La parola terra materna, rubrica di poesia dialettale a cura di Anna Maria Curci: De Gregorio, Pagliuca, Stragapede

La parola terra materna, rubrica di poesia dialettale a cura di Anna Maria Curci: De Gregorio, Pagliuca, Stragapede

 

       

Il titolo di questa rubrica dedicata alla poesia contemporanea nei dialetti d’Italia è ispirato a Madreterra di Rose Ausländer (qui nella mia traduzione): « La mia patria è morta/l’hanno sepolta/ nel fuoco// Io vivo/ nella mia madreterra/ la parola».
In quei versi Rose Ausländer faceva riferimento al sofferto recupero della propria lingua materna, quella tedesca, non più ancorata alla terra d’origine della scrittrice, la Bucovina, devastata anche da uomini che in comune con lei avevano il tedesco come madrelingua.
Il ritorno alla poesia nella lingua materna era dunque accompagnato da una vibrante affermazione: la parola è «madreterra».
Una affermazione che è anche assunzione di responsabilità, atto di impegno, passaggio del testimone, di un testimone che mi sembra pienamente accolto, oggi, dalla poesia dialettale, che, ben lungi dall’essere un mero ornamento folkloristico, liberatasi dallo stampo di un rimpianto fine a se stesso, ingaggia una fruttuosa tenzone con la contemporaneità, della quale pur avverte la disgregazione e, non di rado, la devastazione subita e causata.
Fiorisce dunque la parola terra materna nella «terra devastata», e fiorisce con sonorità, con melodie linguistiche e con accenti vari, spesso così distanti tra loro urti dissonanti e pur sempre fecondi.
Il plurilinguismo poetico al quale dà vita la poesia contemporanea nei dialetti d’Italia ha, inoltre, il pregio tipico di ogni manifestazione di plurilinguismo, vale a dire quello di favorire sviluppi (incoraggiati da incontri e intrecci, da conversazioni a più voci), degni di interesse anche nelle lingue nazionali.
Non è azzardato dunque affermare che il panorama poetico si è arricchito, ampliato, rinvigorito grazie all’incontro con la poesia dialettale. Questo vale non soltanto per le versioni in italiano che gli stessi poeti dialettali creano delle proprie poesie, ma anche per il circolo virtuoso che si è andato sviluppando nel campo delle riflessioni metalinguistiche, quindi su temi, strumenti e cadenze del dire poetico. In tal senso abbraccio con convinzione il titolo di una recente antologia curata da Ombretta Ciurnelli: Dialetto lingua della poesia.

 

Breve itinerario biografico nel dialetto

L’amore per la poesia dialettale si è manifestato nel corso della mia vita, da che ho ricordi, in forme diverse, con differenti gradi di consapevolezza e di slancio. Da piccola, ho conosciuto la poesia dialettale dai racconti materni come forma alta di espressione umana che rappresentava, nel “lessico famigliare”, l’unica, dignitosissima, eccezione al divieto rigoroso di far uso di qualsivoglia dialetto regionale nella comunicazione tra le pareti domestiche (fuori, essendo cresciuta nella periferia della capitale, non c’era modo di ascoltare o di cimentarsi né nel ruvese di mio padre, né nel pignolese di mia madre; restava solo l’accento romanesco, deprecato e detestato apertamente da entrambi i genitori). La curiosità si accompagnava dunque, allora, al continuo tentativo di trasgredire quel divieto. Poi sono arrivati gli studi liceali e la consapevolezza di una tradizione dalle radici antiche e sempre rinnovate, una tradizione che nulla perde nel corso del tempo, nulla concede allo sprezzo, basato solitamente su argomentazioni tra lo spocchioso e il timoroso della pluralità,  che a intervalli regolari viene dispensato dal ‘degustatore’ di turno, sia questi noto o sconosciuto. Infine, nella maturità, lo studio, la lettura appassionata, la familiarità con la poesia neo-dialettale hanno rinsaldato la convinzione della grazia e della dignità, della forza di questa parte fondamentale, pilastro, ponte e fiume, della produzione poetica in Italia.

