sentii subito una grande emozione, una forma di fervore e una sensazione di leggerezza. Da quel momento tutto avvenne in modo naturale e velocissimo. Come un serpente, il libro cambiò la propria pelle di “Le metamorfosi della gioia”, e si fece adottare da buonesiepi, per alleggerirsi, e finalmente ascoltarsi o farsi ascoltare e nel contempo divenire corpo per le immagini e pagina per le parole (rappresenta il numero due della parte libresca – Buonesiepi Libri – del progetto, non solo editoriale, dal nome appunto Buonesiepi, aperto alle arti che entreranno a far parte di questa Siepe).

Grazie alla lettura accurata, nel senso proprio della cura e dell’ascolto, del poeta amico Giampaolo De Pietro, che già conosceva tutte le vite precedenti di queste poesie, sono rimaste, nell’ultima vita, intatte, mentre fuori accadeva di tutto, e dell’artista e poeta e pure amico Francesco Balsamo, che  con l’ascolto sottile e la matita come bacchetta magica, non solo per i suoi dipinti, ma anche per il tocco leggero di qualche piccolo spostamento, slittamento o attesa, Le metamorfosi della gioia, semplicemente privata della cornice, aveva subito quella metamorfosi che da titolo era divenuta fatto.

Avevamo intanto capito tutti che non si poteva imporre niente a ciò che ora è nato come “Cotone”, così smisi e, a quel punto, anche smettemmo, di cercare il titolo giusto. Poi accadde come al solito, che quando cerchi qualcosa è lei che ti trova.

Così una sera mi telefona Giampaolo e mi dice una parola sola: “Cotone”. Siamo rimasti in silenzio, forse a chiederci “Perché Cotone?”.

Se nominiamo la parola cotone, credo a ciascuno vengano in mente le più disparate associazioni di idee.

Il cotone è morbido e pure resistente, come tessuto ci veste, come bambagia coccola, o fa nuvola, come filo cuce, unendo, come fibra, è rigida, filamentosa, con una storia che non finisce. Come semi fa olio, come steli e foglie, humus.

È una parola in una poesia, anche.

Non c’era un “perché Cotone”. Sapevamo soltanto che era tutto il libro e che c’era, finalmente, “Cotone”.

   

C’è una progressione, un’evoluzione stilistica tra Estensioni del tempo e Cotone?

È complicato, forse impossibile, collocare temporalmente questo libro, per la sua genesi. Viene prima o viene dopo Estensioni del tempo? Se non so rispondere a questa domanda, non posso neppure collocarmi in una dimensione di progressione o evoluzione stilistica. E rispondere a questa domanda, più di quanto non abbia già provato a fare, è praticamente impossibile.

Probabilmente “Cotone” è la messa in atto delle Estensioni del tempo.

C’è  di sicuro un’evoluzione di persone, un passaggio di consegne e attenzioni negli ultimi momenti della genesi dell’”oggetto” libro, e delle persone che ne hanno permesso la realizzazione e ne hanno infine partecipato. Lo hanno curato con un amore,  un’attenzione, un coinvolgimento  così personali e quasi intimi, da farsene adottare: Francesco Balsamo e Giampaolo De Pietro;  la professionalità sensibile e paziente di Alessandra Roccasalva (che collabora con Giampaolo e me alla realizzazione del Foglia d’aria) per la parte grafica, così come di Franco Noto (e la sua Officina delle immagini); e, infine, la fratellanza di Cotone con Tecnica Mista, praticamente il suo essere di casa e appartenenza a Scicli. Insomma, una fibra di Cotone con le radici in Emilia e il fiore in Sicilia.

Anche in Estensioni del tempo c’è un forte rapporto di relazioni importanti (per altro molto evidente nel libro), che tuttavia ha contribuito al libro con un tipo di interazione molto diverso.

   

Si tratta di un’evoluzione anche tematica?

Tematicamente non credo, a prescindere di poter parlare di evoluzione o meno in “Cotone”, per i motivi detti prima, di spostarmi tanto, in ciò che scrivo. Di solito non penso o non ragiono in termini tematici, credo se mai di essere in qualche modo “affezionata” o anche “ossessionata” a/da pressioni mie, momenti di pulsioni conoscitive, percezioni relazionali, intimità annodate, ostacoli linguistici, e così via, che restano le stesse e gli stessi, riproponendosi  in continuazione in ogni mio lavoro, magari cambiando forma, o disposizione. O profondità nel rapporto con la parola, almeno spero. Rispecchiando ricorsivamente, o riportando una voce all’evoluzione (o involuzione, che considero comunque forma di evoluzione) del mio sentire, pur essendo le stesse (e gli stessi), non corrono il rischio di una staticità, intesa anche come ripetitività. Se mai possono verificarsi dei movimenti di apertura, o restringimento di campo a seconda della tensione verso un sottile aereo avventurarsi, o un profondo sporcarsi le mani.

