Intervista a Maria Laura Valente, di Giorgia Monti e Serena Piccoli

Intervista a Maria Laura Valente, di Giorgia Monti e Serena Piccoli.

 

 

Questa intervista è stata realizzata dalle nostre inviate speciali Giorgia Monti e Serena Piccoli, poete\poetesse, amiche (tra di loro e di Versante ripido) e fondatrici stordite dell’Associazione Culturale Lestordite (Forlì) per la diffusione della Poesia (info: Pagina Facebook @lestordite e sito https://associazionelestor.wixsite.com/lestordite)

    

S: Cara Maria Laura, grazie per darci l’opportunità di intervistarti per Versante Ripido. Come sai, siamo tue ammiratrici da quando, nel marzo 2017, ti abbiamo ascoltata per la prima volta dal vivo, invitata al nostro Festival Internazionale di Poesia e Arti Sorelle a Cesena. Da lì non ti abbiamo più lasciata e ti seguiamo in lungo e in largo in tutti i tuoi spostamenti planetari. Tra l’altro non so dove tu metta fisicamente tutti i premi che continui a vincere da anni: sotto il materasso? In freezer? Sulla sedia con i vestiti?. Ti abbiamo anche voluta come docente del corso di scrittura Haiku “La carezza del vento” (titolo del tuo libro di poesie), tenuto a Forlì da aprile 2018 a febbraio 2019, magistralmente condotto da te con generosità e grande impegno. Ma bando alle ciance, lettori e lettrici di Versante Ripido vogliono sapere tutto di te, dicci!

Maria Laura Valente

ML: Ciao Serena! E ciao Giorgia! Innanzitutto ringrazio voi e la redazione di Versante Ripido per questa bella occasione che mi offrite di parlare di me e, soprattutto, delle mie passioni letterarie. Cominciamo, dunque: tempus fugit! Mi chiamo Maria Laura Valente, sono di origine molisana, auto-trapiantata a Bologna, mia città dell’anima, praticamente all’indomani della maturità classica, per iniziare gli studi universitari e per restare a viverci per sempre. O almeno, così credevo all’epoca. E invece, dopo 17 anni di intensa bolognesità, sono diventata a sorpresa romagnola d’adozione e oggi vivo felicemente a Cesena, con mio marito Valerius (galeotto fu questo romagnolo!) e mia figlia Lorelei. Insegno Latino e materie letterarie al Liceo classico Vincenzo Monti di Cesena e mi considero molto fortunata, poiché amo il mio lavoro e lo svolgo con passione e dedizione, cercando non solo di condividere con gli alunni le mie conoscenze ma anche di “contagiarli” con la mia curiosità, con il mio amore profondo per la cultura (segnatamente letteraria) di ogni tempo e luogo. Nel (poco) tempo libero che occasionalmente mi resta, mi dedico a coltivare un’altra mia passione, ossia lo studio, autonomo e quotidiano, della cultura giapponese, di cui sono una devota estimatrice. In campo letterario, sono molto affascinata dalla prosa di autori quali Kawabata Yasunari, Mishima Yukio e Soseki Natsume e di autrici quali Setouchi Harumi e Enchi Fumiko. Per la poesia, il mio interesse si concentra prevalentemente sulla lirica medievale di periodo Heian (794-1185), sui tanka moderni di Yosano Akiko e sullo haiku, inteso in tutto il suo secolare percorso evolutivo. Pratico con impegno la via dello haiku, in primis leggendo e approfondendo testi e autori classici e contemporanei, giapponesi e del resto del mondo; inoltre, compongo a mia volta poesia haiku in due differenti stili: classico, in lingua italiana; moderno, in lingua inglese. Questi miei testi hanno avuto la fortuna di incontrare l’apprezzamento di altri appassionati d’arte poetica d’ispirazione giapponese e sono apparsi frequentemente su riviste e in antologie italiane e internazionali. Lo haiku, infatti, è un genere poetico vivo e largamente praticato in ogni parte del mondo e le diverse modalità di viverne l’esperienza compositiva e fruitiva mi colpisce e mi affascina enormemente. Non a caso, nelle due sillogi haiku che ho pubblicato negli ultimi due anni (La carezza del vento, LunaNera, 2018; Hatsuyume, La Ruota Edizioni, 2019) ho cercato la collaborazione di amici poeti di differenti etnie che reinterpretassero i miei testi secondo gli stilemi culturali dei propri paesi attraverso l’uso della propria madrelingua (il giapponese, l’arabo, il russo, il francese e l’inglese, ovvero il British English nella prima silloge e l’american english nella seconda), creando quindi non delle semplici traduzionide verboma piuttosto delle rielaborazioni poetiche che ampliassero ecumenicamente il respiro dei miei testi.

