La miniera di San Giovanni Rotondo di Claudio Damiani

La miniera di San Giovanni Rotondo di Claudio Damiani con postfazione di Luigi Paraboschi.

 

  

La miniera di San Giovanni Rotondo
(da Il fico sulla fortezza, Fazi, 2012)

Quelle spiagge poi dimenticate
sprofondate nell’oceano e ricoperte di tufo,
quelle donne dal viso d’angelo
che sono passate veloci,
quei diamanti nascosti
a diecimila metri di profondità,
quei giorni della mia infanzia
ancora vivi, esco fuori
nell’aria azzurra, le lumache strisciano
lente nel prato, le galline vagano
libere, prendo la mia bicicletta
e vado in tutte le stradine bianche
e incontro il cane Tamara, e mi segue,
poi vado alla baracca del teatro
dove gli amici ridono, è già sera
e le falene sgranano i loro occhi
e le volpi si appostano nelle ombre
e le stelle scintillano sul capo
pelato del Gargano e sulla lunga
schiena distesa e lungo il cielo nero
e sui muretti di pietre riarse
e la notte paurosa si addormenta
nel mio cuore bambino.

La finestra dell’alba aveva un orto
appetto e dietro le siepi dei fichi
d’india e gli ulivi e ancora dietro il mare
tenero e azzurro, e i campi piatti e il monte
piatto e lunghissimo e il cielo lunghissimo
anche. Di notte mi cullava il dolce
fruscio degli alberi e l’aria odorata
marina, e come dal balcone usciva
l’alba rosata subito m’alzavo
e lesto uscivo e il mio primo pensiero
erano le galline, se mai un uovo
nuovo trovassi nel pollaio, o il cane
Tamara mi seguisse o per le vie
in bicicletta felice vagare.

Quelle volpi che mi facevano paura
ora mi fanno pena
e quanto pagherei
per rivederle ognuna.
Quei lupi che mi terrorizzavano
e che non sono mai esistiti
ma la cui faccia si imprimeva
nella finestra del bagno
ora vorrei vederli ancora una volta
imprimersi, di notte, sulla finestra del bagno.
E quel bambino che entrava
impaurito nel bagno
lo vorrei conoscere
e ci vorrei parlare
anche poco tempo, ma almeno per un po’,
almeno per un po’ ci vorrei parlare.

Io avevo questa cosa – se adesso ci ripenso –
che mi svegliavo molto presto, mi vestivo in fretta
e subito uscivo fuori, prendevo la mia bicicletta
e via tra le case o alle discenderie,
al campo di calcio, al dopolavoro,
all’officina, alle stalle dei cavalli
che mi facevano paura perché i cavalli erano morti
o stavano morendo, in miniera non servivano più,
ma ce ne era ancora qualcuno…
e io avevo quattro o cinque anni, non più
e mi ricordo così bene,
così fresca era l’aria, e così azzurro il cielo.
Quando un bambino vede un gatto
o una farfalla, per la prima volta, fateci caso:
è come se non la vedesse per la prima volta
o, se fosse sorpreso, fosse la sorpresa
non di un vedere ma di un rivedere,
non di un trovare ma di un ritrovare.

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***

Postfazione di Luigi Paraboschi

La favola, il sogno, il rievocare le memorie dell’infanzia sono il tema fondante di queste poesie di Damiani, tratte dal volume Il fico sulla fortezza, editore Fazi 2012, che, a certe lettrici che un amico colloca con ironia nella categoria delle “potesse delle parentesi”, potrebbero anche apparire troppo elementari, ed essere quindi facilmente inserite da loro nella categoria ” poesia dell’infanzia”, ma c’è un pezzo nella chiusa di una di esse che ti tocca la spalla, facendoti riflettere

” quando un bambino vede un gatto/ o una farfalla, per la prima volta, fateci caso/
è come se non la vedesse per la prima volta/ o, se fosse sorpreso, fosse la sorpresa/
non di un vedere ma di rivedere,/ non di un trovare ma di un ritrovare.

allora, arrivato a quel punto della lettura è come se mi fosse parso di capire e mi sono detto ” scrivendo, Damiani, concretizza il suo transfer ” nel senso che riafferma la validità di quanto spesso si dice attorno al ” sogno “, e cioè che esso non sia altro che il ripercorrere con la memoria sopita strade percorse prima.

Quante volte abbiamo tutti avuto la sensazione che ciò che stavamo vivendo in quel momento lo avevamo già vissuto, e di fatto, Damiani scrivendo ” è come se lo vedesse per la prima volta ” non fa che riproporre al lettore, in un viaggio all’indietro, l’esperienza di quel cosiddetto ” ritorno al passato ” spesso utilizzata anche nel cinema di fantascienza ( lasciando qui da parte gli ovvi e ormai triti riferimenti letterari e alle ultra citate madeleines di proustiana reminiscenza.)

Ma non è di fantascienza che si occupano i versi di Damiani, bensì di infanzia vissuta beatamente ai piedi del Gargano forse non ancora contaminato dai pellegrinaggi turistico-religiosi, in fattorie poste in campagne soleggiate, o accanto al mare, ad ascoltare il fruscio degli alberi.

Potrebbe dalle mie parole uscire un’immagine di questo poeta forse non molto corrispondente al vero, ma non mi sembra che, necessariamente, occuparsi di versi voglia dire servirsi di un linguaggio astruso e rarefatto,nel quale il viaggio attorno al proprio ombelico sia la sola chiave utile per comprendere il mondo.
Con Damiani ciò non succede ; il mondo che affiora è un mondo rurale pieno di galline e di uova da andare a ricercare al mattino nel pollaio, di cavalli che non servivano più nelle miniere e stavano morendo , e poi egli soggiunge : “ma ce n’era ancora qualcuno…….”.

E’ in quei punti di sospensione alla fine della frase che si apre lo spazio meditativo di un bambino sulla sorte dei cavalli da destinare al macello, spazio nel quale egli potrà vedere affiorare i sogni ed i terrori che la vita ha adunato e dispiegato e che si concretizzano in una immagine che, quelli che la sanno lunga in letteratura, definirebbero essere un ” topos “,

” quei lupi che mi terrorizzavano/ e che non sono mai esistiti “.

Tutti noi forse abbiamo qualche ripostiglio nella memoria ove riandare, e tutti noi, come Damiani, vorremmo vedere ancora “i lupi imprimersi, di notte sulla finestra del bagno, ” ma non ci resta altro che che lo sconforto di ammettere che anche noi , come l’autore desidereremmo che:

” con quel bambino che entrava/ impaurito nel bagno/ lo vorrei conoscere/ ci vorrei parlare/
anche per poco tempo, ma almeno per un po’/ almeno per un po’,/ ci vorrei parlare “

Una scrittura semplice quella di questo autore, che causa una lettura leggermente appesantita dal troppo frequente uso della congiunzione ” e ” volutamente ripetuta forse per dare la sensazione dell’ echeggiare della memoria, scrittura della quale l’autore si serve nelle sue rievocazioni fatte di testi fintamente semplici e molto gradevoli per ritrovare anche per noi che leggiamo qualcosa del nostro passato.

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