       

Anna Elisa De Gregorio (Marche)

Nel caso di Anna Elisa De Gregorio, il riferimento alla regione italiana è frutto della scelta dell’autrice, nativa di Siena, di scrivere, a partire da  Corde de tempo. Poesie nel dialetto di Ancona (2013), testi poetici nel dialetto della città in cui risiede. Da questa scelta scaturisce la particolarità della lingua di composizione, che unisce alle forme raccolte dalla parlata locale venature arcaiche, che ricordano, come afferma Ombretta Ciurnelli in Dialetto lingua della poesia (Confine 2015), «l’italiano delle origini e la lingua jacoponica». È una lingua che possiede e conferisce una particolare musicalità alle immagini, racchiuse in quadri o in istantanee, che di volta in volte danno voce originale, vibrante di umanità a temi universali: la persistenza e la vitalità del ricordo delle persone care in un albero di ulivo che si carica di simboli antichi e nuovi, lo stupore al confine tra le dimensioni, celeste e terrestre, delle quartine di settenari di Aquì se parla de angiuli, il sentore sofferto del proprio passato, del proprio io ‘straniato’ che, dalla distante infanzia, si rende per un attimo percepibile in L’odore delle ombre. È un dialetto che, in Salva con nome, quasi rispondendo alla fugacità di L’odore delle ombre, rivendica orgogliosamente la sua opera, concreta come quella di un artigiano e contraria all’azione dei tarli, di saldare le lacune, i lapsus, le rimozioni e di ridare vita, sottraendo materia alla morte.

Da Corde de tempo

     

N albero d’ulivo

udore amaro
de l’ulivo, dulceza
d’ojo e de tera.                                

     

Passato l cancelo me fermo cunfusa,
ché nun so da che parte ho da girà:
na volta i morti se meteva soto tera;
che so io ti campusanti nun c’era
le strade, le sezioni, le scale longhe
de fero pe rivà su pi furneti alti.
Te pugiavi lì, cost’a la tomba,
a genochioni, se l pudevi fà,
la futografia  a purtata d’ochi,
pasavi dó parole cun Qûlaltro
e la tera purtava l’imbasciata,
arcojeva su n po’ de lagrime,
nzoma, era n trapassà più umano.

A n amico mio, j ani è pasati, tanti,
sopro la tomba j cià meso n ulivo,
dó rami in croce alora, adè n albero,
guasi che s’ène sgambiati destino.
Vedi le foje che se move piano,
il culore de loro mudesto, mpulverato,
e senti la dulceza de qul’ omo,
n po’ d’amaro te l porta l’aria,
vòi crede verità che tuto resta
vivo de na sustanza che nun gambia
al fondo, e, nun pare, ma te cunzoli tanto.

          

Un albero d’olivo

odore amaro/ dell’olivo, dolcezza/ d’olio e di terra. 

Passato il cancello mi fermo confusa/ perché non so da che parte devo girare:/ una volta i morti si mettevano sotto terra;/ che io sappia, nei cimiteri non c’erano/ le strade, le sezioni, le scale lunghe/ di ferro per arrivare ai loculi alti./ Ti appoggiavi lì, vicino alla tomba,/ in ginocchio, se potevi, la fotografia all’altezza degli occhi, Facevi due parole con Dio/ e la terra portava l’ambasciata,/ raccoglieva un po’ di lacrime,/ insomma era un morire più umano.// A un mio amico,  sono passati tanti anni,/ hanno messo sulla tomba un olivo,/ due rami in croce, allora, adesso un albero,/quasi si fossero scambiati destino./ Vedi le foglie che si muovono piano,/ il loro colore modesto, impolverato,/ e senti la dolcezza di quell’uomo,/ un po’ di amaro te lo porta l’aria,/ vuoi credere che tutto resti/ vivo di una sostanza che non cambia/ al fondo, e, non pare, ma ti consoli tanto.