     

G: Fra tutti i numerosissimi riconoscimenti che hai ottenuto -Serena scherza, ma non esagera- mi piacerebbe sapere se ce n’è uno a cui tieni particolarmente e, se sì, perché.

ML: Sai, Giorgia, ti confesso che, per quanto  mi siano cari tutti i riconoscimenti italiani e internazionali ricevuti (e ciascuno per un motivo speciale: il primo che ho ottenuto, il più noto, il più selettivo, quello alla cui premiazione non sono potuta andare per motivi di lavoro e mi hanno depennata, quello ritirato con la mia piccola Lorelei in braccio), in verità non indulgo spesso a pensarci. Se proprio devo indicare un riconoscimento per me unico e irripetibile, piuttosto che un premio preferisco menzionare l’invito ricevuto dalla World Haiku Association a leggere i miei haiku nel corso della conferenza internazionale di Tokyo, a settembre di quest’anno, evento che sarà particolarmente prestigioso poiché coincide con il ventennale dell’associazione. Non ti nascondo che, quando ho ricevuto la lettera d’invito, ho provato un’emozione che non credo potrò mai dimenticare.

      

S: Poniamo che domani tu abbia davanti a te uno\a che non sappia niente di Haiku, e, a sentire il nome, creda che sia un’alga giapponese da mangiare col fritto. Cosa gli\le spiegheresti a riguardo?

ML: Bella domanda, Serena! Dunque, per deformazione professionale da insegnante, nonché per mia ferma convinzione, credo che non gli/le direi un bel nulla, all’inizio, ma prenderei un po’ di testi di autori giapponesi (classici e moderni, soprattutto: Bashō, Buson, Issa, Shiki, Akutagawa, Soseki, solo per citarne alcuni), con buone traduzioni, e inizierei a leggere e a far leggere. Una lettura misurata, centellinata, inframezzata da parentesi maieutiche di riflessioni e commenti. Dai testi, lo/la aiuterei a desumere le caratteristiche peculiari del genere e la loro rielaborazione nella cultura poetica italiana: la misura breve, la struttura ternaria in 17 sillabe (575), la componente naturalistica, il rimando stagionale (kigo), l’assenza-presenza dell’autore e così via. Ma soprattutto cercherei di fargli cogliere lo spirito dello haiku, aiutandolo a non confondere un genere poetico con il suo schema formale: non basta un esatto computo sillabico a fare lo haiku, così come una mera descrizione asettica di uno scorcio naturale non è “l’annullamento dell’io dello haijin”. E se poi il tempo non ci fosse tiranno, potremmo dilungarci a parlare degli stati d’animo che si desumono dalla lettura degli haiku: la semplicità povera ma bella del wabi-sabi, la delicatezza del karumi, la composta malinconia del mono no aware, l’insondabile mistero dello yugen, l’empatia vibrante dello shiori… il tutto, accompagnato da un appropriato umeshu caldo, il profumato sakè di prugna.

       

G: A me invece interessa sapere da dove nasce il tuo amore per questa forma poetica così breve, ma di solo apparente semplicità e così lontana dalla cultura e tradizione occidentale.

ML: L’incontro con lo haiku è stato un naturale portato dei miei studi sulla letteratura giapponese. Fu un caro amico, scrittore milanese, Pierluigi Camagni, a suggerirmi di ampliare i miei studi in quella direzione, suggerendomi la lettura de Il grande libro degli haiku, a cura di Irene Carocci. Ma non considero la brevità dello haiku così estranea alla nostra cultura occidentale. Ho sempre apprezzato la misura breve dei testi poetici incontrati durante gli studi classici, dai frammenti dei lirici greci (brevi per necessità, in effetti) agli epigrammi di Marziale, fino ad alcuni testi dei nostri poeti ermetici che, pur non avendo nulla a che vedere con lo haiku specificamente inteso, si collocano sul piano della brevitas poetica.

     

S: Il romanzo è il genere letterario più letto e preferito. Seguito dal racconto breve. La Poesia, molti non la leggono perché dicono essere troppo corta, finisce subito. Tu scrivi haiku, poesie di 3 versi e per giunta brevi. A cosa “serve” leggere haiku?

