Intervista a Todd Portnowitz sulla traduzione, a cura di Anna Belozorovitch

Intervista a Todd Portnowitz sulla traduzione, a cura di Anna Belozorovitch.

    

    

Todd Portnowitz (1986) è poeta e traduttore, tra gli altri di Pierluigi Cappello, Paolo Valesio, Cinzia Demi (in co-traduzione con Graziella Sidoli) e Nicola Gardini. Per le sue traduzioni dall’italiano di Cappello ha vinto il premio Raiziss/De Palchi della Academy of American Poets nel 2015. E’ co-fondatore della rivista poetica Formavera e del “reading series” a Brooklyn per scrittori-traduttori Us&Them.Vive a lavora a New York.

      

Vorrei domandare a te perché (e se!), secondo te, per un lettore e un appassionato di poesia può essere importante sentire ciò che ha da dire colui che traduce la poesia.

Todd Portnowitz. Photo credit: (c) Michael Lionstar

Leggere la poesia in traduzione, sì, è sicuramente importante – sentire ciò che ha da dire il traduttore, non so… È di moda ora scrivere saggi sull’esperienza intima di aver tradotto quest’opera o quella, e l’ho fatto anch’io una volta — e a volte può anche essere una cosa utile al lettore — ma per la maggior parte è un genere abbastanza noioso, e più che altro un modo, per il traduttore, di vantarsi. Il perché ho scelto questa parola e non quella, eccetera. Il lettore vuole il prodotto finale, pulito, e anche se il traduttore ha lavorato un sacco e ha fatto un sacco di decisioni difficili e sottili, quest’è la natura del lavoro di ogni tipo. Mica chiediamo all’idraulico i dettagli di come ha riparato il rubinetto—vogliamo soltanto che l’acqua scorra. Se, invece, uno vuole diventare traduttore (o idraulico) tocca ad imparare un po’ i modi di fare. Ma la traduzione poetica in particolare è una cosa che si impara facendola, leggendo la poesia e scrivendola se stessa, e intanto tuffandosi nella lingua e nella cultura da cui si traduce.
Per quanto riguarda ciò che ha da dire il traduttore sull’autore che traduce, è un’altra storia, specialmente quando si parla della poesia contemporanea. Traducendo un poeta contemporaneo, come Pierluigi Cappello per esempio, è probabile che tu il traduttore sia l’unica persona nel tuo paese che conosce quel poeta, che capisce la sua opera e la sua importanza, quindi il traduttore diventa per necessità il suo tifoso più rumoroso, altrimenti rimane ignoto.

     

Io sono molto interessata alla tua esperienza di traduzione in generale. Tu stesso scrivi, hai esperienza di veder nascere dei versi originali. Credi che ciò sia importante per poter tradurre poesia? Credi che ci sia, in questo, una differenza rispetto alla traduzione di prosa? Credi che sia importante un’affinità tematica o di stile tra la poesia che eventualmente scrive il traduttore e quella dell’autore tradotto? 

Per tradurre la poesia non so se devi essere per forza un poeta con una “p” maiuscola—cioè un poeta attivo, che pubblica spesso, che è un po’ conosciuto come poeta—ma ti deve almeno dare piacere scrivere versi! Altrimenti, che stai facendo? E se ti da piacere scrivere versi, è probabile che ti piaccia leggere la poesia e che tu scriva ogni tanto cose tue. Tradurre bene è in gran parte una questione di abitudine—se traduci spesso traduci meglio. Se ti trovi immerso in un progetto, e lo fai ogni giorno, ti trovi più vicino al pensiero e all’istinto del poeta. E se affronti ogni tanto la pagina bianca, scrivendo delle cose tue, ti è più familiare quel terrore particolare, quel rischio che si corre provando ad esprimersi in versi — e quindi ti avvicini alle poesie altrui con più rispetto e una sensibilità più fine.
Con la prosa diventa più importante la conoscenza della lingua originale—semplicemente perché ci sono più parole, più frasi, più espressioni idiomatiche da decifrare. Altrimenti ti trovi impantanato nella sintassi. E anche qui vale lo stesso argomento di abitudine. Se una persona non scrive prosa, la prosa che scrive quando traduce sarà disastrosa. Comunque qui, secondo me, è meno importante essere romanziere per tradurre un romanzo—importa soltanto che scrivi la prosa con frequenza (cioè anche se traduci e basta, se traduci spesso la prosa non avrai tanti problemi a tradurre un saggio, un romanzo, una recensione, o ciò che sia).
Per rispondere all’ultima domanda: il traduttore è ventriloquo per mestiere—non dovrebbe importare se c’è un’affinità tematica o stilistica tra l’autore e traduttore. E se non c’è, può essere meno piacevole, ma non meno fattibile.

