La figura del poeta. Tre domande a Francesco Sassetto

La figura del poeta. Tre domande a Francesco Sassetto.

   

   

Sul tema “Chi è il poeta?” abbiamo sottoposto alcune domande, le stesse per tutti per poter confrontare i punti di vista e stimolare un dibattito, ad alcuni poeti. Le domande sono:
1) Perché il pubblico dovrebbe cercare e amare le tue poesie?
2) Tra stereotipi e marginalità: come si colloca la figura del poeta nell’attuale situazione culturale italiana?
3) Esistono strade per recuperare quella rilevanza che in altri paesi al poeta viene riconosciuta?

Abbiamo anche chiesto un contributo poetico a tema per concludere la mini-intervista.

Vi lasciamo in questo articolo con le risposte e i versi di Francesco Sassetto.

Perché il pubblico dovrebbe cercare e amare le tue poesie?

Mah, più che le mie poesie la poesia in generale. Penso si dovrebbe cercare e leggere più poesia, molta di più. E meditare su di essa, farsi catturare, abbandonarsi ad essa, senza preoccuparsi troppo di “cosa vuol dire”, se è frutto di uno spirito geniale o di un onesto lavoro artigianale. Purchè sia vera, si senta, cioè, che scaturisce da un bisogno profondo di esprimere e comunicare qualcosa, qualunque cosa sia ed in qualunque modo. Ed amare poi le poesie con cui si entra in sintonia, che ci emozionano, ci commuovono, quelle in cui ritroviamo un orizzonte di pensiero ed una vibrazione dell’anima che ci appartengono, che condividiamo. In fondo anche Pavese scriveva che nella letteratura cerchiamo una conferma a ciò che già pensiamo e siamo. Quelle poesie, allora, arrivando al cuore e scendendo fin nelle viscere, diventano nostre,. E ci aiutano a vivere.

Per quanto mi riguarda vorrei qui proporre una mia poesia (tratta dalla raccolta “Ad un casello impreciso”, Padova, Valentina Editrice, 2010) che sento molto “mia”, che traduce un mio sentimento intimo ed antico e credo possa rappresentarmi bene, come uomo e come poeta.

Tra stereotipi e marginalità: come si colloca la figura del poeta nell’attuale situazione culturale italiana?

Male, come ho già detto, si colloca molto male, soprattutto in Italia. In molte civiltà antiche i poeti riempivano le piazze, ed in alcuni paesi europei e non, ciò accade anche oggi. In Italia la situazione è molto diversa e la conosciamo tutti benissimo. I poeti “veri” sono quelli “consacrati” dai grossi editori che non rischiano quasi mai proponendo un autore che non sia già noto ad un ampio pubblico e sostenuto da adeguato battage pubblicitario. I molti altri poeti sono guardati con sospetto e ironia, come bambinoni sfaccendati che intessono rime e giochi di parole, sgorgando come fiumi in piena delusioni d’amore e malesseri personali. Credo sia questa, purtroppo, l’immagine odierna, in Italia, di chi si dedica alla poesia. Penso che ciò derivi dalla secolare tradizione retorico-letteraria italiana che ha sempre sottolineato l’aspetto eccezionale della figura del poeta, dal “padre della lingua italiana” al “vate”, da venerare e studiare, ma con cui, ben difficilmente e raramente, immedesimarsi, entrare in sintonia, diventare “amico”. Quindi, i “veri” poeti sono, anche oggi, i poeti “laureati”. E non possono che essere pochissimi. Ed un’altra ragione credo sia da ricercare nell’apparente “facilità” e “povertà” della poesia. Bastano carta e penna e un po’ di fantasia per scrivere poesie, qualche rima baciata, qualche descrizione piacevole, poesia, quindi, come passatempo, gioco enigmistico, quasi sempre autoreferenziale. E, dato il secolare radicamento che tale visione dell’attività poetica ha in Italia, credo ci vorrà molto tempo per distruggere questo stereotipo ed attirare un pubblico maggiore all’ascolto ed alla lettura della poesia.

Esistono strade per recuperare quella rilevanza che in altri paesi al poeta viene riconosciuta?

Non ho ricette né facili soluzioni. Credo solo che, come per ogni cambiamento radicale, che investe l’intera struttura sociale (e politico-economica), si debba passare attraverso una lenta, faticosa, tenace educazione – o, meglio, rieducazione – cui dovrebbero convergere tutte le migliori forze di una società. Dall’editoria alla scuola, dalle amministrazioni locali ai mass media. Una notevole possibilità, e in continua espansione, mi sembra venga proprio dalla diffusione e circolazione della poesia in rete, dai numerosi blog, forum, siti e riviste online, che contano una costante crescita del numero di visitatori e consentono una fruizione più immediata e libera del testo poetico, molto più di tante noiose “presentazioni”, imbalsamate in un algido rituale e condotte in un gergo da addetti ai lavori. Come pure utilissime, in questo senso, possono essere le pubbliche letture nelle piazze, nelle scuole, nei teatri, nei locali pubblici, purchè siano ben condotte, ben organizzate. Vi deve essere, cioè, a mio avviso, una seria scelta dei testi e degli autori, dei tempi e delle modalità delle letture, per evitare il rischio di cadere nella “passerella” di decine di poeti e di poesie mediocri, noiosa e risibile, nel “comizio” personale di un autore tutto teso a “rubare” più spazio possibile. Così non si rende un buon servizio alla causa della poesia, anzi, paradossalmente si alimenta il già negativo giudizio su di essa. Ma se queste iniziative vengono curate con la competenza, la passione, la fatica che richiedono, allora sì possono diventare davvero un modo di affermare l’importanza della poesia. Penso al recente evento organizzato da Alessandro Dall’Olio con il Gruppo 77  “La geografia è un destino”, tenutosi a Granarolo il 25 gennaio. Quello sì è stato uno splendido esempio di quanto la pubblica lettura possa fare per diffondere e portare ad amare la poesia. Ma, ripeto, quanto lavoro è costato? Quanto tempo, energie, sacrifici personali ha richiesto? Sono davvero disponibili i poeti a questo?

***

Nella piazza del mercato

   
E tutta questa gente che si muove, che si sposa
e fa i figli e si saluta e si ferma nei bar per le partite
e trascina a casa carrozzine e sporte della spesa,
che crede ancora a molto
o a qualcosa o è soltanto più brava di me
nella finzione.
E sono anch’io come tutti loro che girano e rigirano
la piazza del mercato all’una o verso sera,
lumaca che scivola sulla propria bava,
pronto ogni giorno alle strette di mano,
preparato ai sorrisi,
forse soltanto un po’ più solo in questa risacca
di volti di poca espressione
di occhi rassegnati
assuefatti alla recitazione.

Perché non c’è nient’altro che questo andirivieni
che allunga le ombre nella sera, questa sera
di silenzio che fa tremare, questo tremore
nascosto, profondo, senza fondo, senza un dio
qualunque da chiamare.

E il sole che abbaglia
è un sole troppo breve.

amarcord grupo

 

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