La parola terra materna, rubrica di poesia dialettale a cura di Anna Maria Curci: Brancale, Cabras, Gaggianesi

La parola terra materna, rubrica di poesia dialettale a cura di Anna Maria Curci: Brancale, Cabras, Gaggianesi.

 

 

Il titolo di questa rubrica dedicata alla poesia contemporanea nei dialetti d’Italia è ispirato a Madreterra di Rose Ausländer (qui nella mia traduzione): « La mia patria è morta/l’hanno sepolta/ nel fuoco// Io vivo/ nella mia madreterra/ la parola».
In quei versi Rose Ausländer faceva riferimento al sofferto recupero della propria lingua materna, quella tedesca, non più ancorata alla terra d’origine della scrittrice, la Bucovina, devastata anche da uomini che in comune con lei avevano il tedesco come madrelingua.
Il ritorno alla poesia nella lingua materna era dunque accompagnato da una vibrante affermazione: la parola è «madreterra».
Una affermazione che è anche assunzione di responsabilità, atto di impegno, passaggio del testimone, di un testimone che mi sembra pienamente accolto, oggi, dalla poesia dialettale, che, ben lungi dall’essere un mero ornamento folkloristico, liberatasi dallo stampo di un rimpianto fine a se stesso, ingaggia una fruttuosa tenzone con la contemporaneità, della quale pur avverte la disgregazione e, non di rado, la devastazione subita e causata.
Fiorisce dunque la parola terra materna nella «terra devastata», e fiorisce con sonorità, con melodie linguistiche e con accenti vari, spesso così distanti tra loro urti dissonanti e pur sempre fecondi.
Il plurilinguismo poetico al quale dà vita la poesia contemporanea nei dialetti d’Italia ha, inoltre, il pregio tipico di ogni manifestazione di plurilinguismo, vale a dire quello di favorire sviluppi (incoraggiati da incontri e intrecci, da conversazioni a più voci), degni di interesse anche nelle lingue nazionali.
Non è azzardato dunque affermare che il panorama poetico si è arricchito, ampliato, rinvigorito grazie all’incontro con la poesia dialettale. Questo vale non soltanto per le versioni in italiano che gli stessi poeti dialettali creano delle proprie poesie, ma anche per il circolo virtuoso che si è andato sviluppando nel campo delle riflessioni metalinguistiche, quindi su temi, strumenti e cadenze del dire poetico. In tal senso abbraccio con convinzione il titolo di una recente antologia curata da Ombretta Ciurnelli: Dialetto lingua della poesia.

Breve itinerario biografico nel dialetto

L’amore per la poesia dialettale si è manifestato nel corso della mia vita, da che ho ricordi, in forme diverse, con differenti gradi di consapevolezza e di slancio. Da piccola, ho conosciuto la poesia dialettale dai racconti materni come forma alta di espressione umana che rappresentava, nel “lessico famigliare”, l’unica, dignitosissima, eccezione al divieto rigoroso di far uso di qualsivoglia dialetto regionale nella comunicazione tra le pareti domestiche (fuori, essendo cresciuta nella periferia della capitale, non c’era modo di ascoltare o di cimentarsi né nel ruvese di mio padre, né nel pignolese di mia madre; restava solo l’accento romanesco, deprecato e detestato apertamente da entrambi i genitori). La curiosità si accompagnava dunque, allora, al continuo tentativo di trasgredire quel divieto. Poi sono arrivati gli studi liceali e la consapevolezza di una tradizione dalle radici antiche e sempre rinnovate, una tradizione che nulla perde nel corso del tempo, nulla concede allo sprezzo, basato solitamente su argomentazioni tra lo spocchioso e il timoroso della pluralità,  che a intervalli regolari viene dispensato dal ‘degustatore’ di turno, sia questi noto o sconosciuto. Infine, nella maturità, lo studio, la lettura appassionata, la familiarità con la poesia neo-dialettale hanno rinsaldato la convinzione della grazia e della dignità, della forza di questa parte fondamentale, pilastro, ponte e fiume, della produzione poetica in Italia.