    

Prima ho menzionato la “nascita di versi originali”. Quanto è “originale”, secondo te, il testo poetico tradotto? Mi piacerebbe chiederti se questo confine (ad esempio nel caso delle poesie di Paolo Valesio e Pierluigi Cappello) ti sfiora, se lo intravvedi, se è fonte di inquietudine. Vi è un sentimento di possesso nei confronti dei versi che traduciamo? È un sentimento utile o necessario, o piuttosto il contrario?

Io non provo questo sentimento di possesso – le poesie di Valesio e di Cappello sono le poesie di Valesio e di Cappello sia in italiano che in inglese. E come traduttore è il mio compito di garantire proprio questo: che le poesie portano sempre l’imprimatur del poeta originale. Almeno per i progetti di cui mi occupo. Non è che sto sperimentando con poeti antichi e già tradotti e già conosciuti, dove magari il lettore, se non gli piacciono le mie versioni sportive, può sempre prendere in prestito un libro più fedele. Io traduco questi poeti per introdurli ai lettori di madrelingua inglese, per importare la cultura – voglio che, quando chiudono il libro, si sentano più vicino a Valesio o a Cappello, non a me.
Ciò detto, la versione che produco io è originale in quanto sarà quasi senza dubbio diversa da ogni altra versione prodotta, in epoche future di sicuro ma anche in questa. Le scelte saranno le mie, e per il successo o il fallimento del testo dovrò accettare la responsabilità. Se fallisco, è una brutta storia, perché tradisco sia l’autore che il lettore, e la questione di chi è il testo diventa più complessa – e poi quel povero autore, se è bravo, dovrà aspettare che arrivi un altro traduttore per cantare meglio le sue canzoni. Ma se ho successo, il testo prodotto è più che mai dell’autore che l’ha scritto.

     

Quanto è utile “capire” del poeta, della sua persona, per sentire di poter trasmettere immagini e pensieri di cui è autore? Hai avuto possibilità di interloquire con i poeti nel corso del lavoro e che tipo di scambio è stato? Quali elementi ti hanno aiutato a entrare in maggiore sintonia con il testo?

Con Valesio ho collaborato molto, perché era qui a New York per la maggior parte del tempo che traducevo il libro, nel 2013/2014—facevo una dozzina di traduzioni, e poi ci vedevamo per pranzo per discutere i testi, per chiarire certi passi, per dibattere. E ci siamo divertiti molto. Con Cappello, invece, ci siamo sentiti soltanto tre o quattro volte al telefono, e mai per discutere le traduzioni. Giusto per chiacchierare un po’, o per festeggiare un premio vinto o una traduzione pubblicata in rivista. Una volta mi ha anche fatto una registrazione della poesia “L’autostrada” per telefono, che si può sempre ascoltare qui. In tutti e due i casi, discutendo i versi più vaghi o meno traducibili con l’autore o no, quei versi rimangono vaghi e poco traducibili, perché la poesia è a volte così – e il traduttore in quei momenti è sempre solo, deve sempre fidarsi dei propri istinti o delle proprie ricerche. Per fortuna, se c’era un verso nel Cappello che proprio non riuscivo a capire, potevo sempre scrivere una nota ad Alessandro Fo, che nel corso del progetto mi ha dato delle spiegazioni preziose.
Alla fine, la collaborazione è al cuore della traduzione, perché la lingua stessa è un prodotto di collaborazione. Le parole assumono un significato in quanto ci mettiamo d’accordo che sia quello che significano. Quindi, spesso per trovare la parola giusta in una traduzione tocca non soltanto parlare con amici in tutti e due le lingue, ma, e soprattutto, ascoltare il mondo che chiacchiera.

     

Due poesie di Pierluigi Cappello con traduzione in inglese di Todd Portnowitz:

    

Natività

La neve sarà già alta la mattina,
nessuno di loro guarderà il nero dei rami che taglia
il cielo dell’inverno, il cielo che si specchia nella neve
la neve che si specchia dentro il cielo,
sfileranno dalle cassettiere i pantaloni migliori, la gonna giusta
la giacca che era del padre quando si sono sposati
annoderanno la cravatta con dita imprecise
e sapranno di acqua di rose e naftalina
perché sarà il giorno che accoglie la devozione
e ferma il tempo degli abiti sudici, dei tagli sulle mani;
si troveranno tutti nella chiesa troppo grande
per il paese piccolo e daranno al Natale la forma
delle loro giacche sformate, del loro stare vicini,
del vapore dei loro aliti, lo faranno per loro
e perché è la festa, e per tornare alle case
se non conciliati meno pesanti nel buio del giorno corto,
lo faranno allora, lo faranno oggi, lo faranno domani
lo faranno finché starà fermo il palo drizzato
nel mezzo del ricordare di chi li ricorda e la neve,
nel freddo, sarà già alta la mattina.