Non collocandosi temporalmente in una dimensione lineare, quanto in una tutta sua, “Cotone” mi rende spesso complicato parlarne come se ne farebbe solitamente. È probabilmente sua imposizione, che ho compreso, nel tempo, quello calcolato in mesi e anni, e nei mutamenti, che questo libro voleva in un certo senso farsi e non essere fatto. Ascoltato non interpretato, o raccontato. Allo stesso modo credo intenda essere letto, creando quasi beffardamente questa difficoltà nel dirne, così da allontanarsi da una qualsiasi  idea di discorso, per ascoltarne invece le parole, così come i silenzi, seguire il movimento del suono e del segno. Sa quanto sia attraente l’idea del creare argomentazioni, così non ci lascia soli nella sua richiesta, ci fornisce, nelle illustrazioni di Francesco Balsamo, degli alleati silenziosi e potentissimi che ogni tanto appaiono sulla pagina, con una discrezione che non è mettersi a lato, ma un prendere delicatamente per mano. In una mano i testi, nell’altra il lettore, saldi, sul filo dell’equilibrista che, non sfida ma si offre come complice alla forza di gravità, consapevole del rischio.

    

Cosa è accaduto tra il dolore dello scorrere e la suggestione del freddo?

È accaduto il dolore dello scorrere ed è accaduto ciò che scrive Giampaolo De Pietro nella breve ma intensa nota introduttiva al libro:  “[…]  È di cotone, e non si scioglie, ma freme, esiste, canticchiando tra confusione e passato prossimo, ora e qua, è un corso dall’andatura appena appena avverata, atterrata magari a voce, girando in quota alla vita con la natura di un filo d’erba che chiede agli altri di restare, e fare prato, cotone, respiro”.

    

La poesia contempla una sorta di santità?

Un certo tipo di santità sicuramente, il termine ha contorni indefiniti in fondo. Preferisco collegarmi a un’idea di spiritualità, nella quale mi sento più comoda anche nel risponderti in senso positivo. Ungaretti diceva che “la poesia porta con sé un mistero”. Io ho sempre vissuto quest’idea di mistero in relazione a un qualcosa di spirituale, così come quello che sento nei momenti in cui la porgo con Memorie dal SottoSuono. Sento che ciò che accade non è soltanto mio e che in quel momento io sono solo un tramite, un canale attraverso cui scorre qualcosa di indefinibile, per cui cerco una sorta di trasparenza, per lasciare a questo mistero la libertà di mostrarsi senza interferenze. Di sicuro la pratica poetica contempla un contemplare e un’ascesi tutti suoi, al contempo umanistici e trascendenti; è in odore di sacralità il fatto di aderire alle cose per come si rivelano anziché per come appaiono, cioè aderire alle epifanie degli eventi, se pur minimi. Il poeta spesso coglie lo svelarsi delle cose ed è questo che la poesia poi svela nel testo. Anche nel rapporto intimo, per taluni sacro, con la parola si può ravvisare un’ascesi mistica: trattare la parola come “verbo” generatore di un proprio universo, riconoscere il suono proprio della parola come un Om, capace di creare realtà con la sola propria fisicità. In principio è la parola, andrebbe bene come incipit per molti testi poetici. Quindi, una spiritualità non necessariamente all’orientale, e tuttavia sicuramente di tipo mistico e contemplativo. Non per una qualche esperienza di beatitudine ma per l’eventuale riuscita dell’opera, cioè il rispettare un’esperienza che chiama a una sorta di responsabilità, che segue logiche altre e che per questo non vadano strette e non siano imposte o accettate senza consapevolezza. (Quando si pubblica un libro poi, in fondo, è come spogliarsi pubblicamente, di fronte a parenti, amici e popolo, per vestire un saio essenziale, quasi nudi anche di fronte al lettore più equipaggiato. Tutto, a volte, solo perché una voce, in qualche maniera, ci ha chiamato e ha insistito finché non ci siamo arresi e ci siamo messi a lavorare).

*

selezione di poesie da Cotone di Martina Campi:

   

Nel tuo parlare di me
ritrovo la forma curvata delle nostre mani

e dall’alto ti sento carne,
come sei

i pensieri oggi si fanno dono
i ricordi farfalle.

Sono linguaggi che ci riguardano,
ventilatori che spargono buffonerie in giro,
solo per noi.

Saremo sempre lì, dove siamo
stati

     (non si è ancora sciolta tutta
la neve che ho in tasca)

Chi sono se tu ti ricordi di me.

   

(Ci s’incontra nei panorami)

   

***

Come neve,
ricopre e poi disgela,
silenzia i rumori,
nel cielo artico

la stella del Nord
stilla anelli di latte.
Eravamo i soliti
a risalire le colline.

Apparteniamo al silenzio
ai ricordi cuciti di blu.
Sarà il rinvenirsi degli occhi.

   

(Canzone dell’ultimo inverno III)

   

***

E poi perché ci vuole la calma,
sapete ci vuole la sorrisa,
la…stortura ci vuole
mentre si fa il bucato, il seitan
il seitan, poi sbadigli enormi,
feroci balsamici o no, falò…

loro lo sanno e nella notte
si danno consiglio
con le ninne nanne,
con i bucati freschi salgono
ti baciano e t’abbracciano e chi sei
chi sei continui a dire perché
nell’armadio ce n’è uno uguale,
nuovo nuovo uno perfetto nuovo nuovo
e tu sarai nuovo anche tu
presto questo freddo anche tu.

Il freddo, il freddo è il saio
il tuo saio per dormirci
stanotte sai per tradurti
ciò che sai tu lo sai
tu lo sei ciò che sei.

                       

CAMPI INTERVISTA tn_millau-viaduct

 

 

4 thoughts on “Intervista a Martina Campi sulla sua opera “Cotone””

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