Irlanda e Gruppo 77: un racconto di Alessandro Dall’Olio

Irlanda e Gruppo 77: un racconto, di Alessandro Dall’Olio.

   

   

Rita Mattioli è una donna di grande cuore, grande cultura e di mani sapienti. Ha gestito il cafè letterario di Palazzo Fava, tiene corsi nelle università statunitensi sulla cultura gastronomica emiliana, è una imprenditrice dai profondi valori umani. Quando mi ha chiamato per chiedere la mia collaborazione in un progetto di scambio culturale con wall1poeti di un’altra nazione ho aderito con grande piacere. Si trattava di allestire, creare, ideare e coordinare la tappa di Bologna dell’Italo-Irish Literature Exchange 2014, un incontro – e al contempo scambio – con scrittori e poeti irlandesi. Ho subito pensato a coinvolgere alcuni autori del Gruppo 77 che conduco e mi piaceva poter unire, oltre al consueto scambio di linguaggi poetici, anche il valore della sonorità della parola (senza toglierne il valore inestimabile del senso che porta con sé, senza andare ”oltre la parola” ma rimanerci esattamente dentro per rispettare la comunicazione e l’approdo significativo). Mi è venuto in mente di costruire un parallelismo tra le lingue antiche (il gaelico in questo caso) e i nostri dialetti, i significati e i suoni di cui questi strumenti letterari si nutrono , le difficoltà di linguaggi che cercano di mantenersi in vita in un mondo che tende ad appartarli, ma che vengono ancora usati – dentro e fuori la letteratura  – per fare ciò che l’arte poetica fa: tramandare per non disperdere.

E’ così nato “I suoni della parola-Sounds of Words, poeti e scrittori irlandesi incontrano poeti del Gruppo 77”. In breve si è costruito il quintetto operativo (altamente operativo, mi vien da dire…) coinvolgendo il professor Gino Scatasta dell’Università di Bologna (Lingue Letterature Culture Moderne), Elizabeth Francis dell’International Women Forum e Valerie Bistany dell’Irish Writers’ Centre.  E in poche settimane di riunioni, rincorse, di testi da fare tradurre (era nostra primaria intenzione costruire un ponte tra il pubblico e gli ospiti, letture in inglese e proiezione dei componimenti in italiano, letture in italiano e proiezione dei componimenti in inglese), di ricerca di realtà locali che potessero contribuire in maniera fattiva, di organizzazione logistica e tecnica, siamo giunti al fatidico lunedì 9 giugno: “I suoni della parola-Sounds of Words-Poeti e scrittori irlandesi incontrano poeti del Gruppo 77” era realtà, le porte dell’Aula Magna di S. Cristina aperte, il banchetto di benvenuto allestito.

William Wall, Afric McGlinchey, Noel Monahan, Nuala Nì Conchùir, Mia Gallagher, Stefano Severi, Silvia Secco, Enea Roversi e il sottoscritto hanno dialogato sul ruolo della parola scritta e della diffusione della poesia nella società odierna, l’hanno fatto attraverso le loro poesie, attraverso le loro vite e le loro professioni, attraverso le differenti culture (ringrazio pubblicamente qui Tanya Kiott che ha tradotto, quando è stato necessario, il nostro discorrere). Ne è uscito un convegno/lettura coinvolgente, tra poesie civili e Catullo “rieditato”, tra prose sul valore delle nostre perdite e poetiche amorose;  che ha toccato punti lontani come il diverso approccio dell’istituzione scolastica tra Irlanda e Italia, ha parlato di giovani e giovanissimi studenti (“In Irlanda gli insegnanti possono scegliere di proporre autori contemporanei a loro scelta” (Noel Monahan), “Gli adolescenti non sono ancora consapevoli di avere un bisogno: di poesia, di un vuoto da colmare attraverso la letteratura e il sogno” (Stefano Severi), di come avvicinare più persone possibili alla poesia, di quali strumenti usare per farla conoscere. Ed è stato bello vedere volti di poetesse, di poeti e veri appassionati di poesia tra il pubblico, bello stringere mani sincere e scambiarsi libri e conoscenza.

wall3Le voci di relatori, autori, organizzatori, pubblico, erano senza divisione alcuna, senza steccati, senza palco. Quello che è avvenuto è stato qualcosa di meraviglioso, nel senso etimologico del termine. Meraviglia generata da quella vicinanza, quella condivisione, esattamente quella che tutti noi abbiamo creato assieme. Uno scambio culturale toccante, e umanamente ricchissimo. Ogni dettaglio, dal banchetto nello splendido chiostro ai sorrisi che da lì si diffondevano, dalle voci sentite agli abbracci, era una gemma preziosa che andava a infilarsi in una collana bellissima.