*

Aquì se parla de angiuli

Pòle sta nte na mà:
tel sguardo suo velato
sapienza d’ogni cosa.
È n fjolo pena nato.

Ma adè l’angiulo passa
sopro l mènto co n déto:
j leva ogni memoria,
lasciando na fusséta.

De gnente lu se corge
e l mondo ndó è cascato
coj ochi d’omo arvede
ch’apare tuto nòvo.

Te la schina qui bozzi
ricordo de dó lale
vechie: ncora traluce
distanza da ndó riva.

     

Qui si parla di angeli

Può stare in una mano:/ nei suoi occhi velati/ sapienza di ogni cosa./ È un bambino appena nato.// Ma adesso l’angelo passa/ con un dito sul mento:/ gli toglie ogni memoria,/ lasciando una fossetta.// Non s’accorge di nulla quel bambino/ e il mondo dove è caduto/ se lo guarda con occhi d’uomo/ e tutto appare nuovo.// Quei nodi sulla schiena/ sono ricordo di due ali/ antiche: ancora traspare/ “il lontano” da dove arriva.

*

L’udore de le ombre

C’è na casa rimasa vòta
ndó la luce
c’entra solo pe sbajo,
che mantiéne sustanza
de fumo su pi muri
de cucina
e te sei sciguro
d’oprì la porta
e de truvà
l stesso udore de ieri,
e ncora il zegno
sbianchito de la cristaliera.

Na matina nvece
trovi i muratori
che carégiane i sechi,
l’ombra de te
ch’eri fiola fugita
(da per loro i ricordi
do se tàca?),
cu le scarpe
sopro j assi de legno
e l’umido
de la calcina nòva
che scancela tuto.

     

L’odore delle ombre

C’è una casa rimasta vuota/ dove la luce/ entra solo per poche ore,/ che conserva sostanza/ di fumo sui muri/ di cucina/ e tu sei sicuro/ di aprire la porta e di trovare/ lo stesso odore di ieri,/ e anche il segno/ più chiaro lasciato dalla cristalliera.// Una mattina invece/ trovi i muratori/ che portano i secchi,/ l’ombra di te/ bambina scappata via/ (da soli i ricordi/ dove si aggrappano?),/ con le scarpe/ sulle assi di legno/ e l’umido/ della calcina nuova/ che cancella tutto.

*

    

Da Dialetto lingua della poesia

    

Salva con nome

Furtuna l’artigiano, che comèda
le parole come le bambole vechie:
ce taca n astigo che je fa mòve,
da novo, i bracci, le gambe e cumbina
corpo de parole vive.
Lu fa l ruvescio di tarli,
salva con nome voci
antighe de dialeto
che l tempo ce scancela.
Memoria ancora resta,
materia giuvineta contr’a la morte.

      

Salva con nome

Per fortuna c’è l’artigiano, che accomoda/ le parole come le bambole vecchie:/inserisce un elastico che fa muovere,/ di nuovo, le braccia, le gambe, e combina/ un corpo di parole vive./Lui fa il contrario dei tarli,/ salva con nome ogni voce/antica del dialetto/ che il tempo vorrebbe cancellare./ Ci resta ancora la memoria,/ materia sempre nuova contro la morte.

