Inverno, racconto di Virginia Farina

Inverno, racconto di Virginia Farina

 

           

Il silenzio dopo la battaglia era assordante. La polvere che si alzava dalle strade e dai palazzi cadeva rumorosa sopra le cose, facendo rabbrividire chi se ne stava tra le macerie acquattato in attesa che quel cielo cupo spiovesse.

Nessuno dei vivi sapeva se avesse vinto o perduto. Chi aveva potuto s’era aggrappato ai compagni, portandoli in spalla feriti, guadagnando una fuga o tentando difese. Gli altri, rimasti soli, erano scivolati come ratti nei buchi ciechi delle cantine, o nelle voragini che le bombe avevano aperto di riflesso.

Gilberto era tra questi, arretrato con rapidità quando ormai la cinta della città s’era sfasciata, era riuscito a guadagnare la strada della sua vecchia casa, e adesso se ne stava al buio, nella cantina, tra gli squittii dei topi e gli affanni dei pensieri che continuavano a correre per le strade e a mettere insieme i frammenti di quella battaglia.

Era arrivato al mattino dalle colline, insieme a cinque dei suoi. Le staffette avevano dato segnali precisi, e tutto era pronto a liberare la capitale occupata dall’esercito. Ma qualcuno aveva “soffiato”, e al momento d’avanzare s’erano trovati accerchiati da uomini e carri. Erano arretrati lungo il canale, barricandosi all’interno della case, tra le vie più strette e da lì aveva affrontato i militari, smarrendoli dove i carri non potevano avanzare.

Dei suoi Gilberto non aveva più notizie, li ricordava al suo fianco fino al piazzale del mulino, poi nient’altro. La memoria gli dava scosse d’intermittenza. Lottava per rimanere lucido, ma una stanchezza ottusa lo assaliva alle spalle, stordendolo.

Si risvegliò molto dopo per il silenzio improvviso. Anche i topi avevano smesso di sfrigolare, fuggiti anch’essi, forse, a un uguale massacro. A tentoni Gilberto riuscì ad avvicinarsi a un finestrino. Fuori la strada era nuda, e di lontano un chiarore diceva le prime ore dell’alba. Gilberto prese una bici che stava poggiata lì accanto, si spolverò i vestiti e se ne uscì per tornare, sperava, al paese.

Cavalcò il vento, e arrivò in poco in cima alla collina, ma lì stava una camionetta di soldati, e qualcuno di loro lo riconobbe. Lo fecero scendere e lo portarono al comando, costringendolo a spingere la bici mentre loro, motorizzati, lo disorientavano.

A 19 anni Gilberto impazziva al pensiero di morire di galera. Mille volte avrebbe preferito un eroismo di battaglia, una morte anche brutale che almeno i suoi compagni avrebbero onorato. Ma non poteva far altro che aspettare, camminando lungo i muri di uno stanzetto buio.

Il comandante dei soldati, uno del suo stesso paese, andò dal padre di Gilberto, e con fare strafottente gli disse che davanti a suo figlio c’erano solo due strade: la fucilazione o il campo di concentramento. La madre di Gilberto al sentire la minaccia si accasciò a terra, e cominciò a piangere disperata. Poco lontano c’era un soldato straniero, uno degli occupanti biondi di cui tutto il paese aveva terrore. A vederla in quello stato si avvicinò, e sollevandola, come per non farsi sentire, le disse: “perché piangere mamma?”

Lei gli gettò in faccia sfrontato il motivo del pianto, al che lui le rispose in fretta: “no paura, domani tuo figlio torna te.”

Così il soldato biondo andò da Gilberto l’indomani. Tutti i militari si scostavano a vederlo passare, nessuno troppo sicuro dei suoi fatti. Lo portò fuori sul piazzale, spingendolo come un bambino capriccioso, mentre questo già s’immaginava contro un palo, bendato e fucilato da un intero plotone. Non appena furono all’aperto il soldato gli sibilò all’orecchio: “ora, tu casa.” Gilberto s’immaginò allora una morte ancora peggiore, fucilato di schiena mentre fuggiva da codardo. Ah, no, pensò! Questo no! Ma il soldato lo guardo furente, e anche soltanto la possibilità di continuare a respirare si fece più forte dell’orgoglio.

Iniziò a correre, afferrò la bici che ancora stava appoggiata al pino nel piazzale, e quasi sdraiato sulla canna pedalò veloce fino a casa.

Quando spalancò la porta lo avvolse un odore di frittura e crescentine. Dalla cucina sua madre di slancio gli si gettò incontro: “ti stavo aspettando!”

Il soldato biondo aveva una donna, una nata poco lontano, che lui si portava dietro come una borsa, trattandola brutalmente davanti alla truppa e colmandola di tenerezze in privato. Lei lo seguiva smarrita, incredula tanto del suo amore quanto della sua furia. Gilberto l’aveva adocchiata più volte, e più volte l’aveva ingiuriata in silenzio per quel suo tradimento.

Quando finì la guerra i collaboratori come lei vennero arrestati dai liberatori, e in attesa di giudizio vennero rinchiusi nei sotterranei delle caserme. Le donne venivano rapate a zero per disprezzo, come a volerne cancellare la bellezza che le aveva rese complici al nemico. Gilberto di tanto in tanto scendeva ai sotterranei, a portar fuori qualche disgraziato conoscente, che aveva collaborato, sì, ma per forza di fame.

Un giorno era lì a prelevare un vicino di casa al paese, quando riconobbe la donna del biondo, sfregiata e piangente. S’avvicino alla guardia, con l’aria maliziosa di chi si vuole divertire, e se la prese sottobraccio, stringendola stretta per non farla parlare.

Una volta all’aperto si frugò nelle tasche, aveva pochi soldi, ma buoni per un treno, e l’aiutò a scappare.

Non la rivide, né gli importò di cercarla. Ma poi a chi glielo chiese Gilberto giurò di aver davvero passato con lei il più bel quarto d’ora.

 

           

Ksenja Laginja, I figli di pulphagus, 2018

 

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