La serata è poi continuata nel quartiere generale del nostro gruppo (Vino al Vino, in via S. Stefano 77) a mangiare e bere, a continuare quel dialogo che probabilmente non poteva essere concluso e racchiuso dalle lancette dell’orologio. Poi i passi affiancati sotto i portici di questa splendida Bologna, la melodia creata dai suoni delle parole che continuavano tra il profumo dei tigli di città. Se quel battito cardiaco comune, quel darsi senza chiedere nulla in cambio, quell’ascoltare senza volere un tornaconto, quel predisporsi alla vita senza sgomitare o svilire, se queste cose non sono Poesia non so veramente cosa possa esserlo. A tarda notte, mentre tornavamo verso le nostre auto, Stefano Severi mi ha detto: “Questa sera l’Italia ha fatto una gran bella figura, davanti a persone splendide”.

E’ giusto quindi che le parole fluiscano poi, che diventino foce dei sentimenti e delle emozioni provate.  Ecco perché non è superfluo, ora, ringraziare tutti. E tento di farlo attraverso i suoni delle parole, quelle parole che ci hanno unito come se non ci fossimo mai stati sconosciuti. Quelle parole che ci scambieremo di nuovo nelle terre del verde trifoglio e dell’arpa di Boru.

***

Moth

di Afric McGlinchey

    

I stare across to Africa. Below, the olive trees show
shadowed knots, and the goat is grazing on the studio roof.
I shoo him off, pour again and settle back.
A song comes on the radio, rushing in old memories,
like shoes tumbling from a wardrobe.
Stars grow, while some blink out.
These evenings are the worst. No point in going to bed. 

There’s no one here to tell.
We keep our secret between the three of us,
eat al fresco in the sun, tomatoes, olives, bread,
on brightly coloured plates
we bought at Sabinillas market.
Sometimes we pretend, set four places at the table.
We’ll have to pack up soon. I keep delaying it.

A sudden breeze drifts across my shoulders and I shiver.
Morocco is a sprawl of flickering yellow stars.
I could reach a hand out, pick one up.
That last night in bed, he was just an arm’s length away,
but it may as well have been a continent.
I hear a tiny sound on the terracotta tile beside my foot.
A moth, jaded wings barely shifting. I gently lift her up.

She flutters off.

*

Falena

Il mio sguardo si spinge fino in Africa. Sotto, gli olivi mostrano
nodi nell’ombra e la capra pascola sul tetto dell’appartamento.
La caccio via, verso ancora da bere e mi metto comoda.
Dalla radio arriva una canzone, sulla sua rapida scia vecchi ricordi
come scarpe che ruzzolano giù da un armadio.
Le stelle crescono, alcune brillano e si spengono.
Queste sere sono le peggiori. Inutile andare a letto.

Non c’è nessuno qui per dirglielo.
Ci teniamo il segreto fra noi tre,
mangiamo fuori, sotto il sole, pomodori, olive, pane,
su piatti dai colori allegri
che abbiamo comprato al mercato di Sabinillas.
A volte facciamo finta, apparecchiamo per quattro.
Presto dovremo fare le valigie. Continuo a rimandare.

Una brezza improvvisa mi vaga sulle spalle, ho un brivido.
Il Marocco è una distesa di stelle gialle tremolanti.
Potrei allungare la mano, prenderne una.
Quell’ultima notte, a letto, bastava allungare il braccio per toccarlo
ma sembrava che fra noi ci fosse un continente.
Sento un rumore sulla mattonella di terracotta, accanto al piede.
Una falena, ali stanche, si muove appena. La sollevo piano.

Svolazza via.

***

One For

di  Nuala Ní Chonchúir

A magpie sits on the shed roof, beaking his call to the wind – cacacacaca. I see his tongue judder with the force of his complaint; he looks like he is about to throw up. My stomach shifts and falls. One magpie; he couldn’t bring more sorrow than is already here. He fans his wings and sails away.

I slip into my shirt, pull on my jacket and knot the tie borrowed last night from Mr Slaughter next door.

‘You’re still her husband. Always will be,’ Mr Slaughter had said, hoping, I guessed, that I would agree, to make safe his widowhood, to validate it.

I thought of my wife, stretched out, stilled.

‘Yes,’ I said, ‘she will always be mine.’

The wardrobe mirror makes wings of my arms, plumage of my chest; my eyes are black beads, haunted. I open my mouth to call my wife, remember that she is gone. Before I can swallow it, a long sound emerges from my throat – cacacacaca.

