La buona poesia, per noi. Di Daniele Barbieri

La buona poesia, per noi. Di Daniele Barbieri.

   

Per poterne parlare davvero, bisognerebbe sapere cos’è, la buona poesia.

Mi piacerebbe poter dire che non la so definire ma quando la vedo la riconosco. Sarebbe già qualcosa, se davvero fosse così. In realtà non lo posso davvero dire. Ho preso abbastanza cantonate nella mia vita per diffidare del mio stesso giudizio. E sto considerando qui cantonate solo quei casi in cui ho squalificato un lavoro che poi in seguito ho invece imparato ad apprezzare.

Ma come la mettiamo con tutti gli altri casi, cioè con tutti quei poeti che a me non piacciono, mentre trovano un sacco di estimatori, tra cui critici illustri o comunque stimabili? Non c’è dubbio che un poeta stimato dalla critica sia un poeta a cui vale la pena dare una seconda chance, e magari pure una terza e una quarta. Se sono tanti e stimabili a stimarlo, una ragione ci sarà.

Ma se poi, dopo la seconda, la terza, la quarta rilettura, il poeta ci rimane lontano, muto, persino insulso, come faremo a pensare che sia buona poesia, la sua? Accetteremo il giudizio della collettività degli esperti, oppure non potremo dimenticare che ci sono poeti (e artisti d’ogni tipo) oggi dimenticati che in vita riscossero grande successo dalla collettività degli esperti del loro tempo?

Il dilemma è, in via teorica, irrisolvibile. Nella pratica, l’unico modo plausibile per opporre il proprio giudizio a quello della collettività degli esperti (con riserva di fallibilità, sempre) è quello di averlo coltivato con innumerevoli letture attente e aperte precedenti, esercitandolo al momento con apertura e attenzione, ovvero pronti a cogliere una qualsiasi eco di una qualsiasi suggestione.

La buona poesia è quella che regge questa prova, quella che ci muove o commuove ancora, dopo che abbiamo già percorso migliaia di altre poesie. L’unico metro di guidizio non contaminato dalle ideologie e dalle posizioni precostituite è inevitabilmente l’emozione che l’opera ci procura. Più il nostro io ricevente di lettore saprà essere un noi, e più potremo pensare che quella buona poesia non è buona solo per me.

Tutto questo è relativo, ovviamente. Dalle ideologie e dalle posizioni precostituite non si può mai uscire del tutto; e la pretesa di fare del nostro io un noi può essere illusoria. Ma senza questa illusione ci sono soltanto o il soggettivismo totale, oppure la totale adesione a una regola.

   

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5 thoughts on “La buona poesia, per noi. Di Daniele Barbieri”

  1. “La buona poesia è quella che regge questa prova, quella che ci muove o commuove ancora, dopo che abbiamo già percorso migliaia di altre poesie. L’unico metro di guidizio non contaminato dalle ideologie e dalle posizioni precostituite è inevitabilmente l’emozione che l’opera ci procura ”

    anche questo pezzo io credo sia molto importante e condivisibile.

  2. L’insana abitudine dell’uomo di costruire delle gabbie e-semplificative non ha fine. L’abitudine primordiale di gareggiare (il concorso, l’antologia, il critico eccetera) non solo è dannosa, ma soprattutto degenera la poesia e l’arte stessa: bisogna ampliare la propria ricezione verso tutto e tutti, e non classificare. Credo che, oggi più che mai, la poesia sia come il sesso: più se ne parla e meno si fa. 🙂

  3. Trovo il tuo intervento perfettamente centrato sul problema (irrisolvibile?) di decidere cos’è buona poesia e cosa no (problema che, in altro modo, avevi già toccato nel tuo utilisssimo saggio “Il linguaggio della poesia”, sono un tuo ammiratore!). E la “soluzione” che proponi è assolutamente la stessa che cerco di applicare anch’io. Leggere e rileggere due, tre, dieci, cento volte un testo è forse davvero il solo modo per “giudicarne” la bontà. La capacità di tenuta, di accendere/ri-accendere ogni volta emozioni e passsioni sarà certo soggettiva, ma rimane, a mio avviso, lo strumento principale, ben preferibile ai tradizionali canoni teorici, ormai inservibili. Che un poeta scriva in metrica o in versi liberi non significa nulla in termini di efficacia comunicativa, non è affatto facile scrivere in versi liberi e ho letto molti sonetti, metricamente perfetti, del tutto insulsi e vuoti, senza alcuna risonanza emotiva. E’ giustissimo, come dici, sgombrare il campo dalla tentazione, qui in Italia sempre molto forte, di valutare una poesia in base al suo rispetto delle “regole” (o, ancor più, dalla sua presunta “carica innovativa”, da sperimentalismi linguistico-metrici che quasi sempre si risolvono in un facile giochetto fine a se stesso, oscuro e indecifrabile). Proporrei tuttavia, da cultore, oltre che della poesia, anche della fotografia (sono stato per anni un fotoamatore, quando si stampava di notte in bagno, con tanta fatica e passione), di applicare anche al testo poetico alcuni criteri di analisi (e terminologici) in uso nella valutazione dell’immagine fotografica (mi piacerebbe scrivere su questo un intervento su VR, se la redazione sarà d’accordo). Quali, ad esempio, punto di vista, centro d’intersse, sfocatura (intenzionale o no), profondità, costruzione dell’immagine, verticalismo, morbidezza e contrasto, verticalismo…ecc. Con questi strumenti è abbastanza sicuro distinguere un’immagine fortemente espressiva da una debole, piatta (e le ragioni di tale debolezza: troppi centri d’intersse, poco contrasto, costruzione piatta, mancanza di punti di forza ecc.) ed ognuno di noi è in grado di capire se una foto è frutto di un pensiero e un lavoro lungo, meditato, finalizzato alla traduzione in immagine di un preciso pensiero, sentimento, emozione, dall0 scatto frettoloso e casuale del dilettante che “spara” con la sua digitale (o, orrore!, con la tavoletta!). Credo, insomma, che se applicassimo alla poesia alcuni di questi strumenti di lettura, avremmo una “base” un po’ più solida per dire se una poesia “funziona” o meno, illustrandone pregi e difetti anche in termini fotografici. Non so cosa ne pensi, ma mi sembra una via percorribile. Ti saluto, con tanta stima e simpatia, ciao!

  4. Francesco, il problema a questo punto diventerebbe definire quali dovrebbero essere i parametri da prendere in considerazione quando si valuta una poesia. Il fatto che per la fotografia siano abbastanza chiari non comporta che se ne trovino di ugualmente chiari per la poesia. Se hai delle proposte può certamente essere interessante prenderle in considerazione.

  5. Daniele, intanto ti faccio i miei più cari auguri per la tua salute, e ti ringrazio dell’attenzione. Hai perfettamente ragione. La mia “proposta” è certamente tutta da pensare e soppesare proprio su questo punto: sono applicabili alla poesia i metri di valutazione dell’immagine fotografica? E in che modo? Aiuterebbero veramente ad avere strumenti di “giudizio” del testo poetico un po’ più precisi, un po’ meno soggettivi e slegati dai canoni tradizionali della critica letteraria ormai, in larga misura, insufficienti e inadeguati? Credo che, almeno alcuni parametri utili si possano trovare e su questo scriverò un intervento sulla rivista, del tutto aperto e in fieri, nulla più di un abbozzo di qualche proposta tutta da discutere e meditare. Grazie e ciao!

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