      

Nativity

The snow will be high by morning.
Not one of them will notice how the branches’ black
slices the winter sky; the sky reflected in the snow
snow reflected in the sky.
From drawers, they’ll whisk
their best pair of pants, the proper skirt,
the jacket their father wore his wedding day.
They’ll tie their ties with clumsy fingers
and smell of eau di rose and naphthalene.
For tomorrow is a day set aside for devotion,
a respite from soiled clothes and cut up hands,
and they’ll gather in the church that’s much too big
for their little town, and fill out Christmas with the shape
of their shapeless jackets, of their nearness,
of the steam from their breath. They’ll do this for themselves,
and because it’s a holiday, so they can go back home—if not absolved,
at least a little lighter in the dark of the shortened day—
as they’ll do in the past, and will today, and will tomorrow
and will until a pole is driven through
the memory of those who remember them, and the snow,
in this cold, will be high by morning.

*

Album

Erano casette disegnate, con il comignolo
e un filo di fumo che saliva a spirale
dentro un azzurro azzurro senza sfumature.
Le nuvole erano la nostra pelle,
e dal sole la mano guidata scendeva
al sempreverde del prato.
Giù, nel piccolo pugno, il pastello teneva
finestre aperte su un cielo grande,
lontano da noi.

    

Album

Little houses, sketched with chimneys
and a string of smoke curling upward
in a bluest blue without nuance.
The clouds were our skin,
and your steady hand descended from the sun
to the evergreen fields.
Down here, in your little fist, the crayon held
our windows open to the sky—
wide, and nowhere near us.

*

Due poesie di Paolo Valesio, anch’egli intervistato in questo numero di VR, con traduzione in inglese di Todd Portnowitz:

     

Monteluco

“Cum essem in peccatis…”
(Francesco d’Assisi)

Il bivio è nella pelle e nella mente.

Il presente è essenziale e incomprensibile;
il futuro, inguardabile; il passato
intoccabile.

E resta l’altro: il bivio
del lavoro mentale
(con il cervello teso
a sollevare sacchi
a travasare secchi).
Che cosa fa la mente
con gli anni del peccato?
Può lasciarli cadere –
senza nemmeno bollarli “anni sciupati”,
schiacciandoli al disotto del giudizio –
nel vuoto del tempo universo;
o ricercarne con passione il senso:
ogni ora di vita ha da servire –
anche la più sassosa
anche la più fangosa –
a lastricare il cammino
per l’Ascesa del Monte.

      

Monteluco

“Cum essem in peccatis…”
(Francesco d’Assisi)

The path splits in the skin and in the mind.

The present is essential and incomprehensible;
the future, unseeable; the past
untouchable.

What remains: the split path
of mental labor
(the brain, braced
for heaving sackfuls,
for tilting bucketfuls).
What’s a mind to do
with the years of sin?
Set them adrift—
not even bother to label them “squandered,”
squash them short of judgment—
in the void of cosmic time?
Or go hotly seeking their sense?
Each hour in life must serve—
even the stoniest
even the muddiest—
must pave the way
to the Ascent of the Mountain.

*

Goodbye, Monteluco . . .

Il corno di corriera è ancora allegro
quando passa la curva non visibile
di là dal viale e il prato e la striscia di bosco;
il fischiare del treno
è ancora melancolico.
Tutto in ordine, dunque – il paesaggio
si adatta alla sua propria descrizione,
si traveste da locus amoenus.
Ma il sibilo del vento è già cambiato:
è divenuto oscuro.

Adesso solamente
sotto il segno di questo avvertimento,
egli quando distende
sopra gli occhi il ricamo delle palpebre
la vede:
abietto obietto della sua peggiore
esausta nostalgia
la morbida la dolce
più di ogni segno, la rada
l’insenatura oltre il fiume
l’accennante, insensibil
mente declinante – la riva buia.

Mezzo luglio: e l’estate è già finita.

     

Goodbye, Monteluco . . .

It’s still cheerful, the bus’s horn,
as we round the hidden curve
past avenue, meadow, strip of forest;
the train’s whistle,
still melancholic.
All’s in order, then—the countryside
adapts to its description,
outfits itself as locus amoenus.
The wind’s hiss, though, is changed already,
is already bleak.

Only now,
arrested by this sign,
extending the eyelids’
embroidery over his eyes,
does he see it:
abject object of the lowest,
exhausted nostalgia,
soft, sweet
beyond all signature, the harbor,
the creek past the river,
the nodding, insens-
ibly declining—the dark shore.

Mid-July, and already summer’s done with.

*       

       

Paolo Figar, Le figure abitano lo spazio della polveriera napoleonica di Palmanova

One thought on “Intervista a Todd Portnowitz sulla traduzione, a cura di Anna Belozorovitch”

  1. Interessanti le note sulla traduzione. E molto bella la medesima, specie delle poesie di Pier Luigi Cappello, restituite in un metro molto vario ma aderente alle cose, che in me suscita echi lontani del Prelude di Wordsworth.

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