La lastra di ghiaccio, racconto di Pietro Rainero

La lastra di ghiaccio, racconto di Pietro Rainero

         

        

Sun Sun Kwang dipingeva.
Dipingeva disegni bellissimi: bianchi, trasparenti, freddi svolazzi impressi sull’enorme candida tela.
Intriganti virgole scolpite sulla fragile, grandissima lastra. Le lamine scaldavano la liscia distesa ghiacciata imprimendovi le proprie orme. Il suo caldo e giovane cuore assecondava la sua fantasia e linee, curve sinuose e nuovi originali segni prendevano vita sulla superficie del lago generando forme simmetriche, equilibrate, perfette.

Sun Sun Kwang pattinava.
Nascosto tra le canne, in prossimità del grande stagno ghiacciato, Kim Ho Yang lo osservava.
– Quel ragazzo arriverà di sicuro alla rappresentativa olimpica – pensò Kim Ho.
Sun Sun Kwang, promessa del pattinaggio coreano, futuro campione di quella affascinante disciplina. Il freddo era pungente, in quel fine inverno asiatico. Sporadici fiocchi gentili si posavano delicati sui nudi rami di scheletri arborei.
Tutto era bianco, intorno a Kim Ho Yang: tutto gli parlava di un mondo freddo.
Sulla lavagna di acqua infreddolita impeccabili rette incontravano piccoli cerchi, oblique parabole sposavano in più punti bianche spirali infinite. Geometrici quadri astratti prendevano vita sulla lunga distesa. Kim Ho scrutava l’incredibile numero di ghirigori stampati sul piatto marmo.

Sun Sun Kwang si allenava.
Ogni giorno, alle prime luci dell’alba, immerso in un freddo glaciale, Sun Sun pattinava nello stagno adiacente la casa. Inseguiva il suo sogno. Una fiaccola olimpica riscaldava il suo animo. La sua calda fiamma ardeva dentro ai suoi occhi, isolandolo dal freddo totale che lo avvolgeva.

Sun Sun Kwang sorrideva.
Sorrideva felice strisciando sul ghiaccio. I suoi sogni, spinti dalla giovane età, non incontravano attrito. Procedevano veloci insieme a lui, verso una gloria futura. Kim Ho Yang lo guardava, lo osservava incantato. Kim Ho, il vecchio docente di arte, lo fissava incatenato. Il solido ghiaccio, al passaggio di Sun, cambiava di stato dipingendo binari d’acqua nei quali transitava il ragazzo. I solchi scavati registravano i desideri di Sun, ciò che voleva comunicare, il segno che voleva lasciare. Kim Ho Yang pensò ai solchi dei vecchi dischi di vinile. Ma quei segni non sarebbero stati indelebili, scritti nella debolezza, nella fragilità del ghiaccio. L’arte di Sun sarebbe stata immortale, ma la grezza materia, la sostanza su cui era impressa si sarebbe sciolta col caldo, distrutta dall’ardore di una soltanto tiepida primavera. La precarietà della fredda sostanza contrapposta al all’eternità del vivido pensiero. Eppure proprio l’indifferente sostanza fermava le calde, vibranti idee. Solo il freddo incastonava in sé rendendo eterni i pensieri appena abbozzati sulla tavolozza bianca. Ma anche la crosta di ghiaccio avrebbe ceduto: quelle meravigliose simmetrie si sarebbero infrante.

Rimpianse di non avere con sé la macchina fotografica, per registrare quelle idee che si rincorrevano sul lago ampliando il quadro, riempiendo lo stagno. L’esercizio libero che il giovane avrebbe presentato ai Giochi Olimpici, una manciata di annate più tardi, sarebbe stato memorabile, sì!

Sun Sun Kwang scivolava.
Scivolava via lieve; quasi volava.

Il vecchio professore rimaneva nascosto, tra le canne. Temeva di interferire, se visto da Sun, con l’evento che si stava consumando, con l’opera che stava nascendo.

Le linee prendevano forma, Sun Sun saltava e danzava, le sue piroette graffiavano il ghiaccio.
Con i pattini scriveva. Sotto di lui nascevano nuove figure: incredibili alci azzoppate, orologi deformi e stregati, improbabili mostri marini, leoni e boscaglie incendiate. Di una bellezza suprema. Una bellezza sublime. Ma di una bellezza caduca. Il sole si alzava: la vita del ghiaccio si sarebbe prolungata ancora, forse, un’ora. Il sole, poi, alto nel cielo, avrebbe cambiato il suo stato, lo avrebbe movimentato. Non era possibile congelare, ibernare il dipinto. Quella meraviglia, costretta a perire. Non sarebbe rinata: Sun Sun Kwang improvvisava, non aveva mai eseguito due esibizioni uguali. Esercizi sempre originali, sempre diversi. Kim Ho Yang era un privilegiato: stava osservando qualcosa che nessuno avrebbe mai più visto.

Un quadro destinato all’oblio.
Kim Ho pensò a Sun Sun come ad un pittore fra le pareti del suo studio, un laboratorio assediato dalle fiamme di un impietoso incendio deputato a bruciare le tele.
NESSUNA MEMORIA: un’opera d’arte che non sarebbe mai divenuta cultura.
MA UNA COSA BELLA NON E’ MENO BELLA, ANCHE SE NON DURA IN ETERNO.

Sun Sun Kwang si fermò.
Era stanco. Si slacciò i pattini, quei pennelli inusuali che con superba maestria aveva condotto sull’azzurro, ovale specchio. Guardò le sue tracce. Sorridendo, si avviò verso casa.
Kim Ho Yang guardò ancora una volta, l’ultima, il lago ghiacciato.

     

Emiliano Barbieri, Ecuador

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: