João di Massimiliano Damaggio

João di Massimiliano Damaggio.

 

 

Leggo su un sito internet: La poesia civile deve muovere all’azione. Leggo da un’altra parte: La poesia civile si ispira a temi che riguardano un’intera comunità, dalla celebrazione di un avvenimento alla denuncia sociale e politica. (…) Ciò che conta è che il pensiero individuale e collettivo coincidano. Potrei trovare altre duecento definizioni. Ma le definizioni sono e/semplificazioni che, spesso, cercano di giustificare la definizione stessa. Quando smetteremo di dover catalogare ogni cosa, per darle un posto e un significato stabile e, peggio, dogmatico, allora le cose appariranno per come sono in realtà: intersecate, multiple, senza limiti di spazio e di tempo.

 

Arriva un tempo in cui non si dice più: mio Dio.

Tempo di assoluta depurazione.

Tempo in cui non si dice più: amore mio.

Perché l’amore è risultato inutile.

E gli occhi non piangono.

E le mani tessono solo il rude lavoro.

E il cuore è secco.

 

Invano donne battono alla porta, non aprirai.

Sei rimasto solo, la luce s’è spenta,

ma nell’ombra i tuoi occhi risplendono enormi.

Sei tutto certezza, non sai più soffrire.

E non ti aspetti niente dagli amici.

Poco importa la vecchiaia, che è la vecchiaia?

 

Le tue spalle sopportano il mondo

che non pesa più della mano d’un bambino.

Le guerre, le fami, le discussioni negli edifici

provano appena che la vita prosegue

e non tutti si sono liberati ancora.

Alcuni, trovando barbaro lo spettacolo,

hanno preferito (i delicati) morire.

 

E’ arrivato un tempo in cui non serve morire.

E’ arrivato un tempo in cui la vita è un ordine.

La vita appena, senza mistificazione. [1]

 

E’ una poesia di un autore brasiliano. Non muove (incita) all’azione, mi pare. Forse, a guardarla nel profondo, il pensiero di quest’individuo coincide con quello di una comunità. Se per comunità intendiamo il mondo. Se le spalle sopportano/sorreggono il mondo e si sente il desiderio di liberarsi, qualche cosa nella vita che viviamo non funziona. Quel la vita è un ordine mi fa venire in mente tanta pubblicità di gente che ride e sorride, afflitta dalle banalità e dallo star bene tutti, ma non troppo di cui parlava Kerouac; mi si materializzano davanti agli occhi i deliri di 1984 che, credo, sia poco paragonato alla realtà che viviamo oggi. Questa poesia, che considero “civile” più di tante altre che si dichiarano tali, mischia in sé l’enorme umanità di una persona (che per caso è anche un poeta) e la fredda presa di coscienza della propria e altrui realtà, intima ed esterna, in distruzione. E poi, forse sì, forse muove all’azione: insisti a vivere. E’ una poesia scritta durante la seconda guerra mondiale.

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Molti poeti “civili” hanno un grande difetto: degenerano nel manifesto. Affrontare un argomento strettamente contingente, per quanto di ampio respiro, e accentuarne gli aspetti drammatici, di ingiustizia, con implicazioni sociali insomma può fare di noi dei bravi cronisti. Forse, non dei poeti. Una sera, ad Atene, sono andato al reading di un notissimo autore. Ho assistito a due ore di comizio politico di un signore le cui idee potrei anche condividere ma che avrei apprezzato di più se esposte in un comizio vero e proprio:

 

(…) fingendo un’innocenza impenetrabile

e il potere simbolizzato

da quelle gigantesche

Twins.

 

La loro distruzione:

sogno di Hitler, sognato persino

prima che fossero costruite,

prima che il suo suicidio

cominciasse a combattere al fianco

del fanatismo religioso.