*

Uno per

Una gazza ladra se ne sta sul tetto del capanno e dal becco le esce un richiamo che si perde nel vento – cacacacaca. Vedo la lingua che sobbalza nello sforzo del lamento, sembra che stia per vomitare. Sento il mio stomaco spostarsi, poi cadere. Una gazza: non può portare più dolore di quanto ce ne sia già. Apre le ali e se ne va.

Indosso la camicia, mi infilo la giacca e annodo la cravatta che mi ha prestato ieri sera il signor Massacro della casa accanto.

“Sei ancora suo marito. Lo sarai sempre”, aveva detto il signor Massacro, sperando, o almeno così immagino, che annuissi per rendere sicura la sua vedovanza, per avallarla.

Penso a mia moglie,  distesa, immobile:

“Sì”, dico, “sarà sempre mia”.

Lo specchio dell’armadio rende ali le mie braccia, piume il mio petto. I miei occhi sono perle nere, spettrali. Apro la bocca per chiamare mia moglie, mi ricordo che non c’è più. Prima di riuscire a deglutire, un suono lungo mi sale dalla gola: cacacacaca.

*** 

WHERE THE WIND SLEEPS

di Noel Monahan

    

Something will come to you in a dream that
Will help you find your way in abandoned  places.
Here the wind sleeps with nettles and briars
In half empty walls and the owl hatches
Her chicks in the belfry. Here apparitions
Of monks in off-white habits sleepwalk
Holding empty skulls in their hands and listening
To the slow noise
Of old ways dying.
Each in his solitude finds dereliction,
Prayer that does not rest on words but lives
In the darkness and out of the depths of night
Heaven falls like snow on a linen altar,
Two candles burn, carnations as white as
Children’s teeth are little nails of glory and grief.

*

DOVE IL VENTO DORME 

Qualcosa verrà da te in sogno che
Ti aiuterà a trovare la via in luoghi abbandonati.
Qui il vento dorme con ortiche e rovi
In muri mezzi vuoti e la civetta cova
I pulcini nel campanile. Qui un’apparizione
Di monaci in abiti grigiobianchi vaga insonne
Con in mano teschi vuoti e ascolta
Il rumore lento
Delle usanze che muoiono.
Ognuno  nella sua solitudine trova la desolazione
Preghiera che non poggia sulle parole ma vive
Nell’oscurità e dal profondo della notte
Il cielo cade come neve su un altare di lino,
Due ceri bruciano, garofani come dentini
Di un bambino sono minuscoli artigli di Gloria e dolore.

***

CATULLUS 

di Mia Gallagher

   

CXII   

So, Naso
What’s the story?
Flyin solo?
            Mad.
            Had
                   you
            for wan a the
            lads.

                        The obligin kind;
                        a good skin;
                        ya can rely on him,
                        all…
                                palsy-walsy.

Oh…
Do yer
    buddies
            not like it when ya
            Head
            Down
            Town
                  trousers
            Round
                 yer heels?
                 (quick feel)
                 Up the …
                              Brenda!

Pathetic baloney.
Balletic palone.
Go…
           will ya,
           ya steamin bender.

*

CATULLO

CXII

Allora, Nasone
Che c’è?
Te la fai da solo?
              Matto.
              T’avevo
              fatto
              uno di  noi.        

Uno di quelli disponibili
                           un bel tipo;
              da fidarsi insomma
                           quelli tutti…
                                          culo e camicia.

Ma…
Ai tuoi amici
      non  piace quando
             Vai
             In quei
             posti
            Pantaloni
            Abbassati alle
                          caviglie?
                          (è un attimo)
                         Su per il …
                                           Nando!

Patetico ciucciaballe
Imbellettata checca
Vai….
         dai,
         gran culattone.

***

TRANSPLANT

di William Wall

    

Under our stripped quilt
you are sleeping
your head off
no one has
perfected the art
of head transplant
I should wake you
while there is still time
I love your sleepy head

* 

TRAPIANTO

Sotto il nostro piumone a righe
tu dormi
con la testa fuori
nessuno ha
perfezionato l’arte
del trapianto di testa
meglio svegliarti
finché c’è ancora tempo
mi piace la tua testa assonnata

***

L’Orsa dei fondali

di Silvia Secco

    

Ormai il barattolo si è rovesciato
e non si pianga sul nero versato
di una notte protratta di naufragio
ne’ per il commiato delle rondini: 

loro a far ritorno in inverso viaggio.
Ma si desidera perchè ci è vuoto
il cielo. Pieno è il buio dei fondali:
di almeno sette volte sette stelle…

L’Orsa precipitata a inabissarsi
nello sgomento muto d’alghe e pesci
e d’onda (che mai esaurisce e mai approda).

