La figura del poeta. Tre domande a Giovanna Frene

La figura del poeta. Tre domande a Giovanna Frene.

   

   

Sul tema “Chi è il poeta?” abbiamo sottoposto alcune domande, le stesse per tutti per poter confrontare i punti di vista e stimolare un dibattito, ad alcuni poeti. Le domande sono:
1) Perché il pubblico dovrebbe cercare e amare le tue poesie?
2) Tra stereotipi e marginalità: come si colloca la figura del poeta nell’attuale situazione culturale italiana?
3) Esistono strade per recuperare quella rilevanza che in altri paesi al poeta viene riconosciuta?

Abbiamo anche chiesto un contributo poetico a tema per concludere la mini-intervista.

Vi lasciamo in questo articolo con le risposte e i versi di Giovanna Frene.

Perché il pubblico dovrebbe cercare e amare le tue poesie?

Il pubblico dovrebbe cercare e amare la mia poesia, banalmente, per affinità elettiva. Non credo di avere pretese in questo senso, ma desideri. Zanzotto mi diceva sempre che il maggiore desiderio del poeta è quello d’essere circondato dall’affetto del lettore. Ho sempre affermato che esistono le poesie (non intese come testi, ma intese come diverse tipologie di poesia), e non “la” poesia: semplicemente, la mia poesia ha delle precipue caratteristiche che alcuni lettori cercano e nelle quali si riflettono, oppure che, seppur distantissime dalla loro personale ricerca, trasmettono qualcosa. Non è un mistero che l’orientamento dei miei testi sia filosofico, e che linguisticamente non siano di semplice accesso, e che la mia ricerca sia tutta ormai incentrata sulla riflessione della natura della storia e del potere.

Tra stereotipi e marginalità: come si colloca la figura del poeta nell’attuale situazione culturale italiana?

Vorrei citare quanto dice Fabio Zinelli, nella sua bella Prefazione all’antologia da lui curata “How beautiful it is…(?)”. Epifanie del lavoro nella poesia italiana di oggi (“Semicerchio”, XLVIII-XLIX, 01/02/2013, appena edito): “Quando però per l’uscita dal Moderno più di un mito è rimasto parcheggiato sull’autostrada del Novecento, il poeta ci ha perso forse più di tutti. Anche all’interno del proprio campo d’azione: da aristocratico delle lettere ne è diventato (in termini editoriali) il proletario. Perché tocca l’insieme dei punti di vista […] riguardo il tema sociale per eccellenza, quello del lavoro, è essenziale tenere presente qual è oggi la posizione sociale della poesia.” D’altro canto, sempre Zinelli sottolinea di seguito che il gesto reale della scrittura, in quanto azione produttiva, trova nel suo compiersi il suo compimento. Aggiungo io che, inoltre, la realtà, e il tema, della morte della cultura “alta” ha attraversato i secoli, e sta specialmente attraversando questo periodo. Non credo ci sia altro da aggiungere. Ho detto in altra sede che si prospetta qualcosa di assolutamente inedito.

Esistono strade per recuperare quella rilevanza che in altri paesi al poeta viene riconosciuta?

In parte ho già risposto facendo il mio personale commento al testo poetico che ho qui allegato: una delle strade è uscire dalla torre eburnea a spiegare. È assolutamente necessario fare proprio oggi anche un tipo di poesia complessa, un po’ svilita per la verità in Italia in questo momento, e decifrarla, insegnare a decifrarla. Le pareti tombali con i geroglifici sono meravigliose, ma se qualcuno mi spiega il contenuto, mi traduce questi geroglifici, sono ancora più stupefatta. Sembra banale, ma cosa credete che si faccia per esempio nei corsi di composizione musicale? O in tutti i corsi che devono portare alla creazione di oggetti artistici? Sono sempre più convinta che l’arte sia la più alta forma di conoscenza, e la poesia ancor di più – e da quando in qua la conoscenza diventa tale senza traduzione, trasmissione, insomma tradizione? Passare poi oltre, andare verso il “nuovo”, ossia “rivoltare la tradizione come un calzino”, è un’impresa colossale, più difficile di ogni avanguardia (a parte che il meccanismo dell’avanguardia, rispetto alla sua tradizione, è praticamente identico, alla fine). Ritengo pertanto che il fulcro di questo mio questionario sia proprio il mio commento alla mia poesia, dopo la lettura del quale si può iniziare davvero a percepire ciò che appare come baluginio della Storia nel testo, ciò che ci giunge come frammento di un continuum che è tale, ma semplicemente troppo distante dal nostro punto di osservazione.