ML: Premesso che la poesia tutta, la buona poesia tutta, al pari di tutta la buona letteratura, della buona musica e della buona arte “servono”, come tutti gli studia humanitatis, ad affinare le più alte qualità intellettive ed etiche dell’essere umano, io plaudo piuttosto alla ricerca di un giusto mezzo tra l’utilità e la fruizione puramente edonistica della poesia e della letteratura, una sorta di miscere utile dulci nel quale l’interiorizzazione di saperi ed esperienze si affianchi al puro piacere della lettura. Cosa potrebbe mai insegnarci la lettura dello lo haiku? Non di certo la sua struttura metrica o i cliché compositivi più o meno abusati. Piuttosto, potrebbe insegnarci a distogliere lo sguardo da noi stessi e ad allargalo alla natura, incontaminata o antropizzata che sia, che ci circonda. Potrebbe insegnarci la via dell’impegno intellettuale cui si votavano i poeti nipponici tutti nel tentativo di far armoniosamente coesistere l’individualità dell’immediatezza del sentire con la necessità di racchiudere tale spontaneità in una gabbia metrica ineludibile, che ne sancisse la condivisione e la fruizione collettiva. Potrebbe insegnarci a non dimenticare l’hic et nunc, il qui e ora, che costantemente svalutiamo, ossessionati dal passato e dal futuro. E, non da ultimo, potrebbe ricordarci che the less you say, the more your words will matter!

     

S: Tu ancora non lo sai, ma Giorgia ed io stiamo per mandarti in viaggio premio sull’Isola giapponese deserta di Sotobanari. Starai da sola, fino a che veniamo a riprenderti (non sappiamo ancora quando). Non puoi portare niente o nessuno. Ti diamo due libri: io ti affido “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi, Giorgia “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov. Puoi però portare anche un libro e un altro oggetto che desideri. Quali? E come passerai le giornate?

ML: Questa domanda è veramente crudele! Non si può chiedere di nominare UN SOLO LIBRO! Vorrei giocare sporco e portare l’opera omnia di uno dei miei autori favoriti ma non lo farò e nominerò un romanzo che amo molto e che vorrei avere il tempo di rileggere: il Genji Monogatari di Murasaki Shikibu. L’edizione integrale, intendo, Nella recente prima traduzione diretta dal giapponese all’italiano, senza più l’intermediazione dell’inglese. Assieme al libro, per banale che sia la mia scelta (ma mi avete chiesto una risposta sincera non originale, se non sbaglio) porterei una Moleskine nera, a righe, con la pennina incorporata a lato. E le giornate le passerei a leggere, riflettere, sognare ascoltando lo sciabordio delle onde e scrivere.

      

G: Siamo venute a riprenderti. Tornando a casa vorresti trovare tutto come lo hai lasciato o…?

ML: Eh, devo confessare che vorrei egoisticamente trovare tutto esattamente come l’ho lasciato. Per essere più precisi, vorrei che il tempo si fermasse il giorno della mia partenza e riprendesse a scorrere al mio ritorno.

     

S: La mia ultima domanda è una curiosità che ho da molto tempo: quando senti i poeti (uomini o donne) leggere le loro lunghe poesie di 50, 60, 70 interminabili versi, tu – haijiin dagli haiku delicati e lievi – cosa pensi in quel momento?

ML: Se ascolto della buona poesia, la lunghezza non conta: ne godo parimenti, lunga o breve che sia. Ben diversa è, invece, la situazione contraria. Quando io devo leggere i miei haiku in mezzo a poeti “verbosi”, io passo spesso per la bimba delle elementari che sale sulla sedia e declama il pensierino di Natale. E non è affatto una bella sensazione…

     

G: Senti ma… ti faresti intervistare ancora da due come noi? Ok, domandone serio, dai: un o una poeta, ad oggi, da cui ritieni non si possa prescindere o, più semplicemente, che preferisci sopra tutti/e. Grazie!!!

ML: Io vi adoro ma non mi intervisterete mai più! Mi fate troppe domande alle quali è impossibile rispondere. UN(A) POETA? Ma dico, scherziamo? Vorrei dire Saffo ma anche Archiloco e poi Catullo e Orazio (e Virgilio no?). E poi Cavalcanti e Petrarca e Ariosto… aiuto, è impossibile!
Allora, citerò il mio amore grande del passato e quello della contemporaneità: Dante e Mariangela Gualtieri.

      

S e G: Ci trovi d’accordo! Cara Maria Laura, auguri per i tuoi prossimi impegni e grazie.

ML: Grazie a voi!

 

Non sono così, Lara Steffe, 2010

One thought on “Intervista a Maria Laura Valente, di Giorgia Monti e Serena Piccoli”

  1. Una poeta, Laura Valente, che pratica con arte la forma breve. Un’intervista gustosa e frizzante, nello spirito delle due autrici. Grazie.

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