 

E noi

che avevamo ereditato tanto

della sua violenza ed anti-comunismo,

noi, che infine abbiamo persino

finanziato l’attacco

alla nostra pretesa innocenza

– noi così a nostro agio

con il fascismo (negato, naturalmente)

con la brutalità (rinnegata naturalmente)

con la libertà sentimentalizzata

da un nucleo di vuoto distruttivo,

disperazione,

cinismo in fondo,

 

figli di un nichilismo

a stelle e strisce (naturalmente negato e rinnegato) [2]

 

Trovo che, in certo qual modo, per quanto strano possa sembrare, l’uomo qui non sia presente. Che sia al margine delle considerazioni, che pure lo vorrebbero al centro. Leggere il bilancio di un’azienda, non significa tradurre i numeri nella fatica e nella disperazione di chi li ha prodotti. Trovo che questa non sia poesia civile ma elenco di fatti, perlopiù negativi, che certamente influenzano le nostre esistenze, così come l’aumento domani del costo del denaro, che mi alzerà la rata del mutuo. Ma aumenta il costo del denaro è un dato oggettivo che, per trasformarsi in poesia, dovrebbe legarsi a un fatto e un’esperienza specificamente umane che tutti possiamo condividere. Persino la tragedia di chi è esploso con l’aereo contro/dentro i grattacieli. Manca.

 

Ieri, el kosovaro che ‘l lavora co’ mì

el me ‘à domandà se podhée prestarghe

zhinquanta euro, el se vardéa tii pie

 

pa’ far su ‘l coràjo de chee paròe

chissà par quant rumegàdhe – lo sa

che ‘ò dò fioòi, el mutuo pa’ a casa

 

e tut el resto – e za ‘l savéa, son sicuro

anca ‘a mé risposta, parché no’l se ‘à

ciapàdha, sì, sì, certo, capisco l’à dita

 

sgorlàndo ‘a testa intànt che ‘ndessi

verso i reparti, i guanti strenti tea man.

Però mi nò che no’ lo riconossée pì

 

co’là che ghe ‘à tocà dir mi dispiace

proprio co’ iera drio sonàr ‘a sirena

e no’ restéa tenpo nianca pa’a vergogna. [3]

 

(Ieri, il kosovaro che lavora con me / mi ha chiesto se potevo imprestargli / cinquanta euro, si guardava nei piedi // mentre formulava quella sua richiesta / chissà quanto a lungo meditata – lo sa / che ho due figli, il mutuo della casa //  e tutto il resto – e sapeva già, son sicuro / anche la mia risposta, perché non se l’è / presa, sì, sì, certo, capisco, ha detto //  scrollando la testa intanto che andavamo / verso i reparti, i guanti stretti nella mano. / Però io no che non lo riconoscevo più //  quello che ha dovuto dire mi dispiace / proprio mentre suonava la sirena / e non c’era più tempo neanche per la vergogna.)

***

L’impatto civile di questa poesia è invece tutta nel particolare. Dal microscopico, un operaio che chiede soldi a un altro che non glie li può dare, si risale molto facilmente al macroscopico. Questa poesia è la denuncia di un problema sociale, che dovunque si viva può essere simile, e quindi universale. Ed è gonfia di un’umanità assoluta, totale, perché è condivisa a livello intimo. L’uomo è un animale dotato di grande sensibilità, e credo che la poesia debba saperne fare uso, senza scadere nel sentimentalismo. Senza nemmeno cadere nella retorica. A proposito di questo testo, mi viene in mente il commento che un lettore aveva fatto su una mia poesia abbastanza simile, non per l’argomento ma per l’atmosfera di sconfitta quasi assoluta. “C’è, purtroppo, una sorta di rassegnazione, e, leggendo qua e là, non vedo altro”, diceva. Aveva aver trovato uno dei nodi fondamentali (non il principale, tuttavia) del mio testo. E però ancora oggi mi chiedo: perché s’aspettava di trovare altro che andasse oltre la nuda testimonianza d’un fatto, d’una situazione universale? Il poeta, tutto sommato, è uno che incolonna parole, uno scrittore in verticale. Non è un rivoluzionario né un agitatore di folle. Agita le coscienze, magari, ci incita alla riflessione, che porterà all’azione, se vorremo, senza doverlo dire. E’ questo il nodo cruciale di cui tener sempre presente: passare dall’agire intimo e polisemantico, che è tipico della poesia, al manifesto politico.