*

    

Anna Elisa De Gregorio è nata a Siena da genitori campani. Abita ad Ancona dal 1959 dove lavora presso una agenzia di marketing.  Ha pubblicato nel 2010 il suo primo libro di poesie Le Rondini di Manet per i tipi di Polistampa di Firenze.. Nel 2012, grazie al concorso Inedito Colline di Torino, ha pubblicato il suo secondo libro Dopo tanto esilio per i tipi di Raffaelli Editore di Rimini.
Nel 2013 ha pubblicato, grazie al DARS di Udine, una plaquette di poesie dal titolo Corde de tempoin dialetto anconetano.
Nel 2016 per l’editore La Vita Felice di Milano pubblica il volume Un punto di Biacca. Di prossima pubblicazione, con l’editore Seri di Macerata, il libro L’ombra e il davanzale, con dodici illustrazioni di Francesco Pirro.
È presente in numerose antologie, pubblica articoli su riviste letterarie e blog (Poesia, Caffè Michelangiolo, Le Voci della Luna, Clandestino, Atelier, L’Immaginazione, Periferie, Nostro Lunedì, Poesia 2.0, Versante Ripido, Fili di Aquilone). Ha organizzato stage presso scuole e circoli culturali sulla poesia haiku.

***

      

Salvatore Pagliuca (Basilicata)

Sonora, vibrante di toni in una scala che percorre tutte le gradazioni tra l’acuto e il profondo, la lingua poetica di Salvatore Pagliuca nel dialetto di Muro Lucano si fa terra, si fa pianta, si fa gola e grotta, germoglio sulla pietra, interno dall’arredo essenziale, sommesso nei contorni e nei volumi, e spianata schiaffeggiata dal vento, sabbia smossa e scuotimento, frana e scompiglio, inondazione e svuotamento. La ripetizione, sia nell’elencare, sia nel modificare misure, nel verso di un drammatico restringimento – frev’, frevecegghj, febbre, febbricola, – così come la precisazione per coppie di sostantivi – lu stomach’ e li suonn’, lo stomaco e la tempia – o di aggettivi – vasc’,  stunàt’, bassi, storditi – contribuiscono ad amplificare gli effetti espressivi sia di singoli passaggi sia dei componimenti nella loro interezza.

Malus communis silvestris

Li viernerì, li sabbat’, a n’ ora
stranij, accennicàt’ a coglj la prima
melaròs’, s’ strur’ allandrasàt’
la meglia sort’ e lu sapor’ mmocch’
…E nuj assucàt’ ndò na ngogn’
com’ strigghj r’ vin’ stramutàt’.

       

I venerdì, i sabati, a un’ora/estranea, intenti a cogliere la prima/melarosa, si consuma improvvisamente/la miglior sorte e il sapore in bocca/… E noi asciutti in un angolo/come schizzi di vino travasato.

(da Orto Botanico)

*

Puortam’ mbaravìs’
p’ na nghianàta ianch’
e cinèr’
com’ sta faccj r’ miscegghj.
Meglj: famm’ assì paccj
e sìngam’ la fisìn’
ndò accuménz’ e part’
sta vociavucegghj r’ mamm’
figlj e mugliér’.

       

Portami in paradiso/per una salita bianca/e tenera/come questa faccia di gattina.//Meglio: fammi impazzire/e indicami l’ anfora/dove comincia e parte/questa voce-vocina di mamma/figlia e sposa

*

A giarl’, a sicchj, varlìl’
ruvàch’ ogn’ mument’ lu mar’
p’ nummaffucà ra intr’.
E nu luuàt’ r’ acqu’ e sal’
rifonn’ l’onn’, assàl’ a mont’
tra lu stomach’ e li suonn’,
e sfrahanescj  sott’  p’ sciglià
e summòv’ la ren’ r’ stu cor’.

      

A giarle, a secchi, barili/svuoto ogni momento il mare/per non affogarmi di dentro./E un lievito di acqua e sale/riversa l’onda, sale sopra/tra lo stomaco e le tempia,/e frana sotto per scompigliare/e smuovere la sabbia di questo cuore.

(da Cor’ šcantàt/Stupido cuore spaventato)

*

L’ venij spiss’ la frev’.
Na frevecegghj respettos’
ca s’ accuaj a liett’ ndo rr’ cupert’.
Teres’ crescij com’ a nu spalic’.
Cuntann’ p’ lu sangh’ ‘nfiett’,
na iastem’ ca t’ lass’ scampicà
iuorn’ p’ iuorn’ r’ paturnij.
Nu grassical’ la stanz’ e Teres’
s’allongh’ senz’ ammuin’.
Quacch’ vot’ l’ piac’ tuzzulià chian’
a l’auciegghj e po’ dret’ a rr’ lastr’
scazzà rr’ našch’ p’ struppià la luc’.

