La mia nascita, poesie di Caterina Davinio

La mia nascita, poesie di Caterina Davinio.

   

   

La bambina yemenita

La bambina yemenita
canta con voce di strega
chiama Dio sulla terra
con la lingua sul palato
e le dicono strega, devi morire
perché il suo canto strappa i cuori
e solo con gli occhi ruba l’anima
nascosta sotto il manto.
E la bambina chiama Dio con grande voce
s’indignano i fratelli
e qualcuno grida allo scandalo;
ella è colpevole regina
del canto,
ella è regina nascosta dal manto,
pura voce di Dio.

    

2013, da: Cadere all’infinito, inedito.

***

Rock star

A notte alta
come disceso dal palco
stupefacendo gli astanti
poi fuggivi a te stesso
dietro i vetri neri
di una lunga automobile lucente
Il mondo ci massacrava
con suoi oscuri artigli e avvertimenti,
gli stessi che pianta nella mia malata
indole di osservatore.
Ma tu firmavi contratti, autografi,
e ne uscivi scaltro, erto nel petto agile,
sgusciante nella mente,
come appena partorito, vivace e lustro
e pronto all’urlo della folla
(che sempre pianta coltelli
e sempre ruba l’anima agli eroi).

    

1985, da: Il libro dell’oppio, Puntoacapo, Novi Liguere 2012.

***

La mia nascita

1.

E cominciò
con un largo movimento d’orchestra
come una fiaba infinita
che moveva
il cuore
(non più fanciullo
ora, denso di errori,
ma tenero di musica).
E cominciò,
tutta fatta di note,
una canzonetta,
come una mattina
lucente, benedetta,
come la celebrazione
della nascita,
del seme nell’erba
e tutti i profumi del mondo.
Una specie di miracolo lindo
nell’aria.
Mi accolsero il mio pianto
e il volto di mia madre.

2.

Incominciava, iniziò
(e pareva non mai finire,
tanto fiero il sangue),
un campo largo di
sole, fieno e fragole,
nuvole come vele e castelli,
vento.
Cominciò.
Principiando a lungo
in un epico prologo,
per invogliare il mondo ad ascoltare,
casi d’eroi
(e fili d’erba
solleticati dalla brezza).
Portata al largo da ampie folate lievi.
Il suono dei fiori sul prato costellato
di rubini rossi,
di campanelli,
di risvegli.
La Storia,
l’inizio della storia,
incedeva
come danzatrice sovrumana,
maestosa di passi tesi,
vesti di veli e rose,
con moto dilatato,
zefiri nelle pieghe,
ombre nel manto
di dea prodiga,
d’orchestre inesauribili
con i migliori inni,
con l’eternità dei campi elisi
inanellata ai polsi,
la fantasia di racconti magici
popolati di giganti e guerrieri,
di pianeti e animali parlanti.
Passava il soffio solenne
dell’ouverture,
la soglia della profezia;
l’anima orante,
palpitante, si congiunse al corpo.
In un immenso disegno inconoscibile.

3.

Curioso
di ardimento
e compassione,
il canto largo dell’infinito
in cui ero scritta
mi raggiunse.
Come bacca scarlatta nell’erba,
come un rubino nella roccia,
come le venature della pietra.
E fu il principio,
quasi s’adombrava
d’incroci,
intersecazioni plurime,
confluenze,
in neri rigagnoli
d’euforica corsa
alla fine,
– inizio di fine –
Un andante ma non troppo,
che sotterraneo
rese preziosa
la nascita con il suo epilogo,
ardente il passato
con la memoria,
il moto leggiadro con
la gravità del corpo,
la fede
con la delusa speranza,
le frasi con la muta quiete,
di passi folli,
attese,
bambole parlanti,
geishe,
stati gentili
d’immaginazione,
e il bene che correva nella carne
di eterni anni
giovani,
e sapeva, sì,
di principio
maestoso, felice,
di artificiale paradiso,
vita all’inizio
e inizio di vita,
vagito primo e trapasso primo.

4.

E mentre mi narrava
di quel giorno lucente,
della mia nascita,
tutto si compì senza che avesse tempo.
La sentivo vibrare nei
violini
tremula
di fine,
fragile e destinata al nulla,
eppure pronta
a mostrare
la fila di perle
nel sorriso,
la vita tutta
da cui non potevo recedere.

E ne suggevo il gusto
come un neonato
pugnalato in oscuri rituali,
la masticai
sotto denti nuovi,
avvelenata,
e le orecchie
colme dei suoi suoni,
campanelli sulla via del
Cielo,
folate di spirito
tra cori d’angeli
oro
e sante dai mantelli
azzurri
sempre più alto
ed eterno,
preghiera di sensi
sempiterni
di mani giunte alla madre
pietosa, mentre
si svolge e riavvolge
tuttora e adesso,
il mio tempo dei sensi,
nell’indissolubile sposalizio
della mente pura
vorticosa e
minima,
racchiusa,
con la geometria
del punto primo,
del non-tempo
donde proviene,
donde nacqui
privo di coscienza.
Dinanzi a un altare vibrante.

    

2008, da: Cadere all’infinito, inedito.

*** 

     

Caterina Davinio (Foggia 1957). Dopo la laurea in Lettere si è occupata di arte dei nuovi media come autrice, curatrice e teorica. Tra i pionieri della poesia digitale, ha esposto in oltre trecento mostre in numerosi Paesi del mondo, tra cui sette edizioni della Biennale di Venezia ed eventi collaterali, le biennali di Sydney, di Lione, di Parigi, di Londra, di Atene, il festival E-Poetry a Buffalo (New York) e a Barcellona, Polyphonix a Barcellona e a Parigi, il festival di poesia di Medellín, la New Media Art Biennial di Merida, in Messico, e moltissimi altri. Inclusa in pubblicazioni e collezioni italiane e straniere d’arte, letteratura e avanguardie, ha ricevuto premi in Italia e all’estero per l’attività letteraria e artistica. Ha pubblicato i romanzi Il sofà sui binari (2013), Còlor còlor (1998); per la saggistica: Tecno-Poesia e realtà virtuali (2002) e sulla net-poetry Virtual Mercury House (2012); in poesia: Aspettando la fine del mondo (2012), premio Astrolabio per l’originalità del testo; Il libro dell’oppio (2012), finalista nel XXV Premio Camaiore; Fenomenologie seriali (2010), terzo classificato nel Premio Carver e menzione speciale nel Premio Nabokov; in corso di pubblicazione: Fatti deprecabili. Poesie e performance dal 1971 al 1996, Premio Tredici 2014. 

http://it.wikipedia.org/wiki/Caterina_Davinio

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One thought on “La mia nascita, poesie di Caterina Davinio”

  1. Evocative e suggestive le prime due poesie, raffinata e musicale la terza, dedicata alla nascita. Quando la parola si fa musica, le parole generano immagini che sanno fluttuare sospese. Di questa autrice ho letto un libro bellissimo: Il libro dell’oppio, un’opera giovanile sul crudo mondo della droga negli anni Ottanta.

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