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João Gostoso era facchino al mercato e abitava sul colle di Babilonia in una baracca

senza numero

Una notte se ne andò al bar Venti Novembre

Bevve

Cantò

Ballò

Poi si gettò nella laguna Rodrigo de Freitas e morì affogato [4]

 

 

Lontani dall’epica, dalla retorica, immersi nel quotidiano dolore dell’uomo, nella leggerezza portata all’estremo, deformata in dramma. Non solo questo testo è un esempio di un certo importantissimo periodo della poesia brasiliana, ma è anche, e soprattutto, il sunto di una modalità di scrivere che ci è assolutamente estranea, in Europa: il sorriso. All’autore sono bastate sette righe e un dato oggettivo (la favela di Rio, Babilonia) per comunicarci un dramma, una condizione sociale di totale disperazione. Di João, che somma in sé tutti i diseredati João del Brasile, intrappolati in una gabbia da cui è molto difficile uscire. C’è un film, esemplare, che andrebbe visto al riguardo La città di Dio.

 

Se mi sforzo di adattare le definizioni con cui ho aperto questo breve ragionamento personale sulla poesia civile, allora anche quest’ultimo testo può muovere all’azione. Però, ancora, non riesco a farmi piacere le definizioni, e non voglio usarle. Si rischia sempre di inquadrare un testo da un solo punto di vista mentre, se la poesia è poesia, civile o no che sia, di significati ne può offrire molteplici.


[1]     Carlos Drummond de Andrade, Le spalle sopportano il mondo.

[2]     Jack Hirschman, L’arcano delle torri gemelle

[3]     Fabio Franzin, Me despiase / Mi dispiace

[4]     Manuel Bandeira, Poesia tratta da una cronaca di giornale

 

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5 thoughts on “João di Massimiliano Damaggio”

  1. Massimiliano, mi è piaciuto davvero tanto questo tuo articolo, che condivide la mia opinione sulla poesia denominata dai più civile. Come lettrice sento il bisogno di poesia allo stato puro e non di un manifesto ideologico o di un articolo in versi che racconti in chiave sociologica la realtà che ci contiene. Sarà forse la mia impostazione crociana a farmi apprezzare solo testi che siano sostenuti da un percorso emotivo dell’autore, da una sua matrice personale, mai del tutto allineata ad un gelido storicismo. Dei versi reportage , che posino lo sguardo sui mali del mondo e che non abbiano una dose- pur se minima- di lirismo, a me paiono, mal riusciti come una minestra priva di sale e lontani mille miglia dalla poesia .

  2. Molto bello il metodo e lo stile argomentativo, come bella è la passione che traspare dai tuoi generosi commenti e che un po’ ci sta tutti contagiando. Senza voler essere minimamente riduttivo, ritrovo nel tuo commento alle poesie che hai portato ad esempio la vecchia (ma non certo desueta!) distizione strutturalista tra denotazione e connotazione. Ed è una distinzione che si applica in massimo grado alla poesia, nella quale conta in realtà solo la connotazione, e la denotazione può al massimo servire a rendere più chiari certi passaggi che potrebbero risultare oscuri.

  3. Ciao, Paolo. Ti ringrazio. Ma non sono un critico. Né credo che la poesia sia creata per essere analizzata. Sono sopravvissuto allo sterminio letterario che la scuola pratica, che i critici praticano. E’ inutile chiederci perché la poesia non abbia lettori. Mi sembra molto chiaro. Io cerco, nella poesia, qualcosa che unisca tutti i nostri fili. Un abbraccio

  4. Ho voluto rileggere questo intervento, perchè la prima volta aveva suscitato detro di me talmente tanta adesione da dubitare di averlo ben capito, ma oggi, rileggendolo, non posso che sottoscriverlo, in modo particolare per queste parole che riporto :

    ” Il poeta, tutto sommato, è uno che incolonna parole, uno scrittore in verticale. Non è un rivoluzionario né un agitatore di folle. Agita le coscienze, magari, ci incita alla riflessione, che porterà all’azione, se vorremo, senza doverlo dire ”

    grazie, mi sento capito.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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