      

Le veniva spesso la febbre. / Una febbricola dispettosa / che si nascondeva a letto tra le coperte. / Teresa cresceva come un asparago. / Dicevano per il sangue infetto, / una maledizione che ti lascia vivacchiare / giorno dopo giorno di malinconia. / Un semenzaio la stanza e Teresa /cresce senza fragore. / Qualche volta le piace bussare piano / agli uccelli e poi dietro i vetri/ schiacciare il naso per deformar la luce.

*

C’ n’ sciam’ senza canosc’,
vacch’ senza campan’.
N’ tenim’ vasc’, stunàt’,
senza sapé ca ndreppicam’ ngiel’.

       

Ce ne andiamo senza conoscere, / vacche senza campana. / Ci teniamo bassi, storditi, / senza sapere che inciampiamo nel cielo.

(da Nummunàt/Nomea)

*

    

Salvatore Pagliuca, nato a Muro Lucano (1957) ove risiede, svolge l’attività di archeologo per il MIBACT in Basilicata. È autore, oltre che di volumi e articoli di carattere storico-archeologico, di una monografia sull’artista futurista italo-americano Joseph Stella (1994) e dell’opera narrativa Il 1799 a Muro,ovvero su di un manoscritto perduto, ritrovato e nuovamente perduto (1999).
Ha pubblicato le raccolte Cocktél (1993), Orto botanico (1997), Cor’ šcantàt’ (2008), Pret’ ianch’poemetto teatrale a due voci (2010), Lengh’ r’ terr’ (2012) e Nummunàt’ (2018). Sue letture poetiche sono state trasmesse su ‘Rai Radio 3’ (2013). Figura in numerose antologie. Sue poesie sono tradotte in francese ed inglese.

***

      

Pietro Stragapede (Puglia)

‘Nzia-mè, Non sia mai, di Pietro Stragapede, non è soltanto il titolo di una raccolta e, all’interno di questa, della prima poesia, non è soltanto, nella poesia di apertura, un’invocazione ricorrente come anafora, un augurio, ma è anche, e soprattutto, una visione del mondo di operosa armonia che, pure, scaturisce come risposta, netta e inequivocabile, a un’acuta percezione di fenomeni e fattori che tale armonia aggrediscono, attaccano frontalmente o pervadono silenziosamente.
Il dialetto di Ruvo di Puglia e, in maniera ampia e universale, «la forza del dialetto», diventa l’arma non violenta e vigorosissima per opporsi agli attentati all’infanzia, al gioco e alla formazione dei bambini, alla natura e alla cultura, alla pace e alla prospettiva di luce.
Centrale, tra le presenze naturali, cariche tanto di colori e sostanza quanto di valenze simboliche, è senz’altro l’ulivo, la gammiètte. L’ulivo è parte integrante del paesaggio, di quello naturale come di quello dell’anima; è, inoltre, il collegamento concreto tra due dimensioni, quella naturale e quella spirituale, che coesistono, e si nutrono vicendevolmente, nella visione poetica di Pietro Stragapede.

     

’Nzia-mè

’Nzia-mè nu uagnaune sènza pallone
’nzia-mè na meniènne ca pèrde u attone
’nzia-mè u arcobalène sènza cheliure
’nzia-mè na scernote tott-alla schiure.

’Nzia-mè la muorte du dialiètte
’nzia-mè la tèrra nuoste sènza gammiètte
’nzia-mè nu anne sènza l-utte sande*
’nzia-mè saupe a la Murge u disèrbande.

