La bella poesia di Narda Fattori

La bella poesia di Narda Fattori.

   

   

Scrivere belle poesie non s’impara a scuola, probabilmente neanche in specifici laboratori dove ci si esercita a scremare le parole, a sentire il peso o la leggerezza del verso, a mantenere coesi i campi semantici. Da ciò è facile dedurre che poeti si nasce e non si diventa.  Tuttavia queste affermazioni sicure di sé capitombolano con l’accidente, con la casualità, con i quadrivi della fantasia. Con il destino. A volte solo con un mal di testa o con dolore al basso ventre si partoriscono versi.

Questo per dire che forse si nasce con una predisposizione a cogliere parole e visioni, a profetare con esse, ad usarle come unguento per lacerazioni profonde; ho detto predisposizione perché la “bella poesia” richiede studio, frequentazione, fatica ( oh, le sudate carte di Leopardi!).

Non ho considerato il gusto personale che però non ha un grosso peso specifico nella discriminazione; insomma una buona poesia resta tale anche se non risponde ai  gusti personali del lettore.

Non che sia facile impilare la bella e lanciare appallottolata nel cestino la brutta.

erwitt_france_paris_1989 CANESimonelli in Poesia .2 trova un discrimine abbastanza azzeccato: la poesia non riuscita è quella che nasce prematura, che non si è sedimentata, né si è macerata sulla pista del senso, non ha raccolto le briciole, non è stata attraversata dal fulmine.

Mi pare che questa riflessione d’apertura di Marco Ercolani in Vertigine e misura ci conduca per piste frequentabili e comprensibili: “Quando la poesia è finestra, riflette e complica il paesaggio esterno. Quando è specchio, irradia e deforma il paesaggio interno. Quando  è scudo, diventa cortina al mondo e sospende la verità in una trama di finzioni. Quando è schermo , proietta dove non accade niente di descrivibile. Quando è muro, diventa con sollievo la fine necessaria, nel silenzio di ogni parola. La poesia è simultaneamente finestra, specchio, scudo, schermo, muro.”

Eccole le sudate carte… La poesia si situa nel tempo, nel suo tempo, ma come una voragine si porta con sé tutte le parole di cui si è nutrito il poeta: i libri letti, il nome delle emozioni provate, i riverberi e i rigetti, gli incontri e gli scontri; la poesia è concretezza, è una moneta che è passata fra tante mani, prima di appoggiarsi sul palmo del poeta; la poesia è materica, attiva i sensi, e ne trae oggetti e sostanze. Sappiamo che il Novecento che ci ha lasciati ha impresso brusche variazioni al poetare: le minutaglie del quotidiano, le myricae del Pascoli, i limoni di Montale (chiedo scusa ai non citati), hanno riportato a terra il poetare; non magniloquenza, non espressione di personali strazi, non profezia, non tumulto: spenti i bagliori dei grandi eventi, spesso solo ombelicali, la poesia si è riappropriata della vita e del mondo nei suoi accidenti; la sostanza è difficile da trovare, è controversa, ha linguaggi aulici, esclamazioni.

La bella poesia di oggi rifugge dall’alto linguaggio, ma ama giocare con le parole, collocarle su terreni vergini, rifondarle quindi; sono parole di strada, passate fra molte mani , che il poeta  sa come sollevare, rimpolpare, insufflare loro aria quando e se il respiro è flebile.

Per questo le belle poesie non amano gli aggettivi: sono queruli, cedono alle svendite, non sanno sollevarsi, contagiano con la loro anemia la forza dei sostantivi.
Le belle poesie amano i sostantivi: sono parole piene e dense, battagliere, arnesi per ridefinire.
Le belle poesie sono umili:  sanno che la verità è sfaccettata, mostrano il loro punto d’arrivo, dicono dell’uomo e non si credono ispirate da un dio.
Le belle poesie non si occupano troppo di retorica: a volte allitterazioni e rime interne si affacciano umilmente, chiasmi a volontà, sapientemente costruiti.
Le belle poesie sono ben coese nel ritmo e nel significato: ciò non significa che la monotonia se ne impossessi, anzi il ritmo è musica e il senso è il filo rosso dove si intrecciano i passi del ballo. 

La poesia, bella,  è frutto dell’attività mentale e psicologica di un soggetto; la mente controlla che le lacerazioni non prendano il sopravvento; il lavoro di revisione tratta di questo perché a pochi o a nessuno possono interessare le personali dolenzie , l’inanellarsi degli eventi. E’ necessario ricordarsi che la poesia è comunicazione, cioè desiderio di entrare in relazione con l’altro; quando diventa astrusa, cervellotica o, al contrario, esprime personalissime esperienze  e vibrazioni, non ha altro fine che starsene al buio all’interno del cassetto, se proprio non si vuole farla volare come un aeroplanino di carta.

ERWITT CANE

9 thoughts on “La bella poesia di Narda Fattori”

  1. non posso che sottoscrivere tutto ciò che dici, ed in particolare questo pasaggio

    “E’ necessario ricordarsi che la poesia è comunicazione, cioè desiderio di entrare in relazione con l’altro; quando diventa astrusa, cervellotica o, al contrario, esprime personalissime esperienze e vibrazioni, non ha altro fine che starsene al buio all’interno del cassetto, se proprio non si vuole farla volare come un aeroplanino di carta.”

    ciao Narda

  2. Non tutto il tuo pensiero è per me condivisibile, ma hai scritto anche molte cose giuste. Brava !

  3. Condivido tutto e specialmente: E’ necessario ricordarsi che la poesia è comunicazione, cioè desiderio di entrare in relazione con l’altro; quando diventa astrusa, cervellotica o, al contrario, esprime personalissime esperienze e vibrazioni, non ha altro fine che starsene al buio all’interno del cassetto, se proprio non si vuole farla volare come un aeroplanino di carta.

  4. “Per questo le belle poesie non amano gli aggettivi: sono queruli, cedono alle svendite, non sanno sollevarsi, contagiano con la loro anemia la forza dei sostantivi.”

    Dissento totalmente da quest’asserzione perentoria. Chi l’ha scritta rilegga i grandi poeti in qualunque lingua e troverà che gli aggettivi “connotano” i sostantivi, donando loro quelle lievi sfumature che corrispondono alle luci e ombre dei dipinti più celebri.
    Ma del resto “de gustibus non est disputandum”!

    Giorgina Busca Gernetti.

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