Il racconto del mese: La coscienza di Valeria Serofilli

La coscienza

di Valeria Serofilli.

  

                                                                           Io sono, questa mia

                                                                          vita è, io vivo: cogito.

                                                                              Cartesio, Discours sur la methode.

     

L’ispirazione del presente racconto è spontanea ed autonoma, suggerita dalla memoria più remota ma non per questo meno fertile, riemersa alla mia coscienza a seguito di un evento traumatico.

E’ stata per me una sorpresa ed una gratificazione scoprire che l’argomento trova solide fondamenta scientifiche in campo medico, in particolare negli studi di Alfred A. Tomatis che all’origine del linguaggio fin nella vita intrauterina,  ha dedicato numerose monografie.  V.S.

                           

Non so quando ho preso coscienza di aver preso coscienza. Forse il momento affonda nell’ancestrale mitologia della mia nascita e l’ovattato ambito uterino ne ha sancito l’inevitabile passaggio. Il passaggio alquanto transitato dall’incoscienza alla coscienza, intendo. Non un sibilo, non un categorico imperativo né una raccomandazione: un ordine con consiglio, più o meno, la voce maschile che mi ha detto: “Ora tocca a te”. E una paura mai provata prima, il senso di doverosa responsabilità, il prendere atto di esistere… la mia coscienza, certo, si deve essere formata allora; nel preciso istante in cui ero.

Nel preciso istante in cui l’indefinibile, l’aereo, l’etereo, l’eterno, fino a quel momento la mia sola dimensione, trovarono il proprio limite in quelle parole “tocca a te ora” e in “tocca” e “ora” i precisi confini.

Alla paura è seguito il dolore fisico: la lotta dell’esordio liquido contro mulini d’aria. Ed io, il terzo elemento. Secondo mio padre proveniamo  tutti dall’ambiente marino e in fondo questo è abbastanza suggestivo. Pesce o sirena, comunque catapultata dal suo mondo liquido nel “qui ed ora”. In quest’epoca tra la fine di un millennio e l’inizio di un altro, al  confine tra la Romagna, dove sono nata, le Marche, città paterna e il  Lazio, culla materna, che definisce circolarmente la terra Toscana dove ho  vissuto fino ad ora. Pisa e la sua Torre, vale a dire.

Cerchio fisico che si ricollega idealmente alla lotta  per entrare nel cerchio dell’esistenza, spazio che oscilla tra il macrocosmo  e il microcosmo del mio piccolo essere in lotta da subito con il tutto, l’ordine contro il caos della casualità probabile.

Il microcosmo, perfetto nelle sue imperfezioni, che esordisce nel macrocosmo pronto ad inglobarlo o meglio, ad ingoiarlo,  luce con farfalla. Da quel preciso istante ho preso atto di esistere.

Il problema è risalire a quando ho preso atto di questo.

A venti anni sono sopravvissuta ad un incidente quasi mortale. Trauma cranico con amnesia retrograda. Eppure è da allora che ho cominciato a ricordare. O almeno credo.

Ho sofferto. E sono nata rossa in volto. Mio figlio invece no, l’hanno preso

dal cestino, mi dicono, perché è nato col cesareo. Ma noi lottatrici degli anni ’60, quando il presagio dell’ecografia era ancora lontano, nascevamo più arrabbiate e meno sognatrici.

Com’è che sono diventata un poeta allora?

Per colpa o merito dell’eclisse del ’99. Ma quella data segna l’inizio della mia coscienza poetica, non della mia coscienza primigenia.

L’implosione energica, pura e primitiva della preessenza. Quell’energia che solo il non essere tendente all’essere sa produrre. Gassoso ectoplasma che da fungo atomico si moltiplica all’infinitesimale.

Varcato il confine, la solitudine. E’ come se tutte le acque del mondo che prima mi proteggevano, mi andassero contro.

Numerose volte avevo cercato di penetrare il significato di quella foto.

Quella che mi ritraeva appena nata, sola,  in un enorme letto d’ospedale.

Ora ne potevo inalare addirittura l’aura, riprovandone le stesse sensazioni e il forte scoramento.

Eppure il perfetto e armonico bilanciamento terra cielo, in quel grumo di nervi e capelli. Il finito e l’infinito in un donatelliano non finito. Il biondo platino e il nero corvino. L’assenza nell’altrove, fattasi ora presenza viva e pulsante: tempo e spazio uniti in uno sferico e saldo abbraccio.

Solo un’eco, ormai, il “tocca a te ora”.

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