’Nzia-mè n-alta guèrra mondiole
’nzia-mè nu uagnaune sènza scole
’nzia-mè malote sènza medecèine
’nzia-mè ci stè desciune saire e matèine.

Condre le fatte brutte na ’nge stè
nu augurie cchiù affunne de ’nzia-mè
chèra parole ca vène da la tradizione
re cause brutte re tène lendone
ce nan vù avaie uè
baste ca tiue dèie ’nzia-mè
è u augurie cchiù deriètte
è la fuorze du dialiètte.

      

NON SIA MAI – Non sia mai un bambino senza pallone / non sia mai una bimba che perde il padre / non sia mai un arcobaleno senza colori / non sia mai un giorno tutto buio. // Non sia mai la morte del dialetto / non sia mai la nostra terra senza ulivi / non sia mai un anno senza gli otto santi / non sia mai sulla Murgia il diserbante. // Non sia mai un’altra guerra mondiale / non sia mai un bambino senza scuola / non sia mai malati senza medicine / non sia mai chi sta digiuno sera e mattina. // Contro i fatti brutti non c’è / un augurio più profondo di “‘nzia-mè” / quella parola che viene dalla tradizione / i fatti brutti li tiene lontani / se non vuoi avere guai / basta che tu dici “’nzia-mè” / è l’augurio più diretto / è la forza del dialetto.

   

* Processione della Settimana santa a Ruvo.

*

U sègnalibre

Gnettiute
da l-ombra meniènne
de na gammiètte
spruote de la lìune
nu libre
a lèsce fore
assèise ’n dierre.
Quesiute cu u gnuostre
re littere du libre
quenzote de saule
re littere du arue
cumbagne du cile
tott-e do.
La mone de la tièrre
apre na pagene
a ddò capete
e uonge re parole
de n-aqquora giuovene:
cume luccechièscene!
E cume so vèive!
Na re vuogghie lèsce cchiue
ne re vogghie vève.
Nu vendecidde vièrde
re parole
r-aggèire sotte-saupe
e re spatalaisce ind-a l-arie
e me ne puorte en idde
saupe a la ’ngruciataure.
Uocchiere e libre
achjuse ad aspettò
u cile en do lìune.

omme fatte all-ammièrse:
u aure
gèire chione – chione
pagene de carne e de sunne
e lèsce u libre ca so èie.
E pe segnalibre
m-è lassote
nu fèile de lìusce.

      

IL SEGNALIBRO – Assorbito / dall’ombra bambina / di un ulivo / potato dalla luna / un libro / a leggere in campagna / seduto sulla terra. / Cucite con l’inchiostro / le lettere del libro / condite di sole / le lettere dell’albero / compagne del cielo / le une le altre. / La mano della terra / apre una pagina / a caso / ed unge le parole / di una rugiada giovane: / come luccicano! / E come sono vive! / Non voglio leggerle più / voglio berle. / Un venticello verde / le parole / le capovolge / e le disperde nell’aria / e mi porta con sé / sulla biforcazione del tronco. / Ora / si sono invertiti i ruoli: / l’albero / gira lentamente / pagine di carne e di sogni / e legge il libro che sono io. / E per segnalibro / mi ha lasciato / un filo di luce.

*

La rizze

La rizze sé cèd-è?
Na cause ca stè e na stè.
Te permiètte ind-u stèsse memiènde
de stò siule e mèzz-a la giènde
te fosce stò inde e fore
pute capò cume te pore.
Ce stè a cosce ind-a la quecèine
sinde re viusce de le vecèine
trose u grèide de l-urtuone
ca vè venniènne le malangione
e t-arrèive u addaure du cafè
ca a chèss-aure se fosce Mèmè
trasene sènza tezzuò
u vinde e u saule ca te volene parlò.
Ce ’mbèce stè assèise doffore
a dèisce chiacchiere cu la cummore
t-arrèive da inde dritte-dritte
u-addaure de l-ambasciule fritte
re buotte a u matarazze
u profiume de la fecazze
da la radie u comunecote
e Ciccille ca ove astemote.
La rizze te dè nu piacère affunne
fosce trasèie ind-a caste u munne
e regole all-alte cu faceletò
d-ognè cose re viusce e l-umanetò.
Mò ca re rizze onne sparesciute
la vèite è devendote miute
omme puste re purte blendote
e la soletudene n-ove accupote.