     

Domenico Brancale (Basilicata) 

La voce del poeta Domenico Brancale giunge carica dell’esperienza di attraversamento e di immersione, di attrito e di abrasione. L’esperienza della frattura e del margine, unita alla capacità di far vibrare sia la pietra che si oppone e che precipita, sia la pianta che si impunta tenace sull’orlo del precipizio, conferisce a quella voce un ritmo inconfondibile. Questo tratto caratteristico della poesia di Brancale riguarda senza alcun dubbio i testi in italiano e si fa ancora più evidente, concreto, ‘corporeo’, nei testi in dialetto lucano.
La metafora dominante delle foglie d’agave, Scannaciuccein dialetto (titolo della raccolta completa di tutte le sue poesie scritte in lucano), dice di una poesia che si misura con il rischio perdurante della lacerazione. L’umana voce poetica è identificata nella metafora con l’asino (“ciucce”) che, carico di pesi, attraversa luoghi impervi e inciampa nelle piante d’agave le cui foglie possono inciderlo fino a scarnificarlo. Il pericolo estremo è tuttavia inseparabile dal sommo desiderio «di jaccà o pinziere/ mbizz’a lenghe» («di tagliare i pensieri/ sull’orlo della lingua»).
Scannaciucce, inoltre, può essere l’umano all’altro umano, rendendo in dialetto il famoso verso dalla Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde: «Eppure tutte quante accìdine culle ca vòlene tante», «Eppure ogni uomo uccide ciò che ama». AMC

     

dalla sezione Cani e porci

Qua e pure llà
ne ’ssute tutte quande pacce
E chi u sàpe
si pure i na matine
mi gauzère pp’ ’a lune storte
e m’ ’a ruppère ’a cape
mbacce a nu specchie di luce.

      

Qui e pure lì/ sono tutti usciti pazzi/ E chi può dirlo/ se pure io una mattina/ mi sveglio con la luna storta/ e mi rompo la testa/ contro uno specchio di luce.

      

dalla sezione Canti affilati

Guna ndutte mmienz’a ssi parole
mburchiàte nd’ ’a terre
téne o segne d’u scannaciucce
mbàreche add’ ’a i’èsse picché
tén’ ’a monde di jaccà o pinziere
mbizz’a lenghe

     

Solo una fra queste parole/ conficcate nella terra/ ha i segni dell’agave/ forse deve essere perché/ ha la foia di tagliare i pensieri/ sull’orlo della lingua

     

Dalla sezione L’ossario del sole

Come culle niente di luce
arrive nd’o filazzeche
arravugghiàte nd’u suonne di na contrehòre

accussì i turnàje nd’ ’a strade tuje
sapenne ca non avésse mantinute
u viente ca si spròve pure ll’òssere

     

Come quel nulla di luce/ raggiunge i filamenti/ nascosti nel sonno di una controra// così ritornavo nella tua via/ sapendo che non avrei fermato / il vento che scarnifica le ossa

*

So’ ssempe appizzutàte
o suonne d’u scannaciucce
ca mi face piezze piezze
doppe ca mi n’ ’ggi sciùte gurrijénne
agùffe nd’ ’a vianove
ppi truvà nu spinitúre cìtte
andò arripà u dilore di ssi quatte ghòssere
ngagghiusàte da na murre di cristiene
ca si ni scòrde d’ ’a vite

     

Sono sempre affilati/ i sogni dell’agave/ che mi taglia a pezzi/ dopo aver girovagato/ invano nella strada/ per trovare il silenzio di un muretto/ dove stenderci il dolore delle ossa/ sedotte da tutta quella folla di gente/ che dimentica la vita

     

dalla sezione Inediti

O duie e mezze, lore cèrchene u sole.
I’éssene da fore ndonne o jacc.
Stanne nd’ ’u silenzie chille ca parlene.
Nuie ne stringeme alle mure, d’ ’o finestre ne spijène.
Nuie nonn’abbregugnaàme. Ll’ombre i’è di carne
come se fusseme u curperone di gognune di lore.