Non restituisce il mare fatto tomba
le costellazioni di sole prede.
E il Settentrione attiene ai predatori.

*

The Bear of the depths

By now the can is turned upside down,
it’s useless crying over the split blackness
of a prolonged shipwrecked night
or for the swallows’ valediction:

they, coming back in a reversed voyage.
But one desires because the sky
is empty for us. Full is the dark of the depths:
of seven times seven stars, at least…

The Bear plunged to sink in
the dumb dismay of weeds and fishes
and waves (that never runs out and never lands).

The sea, turned into a grave, never gives back
constellations made only of preys.
And the North pertains to the predators.

***

epilogo

di Enea Roversi

    

posso pensare al peggio e infine bere
consumando fontane allucinate
sedermi sul marmo di gradini freddi
con la sera che brilla dentro
osservare un giornale che danza
strapazzato dal vento
sintesi involontaria della vita
evoluzione del tempo e del luogo
e ritrovare il senso che mancava
il perché delle notti insonni
la via dimenticata da anni

dovrà pur rimarginarsi la ferita
con ago e filo, ma non solo
con pensieri sublimi e disperati
per ritrovare la forza e valicare
le montagne mai incantate
e vivere la gioia della discesa
a capofitto, con il fiato corto
epilogo del cammino svolto
fermarsi infine a contemplare
lo scempio del cielo nuovo
una scia di polvere e luce
che stringo a me, piangendo.

     

Marzo 2011

*

Epilogue 

I can think the worst and drink at last
consuming hallucinated fountains
sit on the marble of cold steps
with the evening shining inside
watch a dancing newspaper
mangled by the wind
involuntary summary of life
evolution of time and place
and find again an absent meaning
the reason of sleepless nights
the road for years forgotten

the wound, it must heal up sooner or later
with needle and thread, but not only
with sublime or desperate thoughts
to find the power and cross
the never magic mountains
and experience the delight of the descent
headlong, short of breath
epilogue of the route unfolded
stopping at last to contemplate
the mess of the new sky
a trail of dust and light
I hold tight, crying.

***

TELEVISIONE

di Stefano Severi

    

Già, ricordi anche tu la TV di quando
ci si innamora e si rimane a casa
chiusi, separati e soli; programmi fuori
orario libanesi dopoguerra, canzoni
folk a zampa d’elefante, moglie mia,
moglie mia, se c’eravamo tanto amati,
quanto! Telerepliche, televendite,
documentari, previsioni (e la tua pelle
nella mia mente), e le rese dei figli
e i telematrimoni (se ti amo, quanto
ti amo), le fedi che girano alle dita,
poi l’allegria che ti consuma dentro
fino a quando senti male.

*

TELEVISION

So, you too remember tv when
one falls in love and stays at home
closed, divided and alone; off-hour
lebanese postwar shows, folk
flared songs, my wife,
my wife, if we loved each other so much
how much! tv reruns, telesales,
documentaries, forecasts (and your skin
in my mind), and the chidren’s
surrenders and teleweddings (if I love you
how much I love you), rings twisting in the fingers,
then the cheerfulness wearing you inside
until you are sick.

***

Mentre ti tolgo le scarpe

di Alessandro Dall’Olio

    

Raccolte e assediate
immagini si incarnano
e se ne vanno,
lasciano posti vuoti
alle spalle,
mi ammutolisce l’affanno.

Attirato e respinto
dalla completezza
della vita incompleta
vorrei aver detto a te
tutte le cose belle
che ho detto.

Una pienezza che
sola può darsi
se si vive nel vero,
a prendere forma nell’anzi
il fregarsene di come altri
vorrebbero fosse per noi.

Tutti adoperano la parola
amore
nel modo che decidono,
e lei si lascia fare.
Ci sono sfumature di vita
che le parole non conoscono.

*

As I take off your shoes

Picked up and besieged
images become flesh
and go away,
leaving empty places
behind them,
a shortness of breath makes me dumb.

Lured and rejected
by the completeness
of life incomplete
I would have said to you
all the nice things
I said.

A plenitude that
can be fulfilled only
if one lives in the truth,
shaping itself in the rather
not caring of the way
others would like for us.

Everybody uses the word
love
the way they like
and she lets it go.
There are shades of life
that words don’t know.

                

tn_genesis_-_wind_and_wuthering

 

One thought on “Irlanda e Gruppo 77: un racconto di Alessandro Dall’Olio”

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