Io-papavero di Chiara Baldini

Io-papavero di Chiara Baldini.

   

   

Chiara Baldini ci parla di sé, seguono alcuni interessanti inediti di questa promettente poetessa.

   

Chiara Baldini
Chiara Baldini

Sono nata a Roma, 37 anni fa, da una metà capitolina e da una metà marchigiana; fiera di entrambe.
Sono stata una bambina ferrarese e un’adolescente romana.
Ho scelto Padova per crescere indipendente: ne sono venuta fuori chimico, come da programma, e più a sorpresa dedita alla scrittura. Dico “a sorpresa” perché, pur essendo sempre stata la tipica buona lettrice, ho iniziato a curare il mio “nero su bianco” solo pochi anni fa.
Tipico del mio carattere, rimpiango questa tarda epifania e provo ogni giorno a recuperare, sempre leggendo, direi quasi studiando, e cercando il mio colore.
Chiudendo il cerchio del mio girovagare, mi sono appena trasferita a Ravenna, per il motivo più bello e semplice che ci sia. Il futuro è sempre un’ispirazione.
Dal passato ho preso e prendo in continuo il senso del ricordo, infantile, sereno, rabbioso, nostalgico che sia.
Su questo tema ho filato due brevi sillogi, inedite nella loro interezza ma portatrici di nuove sorprese.
30+1 in soffitta”, il mio primo lavoro, mi ha vista finalista al premio letterario Ulteriora Mirari – II Edizione, nella sezione Letteratura in Fasce; alcune poesie scelte sono presenti nell’antologia Fragmenta, Volume II – Ed. Smasher.
Con una selezione di poesie da Chi mi disse donna”, ho partecipato al Premio Renato Giorgi 2013, ricevendo la menzione della giuria. I testi sono stati pubblicati sul numero 57 de “Le Voci della Luna”, Novembre 2013.
In questo momento, sto cullando una nuova raccolta, più lunga e – vorrei – matura.
C’è anche della prosa che cova da un po’. Ci aspettiamo a vicenda, e staremo a vedere.

  

***
  

C’è chi dice di bussare con certo
garbo e di usare il tovagliolo
se nei salotti entri. Ché le pattine
per passeggiare su quei pavimenti
di cera lustri e infarinati poche
sono. Troppo per tutti i piedi scalzi.
Troppe anche le pance. Non lo sanno:
sono vuote di fame, quanto piene
di vita, ugualmente. Non uguali, noi.
E non sa questa gente volerci se
non sotto la lente – di classe – lotta
di mente, nemmeno s’affina. Loro
non fanno luce, solo naftalina
nel cuore. Pietà che neppure cala
se crede. Non nulla nel troppo – Avere
è l’ausiliare e lo si vetrifica:
porta a scudo per non scusare. Per non
correggere l’anima (solo al prete-
spazzino al soldo) lasciano correre
barche di speme sul filo del gelo.
E se una falla, di morte si fa
tanto il figlio di un altro. Son io quello
sperante, ignoto. Quello disperato.
Loro sono caldi di cashmere e noi
corpi e merci in grumi scordati
nell’acqua ch’è pece e ingoia le vite.

  
*

   
È il rullo di mano un ottimo
bianco ottico a tabula rasa
(chiude la fabula e con lei il lupo)
sulla parete passato due volte
ma senza ritorno, penso e sorrido.
Questa è la porta serro a rilascio
del vuoto in scatola. Solo una cifra
da zeri gemelli seguita. Stacco.
Non distacco dal petto e dal ben fatto:
sono io appresso a me, appresso a te
in uno impresso. Fagotto in canna
in due cuori capanna si fa pancia.

   

*

   
Muta

   
Questa casa nuova
è solo un guscio a dondolo
sotto il culo di un’enorme gallina.
Ma io son dentro
scherzo di natura
a far solletico per liberarmi.
Ne venissi fuori anche solo da falena
per battere dello stesso sbaglio
un nuovo lume paziente.
Ne venissi fuori svuoterei la gola.
Ma tutto attorno è piuma e tace
perché nulla ha da dire
e io col tutto
muta.

   
*

   
Sauvignon

  
C’è una complice rotondità
gialla d’invidia e piscio di gatto
nelle bolle che di testa loro
vanno volando in un flop a bucare
l’orlo come pure tutta me ora, scalza
appesa alla ragnatela-sofà
nella stanza che rotola.
All’angolo scordato ho impilato altri libri
e di lì sopra il bicchiere ammicca pieno.
È passato un anno liscio e curvo
come questa palla soffiata
per il mio naso e la mia bocca
con lo squaglio d’oro dentro.
Il solido è solo sulla pancia che carezzo.
Ricordo così che ho fatto e così
una scelta sono stata.
Poco altro mi curo in giro
(Il tappeto è del gatto)
poco d’altro penso
(il lavoro è in un cassetto)
poco sono in questo tempo se
il passato è qui nel vetro che in mano reggo
e cinquanta metri quadri riflessi sanno
di prepotente privée baccanale.
Sussurratemi piedi caprini ancora
d’essere io.
Nuova.

   

*

   
Io-papavero

   
1.

  
Invidio quelle ali scanzonate
nella stasi estiva che di me fa
solo un fossile in mare d’ambra.
Gazza ladra libera
spazzi l’aria, spugna d’opacità.
Non c’è scintilla in becco che rubi
l’occhio all’acquerello tutt’attorno
Non altro schiocco di vivo che spezzi
la caligine. Io troppo singola
goccia di rosso per tanto terreno.
Nel campo di grano un eremita
che medita di poco.

   
2.

  
Un petalo che cade
la vita passeggia. Forse è saggezza.
Ho lasciato andare la testa indietro
e il mio berretto a sonagli così
s’è perso giocando un velo soffiato.
Mancanza è ma ancora
più salvifica fuga dal mio fermo
dove in gabbia dorata. Evasione
che m’ha fatto tossire nel diverso
e biancoblu del cielo
perfino un polline di libertà.

   
3.

   
Spiga, mia bionda dignità terrena
seppur serva del vento.
Geometria di linea riempi a solido
la passione che mi scorre in stelo.
Vicina a me tra mille e io a te
vicino nella lenta danza d’aria
ma tu nulla di me sai.
Figlio io di un solo seme
dal caso fatto a cavallo di piuma.
Triste giullare che trilla di sangue
per te.

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