Parlà, crede, murì. Mbàreche sime angòre qqua.
Tu, i – skitte nu iate pp’u sanghe.

«Eppure tutte quante accìdine culle ca vòlene tante»

      

Le due e mezzo, loro cercano il sole./ Escono fuori dalle crepe./ Stanno nel silenzio quelli che parlano./ Noi ci stringiamo contro i muri, dalle finestre ci spiano./ Noi non abbiamo vergogna. L’ombra è di carne/ come fossimo il corpo di ciascuno di loro.// Parlare, credere, morire. Forse siamo ancora qui.// Tu, io – un solo respiro con il sangue.// «Eppure ogni uomo uccide ciò che ama»

*

      

Tutte le poesie qui riportate sono tratte da:  Domenico Brancale, Scannaciucce, Edizioni Mesogea 2019

     

Domenico Brancale, poeta e performer, nato in Basilicata nel 1976. Ha pubblicato: L’ossario del sole(Passigli, 2007), Controre(Effigie, 2013),incerti umani (Passigli, 2013), Per diverse ragioni (Passigli, 2017), e Scannaciucce(Mesogea, 2019) che raccoglie tutti i suoi testi in dialetto. Ha curato il libro Cristina Campo In immagini e parolee tradotto Cioran, John Giorno, Michaux, Claude Royet-Journoud. Da qualche anno è uno dei curatori della collana di poesia straniera “Le Meteore” per Effigie e “Prova d’Artista” per la Galerie Bordas. Vive a Bologna e Venezia.

***

     

Maria Grazia Cabras (Sardegna)

Nelle poesie di Maria Grazia Cabras, dotate di una forza e di una melodia provenienti da dimensioni che uniscono lontananza e prossimità, la scintilla, la lucura, saetta, illumina e si rifrange, si frange, tuttavia, si incrina al dolore che riplasma, dopo averla spezzata, la parola. La partitura dell’esistente in battere e levare, in patire e librarsi riceve in Canto a sopranoprecise e consistenti indicazioni di esecuzione. Il “canto delle madri”, l’ancestrale costante qui inscindibile dalla “limba” sarda,  non resta mai un assolo, ma si arricchisce di un contrasto drammatico con altri canti, altre nenie, altri acuti, altri distendersi di basso continuo. La versione in italiano, autotraduzione che è ulteriore poiein, non intende affatto appianare i contrasti di voce, ma contribuisce a infittire la trama polifonica, con il ricorso a dispositivi che la familiarità con diverse tradizioni musicali e letterarie rende accorti e sapienti, mai banali. AMC

    

ungras in sa janna ’e s’ànima
s’isticchint

su cumprèndere est unu probrema de carre
e ossos pistos

de mármaru fundu e iscuru

ube andare
s’ocru mi dolet

e poi
sa petta s’est fatta nighedda
in su frigo

    

s’insinuano unghie nello sterno // capire è un problema di carne / e ossa rotte // di marmo cavo e buio // dove andare / l’occhio mi fa male // e poi / la carne è diventata nera / dentro il frigo

*

chircare ’e contare

ma sa paraula contada
si fachet àtteru dae tene
àtteru

e sos àtteros cantos tristos ’e tene
éremu de repente

    

tentare di raccontare // ma la parola raccontata / diviene altro da te / altro // e gli altri atri pezzi di te / eremo improvviso

*

… est fughía  – nân’–

su belu ruju at dassau
sas manos e chimbe fizos

ma itte cheres cumprèndere

dolore est
chi non si podet nàrrere
iscaza nighedda

     

… è andata via  – dicono – // ha lasciato il suo velo rosso / le mani e cinque figli // ma cosa vuoi capire // è dolore / che non si può ridire / scheggia nera

e si a bortas
cussas manos astringhes
pro lenire dolore

pro ti sanare dae sos sinnos
de sa nàschida

chi t’imbolat in su mundu
(fiza?) chene prus sinu

si a bortas
t’isperdes in cussa luntananzia
e ti trocches

ses a beru
lucura de s’umbra

    

e se a volte / stringi quelle mani / per lenire dolore // per guarirti / dai segni del cordone ombelicale / che ti caccia nel mondo / (figlia?) senza più grembo // se a volte / ti sperdi in quella lontananza / e ti torci // sei davvero una scintilla / dell’ombra