     

LA TENDINA – La tendina sai cos’è? / Qualcosa che c’è e non c’è. / Ti permette nello stesso momento / di stare da solo o tra la gente / ti permette di stare dentro e fuori / puoi scegliere come ti pare. / Se stai a cucinare in cucina / senti le voci dei vicini / entra il grido dell’ortolano / che va vendendo le melanzane / e ti arriva l’odore del caffè / che a quest’ora si prepara Mèmè / entrano senza bussare / il vento e il sole che ti vogliono parlare. / Se invece stai seduta fuori / a dire chiacchiere con la comare / ti arriva da dentro dritto-dritto / l’odore dei lampascioni fritti / i colpi sul materasso / il profumo della focaccia / della radio il giornale radio / e Ciccillo che ha bestemmiato. / La tendina ti dà un piacere profondo / fa entrare in casa tua il mondo / e regala agli altri con facilità / di ogni casa le voci e l’umanità. / Ora che le tendine sono scomparse / la vita è diventata muta / abbiamo messo le porte blindate / e la solitudine ci ha accoppato.

La gammiètte accenguote  

So viste
na bèlla gammiètte
figghie de la tèrra nuoste
acceppenote
ind-a nu tenidde niure.
Accenguote re vrazzere
caserote a zère le capidde
tagghiote le pite
stetote la poèsèie.
Chiangiaje cume na meniènne
e se tremendaje atturne
a cercò re cumbagne
e u saule.
M-onne ditte
ca ora scèje siuse
a u nuord
a gnuotte niègghie.
Tanne-tanne
m-è veniute mmiènde
nu figghie de l-Afreche
a le timbe passote:
arrebbote a la tèrra saue
’ngatenote e acceppenote
e mannote lendone.
Cèrte vuolte
l-umene e re gammitte
tiènene u stèsse destèine.

      

L’ULIVO MUTILATO – Ho visto / un ulivo bellissimo / figlio della nostra terra / ingabbiato / in una tinozza nera. / Mutilate le braccia / rapato a zero i capelli / tagliati i piedi / spenta la poesia. / Piangeva come una bambina / e si guardava intorno / a cercare le compagne / e il sole. / Mi hanno detto / che finirà su / al nord / a ingoiare nebbia. / Lì per lì / mi è venuto a mente / un figlio dell’Africa / ai tempi passati: / rubato alla sua terra / incatenato e ingabbiato / e mandato lontano. / Certe volte / gli uomini e gli ulivi / hanno lo stesso destino.

      

Pietro Stragapede, per 40 anni insegnante presso la scuola primaria “G. Bovio” di Ruvo di Puglia, ora in pensione, è referente presso la stessa scuola per il dialetto. Ha composto numerose drammatizzazioni in vernacolo per bambini e il libro di filastrocche Felastruocche tra vinde e saule. Ha scritto le raccolte di poesie in ruvese: Pone e alèive (Pane e olive) 2009, Pone e pemedore (Pane e pomodoro) 2009, Pone e cepuodde (Pane e cipolle) 2010, Pone assutte (Pane senza companatico) 2011, La collane de fofe de cuzzue (La collana di fave fresche) 2012, Tène u rizze la lìune (Ha un alone bianco la luna) 2016, La semmona sande a Rìuve (La settimana santa a Ruvo) 2017. È autore di diverse poesie di impegno sociale e civile. Le poesie qui presentate sono tratte dalla raccolta ‘Nzia-mè, Edizioni Cofine 2019.

 

 

Ksenja Laginja, La prima frontiera, 2019

      

     

 

      

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