***

Liquefazione (Sestina Bizantina)

…essere in sé quello che si è costruito, e allo stesso tempo
galleggiare in superficie. buio come un pugno, dai piccoli padri

presenti, sempre presente il carro del vincitore, la discesa
strategica con le armi degli altri, tutte o poco 

per volta, l’invisibile forma un monolite stridente
con la sconfitta, e la rigetta diritta a Ovest come

occasione per rispedire indietro le insegne del principio
“Orienta la spada sul seme della vicina distruzione”

: detronizzato il diminutivo, e prima destabilizzano
ancora il vuoto infiltrando l’ignoto, e altro, e in alto

si perda il gioco universale di unire ciò che l’uomo ha diviso
smembrando piuttosto il mondo che il suo potere

   

[2013]

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Lettura di Liquefazione (Sestina Bizantina) 

< Parte sull’Impero romano d’Oriente>

*…essere in sé quello che si è costruito, e allo stesso tempo / galleggiare in superficie = è di fatto la dimensione del nostro esistere: noi siamo il risultato di una sedimentazione di anni, ne siamo costituiti, e insieme siamo anche qualcosa che va al di là, che si guarda da fuori. Forse la definizione più vicina è “pensiero pensante” di Hegel.

*dai piccoli padri = il nome Attila significherebbe “piccolo padre”.

*buio come un pugno, dai piccoli padri // presenti = è una frase che ha detto mio padre una mattina alzandosi, e rappresenta bene la nostra epoca, come quella del V secolo d.C., quando è presente Attila e incombono tutte le invasioni barbariche, sia a Oriente che a Occidente.

*sempre presente il carro del vincitore = è l’immagine tipica di ciò che fu la grandezza di Roma, grandezza che ora si era spostata a Oriente.

*la discesa strategica con le armi degli altri, tutte o poco / per volta = la grandezza dell’Impero orientale e la sua forza furono l’aver imparato a combattere con le varie armi dei suoi nemici.

*l’invisibile forma un monolite stridente / con la sconfitta, e la rigetta diritta a Ovest =
l’invisibile è riferito alla grande forza strategica di Bisanzio, che le consentì di sopravvivere per circa mille anni dopo Roma; questa forza invisibile crea un blocco, o un monolite, contro la sconfitta, a cui sta andando invece incontro l’Ovest; anzi, è proprio questa strategia che in parte provoca la caduta di Roma, nel senso che gli Unni si dirigono appunto in Italia.

<Parte sull’Impero romano d’Occidente>

*occasione per rispedire indietro le insegne del principio / “Orienta la spada sul seme della vicina distruzione” = si riferisce al fatto che in realtà la caduta di Roma fu causata da quest’urto degli Unni, e si concretizzò mediante la restituzione delle insegne imperiali all’Oriente (da parte di Odoacre); il potere imperiale è qui definito come quello in grado di fermare la distruzione.

*detronizzato il diminutivo, e prima destabilizzano / ancora il vuoto infiltrando l’ignoto, e altro, e in alto = il diminutivo è Romolo Augustolo; ma prima di questa detronizzazione, la debolezza di Roma era iniziata con l’assegnazione di importanti incarichi a gente germanica (vedi Stilicone): il vuoto di potere viene destabilizzato con l’ignota forza nemica.

*si perde il gioco universale di unire che ciò che l’uomo ha diviso / smembrando piuttosto il mondo che il suo potere = ma il liquefare un potere vuoto con forze esterne e aliene è sempre accaduto nella storia, è un gioco universale che dura nei millenni; in altre parole, è il tentativo utopico di ricomporre il mondo che l’uomo stesso ha di volta in volta distrutto col suo potere.

fellini disegno x i vitelloni

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