*

lucura
astru chine oriente
cuintu puntu ’e s’orizonte
chin sos caminos tottus tancaos
isserraos
a sos passos tuos

     

scintilla / stella senza oriente / quinto punto cardinale / con le strade tutte chiuse / serrate / al tuo passaggio

*

     

da Maria Grazia Cabras, Canto a soprano, Edizioni Gazebo 2010

     

Nota dell’Autrice

Canto a soprano: cantare la natura femminile del mondo, raccontare l’anima sonora delle parole.
Femminile sentire sentiero riposto di un tempo-non-tempo primigenio tempo alito verso respiro di Madre lingua di Lingua madre nenia ancestrale fuoco primordiale di parole sonore d’ombra ombelicale di pellegrina misterica femmina anima(le) vena ctonia lume errante infante illuminante soprano orante carme disperante e lime
Canto a tenore: il canto a tenoreè uno stile di canto a quattro voci (per “tenore” si intende il canto stesso ma anche l’intero coro dei quattro cantori) che ricopre un ruolo importante nel panorama delle tradizioni sarde, sia perché espressione artistica di pura matrice isolana, esente da condizionamenti o influssi esterni, sia perché espressione sociale del mondo agro-pastorale, strato sociale che simboleggia l’isola sotto ogni punto di vista, e sul quale il popolo sardo ha radicato le proprie origini.
Le notizie sulla datazione delle origini di quest’arte canora sono troppo vaghe per permetterci una precisa collocazione cronologica: alcune testimonianze, risalenti all’epoca pre-cristiana, accennano ad un misterioso canto a quattro voci, eseguito dai prigionieri di Roma provenienti dalle zone interne dell’isola; c’è però chi fa risalire la nascita del “tenore” addirittura al Periodo Nuragico, altri punti di vista ci portano a presupporre ipotesi alternative rispetto alle precedenti, ma nessun documento fornisce notizie concrete. Nel 2006 il canto a tenore è stato dichiarato dall’UNESCO patrimonio immateriale dell’umanità (da Wikipedia).

     

Maria Grazia Cabras è nata nel 1954 a Nuoro. Ha conseguito il diploma in Neogreco presso il Dipartimento di Lingue Straniere dell’Università degli Studi di Atene, città in cui ha vissuto per molti anni lavorando come interprete e traduttrice.
Ha pubblicato i volumi di versi Viaggio sentimentale tra Grecia e Italia (2004), Erranza consumata (Gazebo, 2007), Canto a soprano (Gazebo, 2010), Bambine meridiane (Gazebo, 2014), Bestiario dell’istante: Poesias in duas limbas (Cofine, 2017), e il libretto musicale Fuochi di stelle dure, cinque ballate e un attittu (coautore Loretto Mattonai, Gazebo, 2011).
Ha tradotto il racconto di Alexandros Papadiamantis Τὸ vησὶ τῆς Οὐρανίτσας[Tó nisí tis Ouranítsas – L’isola di Uranitsa] dal Neogreco in Sardo (Ed. Papiros, 1994).
È redattrice della rivista “ L’area di Broca ”.

***

     

Daniele Gaggianesi (Lombardia)

In Quand finìssen i semafor Daniele Gaggianesi ingaggia una ‘singolare tenzone’ – manifestata quasi programmaticamente nel sonetto in apertura, El mè dialètt–  tra familiarità e straniamento, tra inattualità e immanenza del dialetto milanese. La tensione che sprigiona dai testi è tanto etica quanto linguistica e non potrebbe essere altrimenti, dal momento che la scelta di un idioma, la ricerca instancabile della parola (ogni parola!) che centri il suo bersaglio – sia essa, la parola, lama affilata che discerne, dardo scoccato, velo sollevato o carezza sapiente – è animata da quella coincidenza di bello e vero che sempre fa, di una semplice opera in versi,  autentica poesia. Daniele Gaggianesi colpisce per l’abilità con la quale inserisce, come tessere di un mosaico ben progettato, parole vecchie e nuove di quell’idioma appreso dai nonni (con l’interdizione, tuttavia, a usarlo pubblicamente),  in tipologie, rime e ritmi della tradizione della poesia nel mondo, dal sonetto a rima alternata agli haiku. Le parole in dialetto appaiono mescolate con acronimi, anglicismi, apparizioni varie, spesso fugaci, della contemporaneità e, perfino, con categorie storiche («Resistenza» in Etimologia), con richiami all’epica classica (l’Iliade in Canto VI), con personaggi che dalla filastrocca per bambini sono passati al prototipo del racconto perturbante (L’uomo della sabbia), con titoli di libri famosi e famigerati (La mia lotta). Quand finìssen i semafor rivela una delle voci più originali e più consistenti della poesia neodialettale in Italia. AMC

    

EL MÈ DIALÈTT

Sèmm chì, ghe disaroo la verità:
‘vègh in man ‘sto dialètt ch’el dìs pù nient,
ch’el scappuscia in su la lengua, impastaa,
me mètt indòss ‘na luna, on sentiment:

Come vèss forestee dent la mia cà,
o boccà de sfròs a cà d’on amìs,
dervì in silenzi l’uss de quèll là
che te scondeva el sò indirizz precìs.

Tartaj paròll in d’ona quai manera
per scoltà ‘sta stanza scura e la tas.
Snasi el fond del caffè giò in de la ruera,

dèrvi el sò buffé, svòlti el materass,
curios de sto nagòtt, de ‘sta scighera
e, a mì, ‘sto sentiment pròppi el me pias.

    

IL MIO DIALETTO   Siamo qui, vi dirò la verità: / avere in mano questo dialetto che non dice più niente, /che inciampa sulla lingua, impastato, /mi mette addosso una luna, una sensazione: // Come essere straniero in casa mia, /o entrare di nascosto a casa di un amico, / aprire in silenzio la porta di quello là /che ti teneva nascosto il suo indirizzo preciso. // Balbetto parole in qualche modo / per ascoltare questa stanza scura e tace. / Annuso il fondo del caffe giù nella spazzatura, // apro la sua credenza, giro il materasso, / curioso di questo niente, di questa nebbia / e, a me, questo sentimento proprio mi piace.

     

ETIMOLOGIA

EN-DECA-SIL-LABI > Hinn-de cà-su i-laver.
De chì? De vun che el torna, in autostrada,
casèll de Lainate, cont on papaver
bèll e pass per l’aria condizionada.

L’alba la fa l’appèll di TIR già in fila,
lor, che ‘me mosch ronzen semper intorna,
tucc impienii de ròba e de bila.
Ma semper vann; el mal l’è de chi ‘l torna.

Domà on fior sfiorii in sul cruscòtt e in fond
‘na città che spètta grama somenza.
Arrivo”, on wazzup. Nissun el rispond.

Buon viaggio e guidate con prudenza”:
cred che ‘sta vos la pò dervì alter mond,
l’è l’ultim gèst, antigh, de Resistenza.

     

ETIMOLOGIA   EN-DECA-SIL-LABI > Sono-di casa-sulle-labbra. / Di chi? Di uno che torna, in autostrada, / casello di Lainate, con un papavero / bello che appassito per l’aria condizionata. // L’alba fa l’appello dei TIR già in fila, / loro, che come mosche ronzano sempre intorno, / tutti riempiti di roba e di bile. / Ma sempre vanno; il male è di chi torna. // Solo un fiore sfiorito sul cruscotto e in fondo / una città che aspetta maligna semenza. / “Arrivo”, un wazzup. Nessuno risponde. // “Buon viaggio e guidate con prudenza”: / credere che questa voce possa aprire altri mondi, / è l’ultimo gesto, antico, di Resistenza.

     

CANTO VI

…e seco iva l’ancella
tra le braccia portando il pargoletto
unico figlio dell’eroe troiano,
bambin leggiadro come stella…
(Iliade VI, 515-518)

Poeu, in sto demèzz, rivaroo in d’on bòtt
a la stanza d’ospedal, senza trovav
la mia madòna, col sò sen de latt;
lee, el piscinìn quattaa cont el lenzoeu,
la sarà ‘ndada foeura in terrazza,
a l’ultim pian, tra el piang e el sospirà.
Lontan, sgar in del pioeuv de la città.

T’el lì, fiolin legger come ‘na stèlla:
mì Carlètt, el mond da bass Libertà
te ciamarà. La miee la parlarà:
tì pader, tì mader, tì mè fradèll,
tì marì fioraa, te preghi, pietà!
Rèsta chì! La senavrada de mòrt
nel sò rid te ciapparà e numm con tì.
Varda giò: foeugh, nèbbia, ratt affamaa,
scalmanaa che sgattònen ‘dree a carrèi
pien de tablet cont i veder creppaa;
dal campanin, el muezzin cines
el blaga ‘na tiritera bissada
de Stoxxe Nasdaq, exitpolle Sisal,
gh’è spuzza de brus: falò de giornai,
poesii e istruzion de medesinn;
fila de òmen al vosà di kapò,
che spètten la razion d’indormentina,
per podè andà a fà jogging in pas;
e anmò pioeuva in sul ruff differenziaa.

Mì dervaroo i brasc invèrs al fiolin,
ma lù el taccarà a piang, e casciarà
el coo in mezz ai tètt, tutt stremii de mì:
che stupid, gh’hoo anmò el casco in sul coo,
indòss el mantèll negher mazzaraa.
Pòr pinìn, cià, me ‘l cavi via, son mì,
ven chì. El ciapparoo pian tra i mè man
el levaroo al ciel e ghe disaroo:
là in fond, quand finìssen i semafor,
celèst l’è el color de la mezzanòtt,
se saroo nò mì, sarann i ciarìtt
a imparatt a vèss pussee fòrt de mì,
òmm pussee bon de numm. ‘Dèss g’hoo de ‘ndà.

Poeu slisaroo via, giò in del parchegg:
ghe sarà la multa in sul motorin.

       

CANTO VI// Poi, in quel mentre, arriverò di soppiatto / alla stanza d’ospedale, senza trovarci / la mia madonna, col suo seno di latte; / lei, il piccolino coperto con il lenzuolo, / sarà andata fuori sulla terrazza / all’ultimo piano, tra il piangere e il sospirare. / Lontano, grida nel piovere della città. // Eccolo lì, bambino leggiadro come una stella: / io Carlètt, il mondo in basso Libertà / ti chiamerà. Sarà la moglie a parlare: / tu padre, tu, madre, tu mio fratello, / tu florido marito, ti prego, pietà! / Resta qui! La mattata di morte / nel suo ridere ti prenderà e noi con te. / Guarda giù: fuoco, nebbia, ratti affamati, scalmanati che sgattaiolano dietro a carrelli / pieni di tablet coi vetri crepati; / dal campanile, il muezzin cinese / millanta la sua tiritera avvelenata / di Stoxx e Nasdaq, exit poll e Sisal; / c’è puzza di bruciato: falò di giornali, / poesie e istruzioni di medicine; / file di uomini al gridare dei capò, / che aspettano la razione di sonnifero[1], / per poter andare a fare jogging in pace; / e ancora pioggia sull’immondizia differenziata. // Io aprirò le braccia verso il bambino, / ma lui comincerà a piangere, e butterà / la testa tra le tette, tutto spaventato da me: / che stupido, ho ancora il casco in testa, / addosso la mantella nera fradicia. / Povero piccolino, dai, me lo tolgo, sono io, / vieni qui. Lo prenderò piano tra le mie mani / lo alzerò al cielo e gli dirò: / laggiù in fondo, quando finiscono i semafori, / celeste è il colore della mezzanotte, / se non sarò io, saranno le lucciole / a insegnarti a essere più forte di me, / uomo migliore di noi. Adesso devo andare. // Poi mi allontanerò di corsa, giù nel parcheggio: / ci sarà la multa sul motorino.

[1] anche “anestetico”

      

EL DISCORS DEL GOVERNADOR

Dolz principìn, WillkommenBenvenue!
Welcome! TrinkeWein! Serom dree a ‘spettatt!
Te see stracch? Prima de indormentatt,
cià la giacchètta: te la sugom-sù.

Pontìn pondaa in su la fin del mond. Vù,
bon pù de bagnà a latt e ciccolatt
la speranza, imparì da ‘sto matt
d’on pantola che sèmm numm i cafù.

Numm senza rè, numm senza pù memòria,
se ingenoeuggiom denanz al cravattìn
che la thermalblankett fà dòr de glòria.

Toa l’è ‘st’America, sto biscottìn
(l’è quasi vera la fin de ‘sta stòria),
sarà tò el doman, goodnight, principìn.

    

“Trii o quattr’ann, giacchètta e papillon, rivaa a Lampedusa del Congo, a travèrs la Libia. La mamma la gh’aveva dii che el saria staa el viagg pussee important de la soa vita, che in America l’avarien brasciaa sú cont ona gran fèsta e ‘lora gh’erade vestìss elegant…” (La Repubblica, 21/03/2016)

 

 

IL DISCORSO DEL GOVERNATORE   Dolce principino, Willkommen! Benvenue! / Welcome! Trinke Wein! Ti stavamo aspettando! / Sei stanco? Prima di addormentarti, / da’ qui la giacca: te la asciughiamo. // Puntino posato sulla fine del mondo. Voi, / non più capaci di bagnare a latte e cioccolato / la speranza, imparate da questo matto / di un trottolino che siamo noi i cafoni. // Noi senza re, noi senza più memoria, / ci inginocchiamo davanti al cravattino / che la thermal blanket fa d’oro di gloria. // Tua è quest’America, questo biscottino / (è quasi vera la fine di questa storia), / sarà tuo il domani, good night, principino. //

“Tre o quattro anni, giacca e papillon, arrivato a Lampedusa dal Congo, attraverso la Libia. La mamma gli aveva detto che sarebbe stato il viaggio più importante della sua vita, che in America l’avrebbero abbracciato con una gran festa e allora bisognava vestirsi eleganti…” (La Repubblica, 21/03/2016)

   

TRII HAIKU

Spòli el parchètt
La luccia fina l’ombra
Di scòcch solètt

    

Vardà a travèrs
La firma digital
De l’univèrs

    

I pivion doman
A tarnegà ‘sta tèrra
Senza i uman

     

TRE HAIKU    Spoglio il parchetto / Piange perfino l’ombra / delle altalene solette // Guardare attraverso / La firma digitale / Dell’universo // I piccioni domani / Ad tormentare questa terra / Senza gli umani

       

Tutti i testi sono tratti da: Daniele Gaggianesi, Quand finìssen i semafor. Quando finiscono i semafori. Poesie in dialetto milanese del XXI secolo, Arcipelago itaca 2018

     

Daniele Gaggianesi, classe 1983, è nato e cresciuto a Corsico (MI), da padre milanese e madre di origini marchigiane. Nell’infanzia impara dai nonni paterni il dialetto milanese, nonostante il loro divieto di parlarlo “per parì minga on paesan” (“per non sembrare volgare”). Dopo il liceo scientifico si diploma come attore alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi e si laurea in lettere moderne all’Università degli Studi di Milano. Attore di professione, porta avanti l’attività di poeta e cantastorie in milanese. Con suoi testi ha ottenuto riconoscimenti in diversi ed importanti premi letterari nazionali. Quand finìssen i semaforè la sua opera prima in assoluto.

 

 

Roots, Lara Steffe, 2015

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