La poesia di Daniela Pericone, a cura di Luigi Paraboschi

La poesia di Daniela Pericone, a cura di Luigi Paraboschi.

  

   

Chiamiamolo “pessimismo“  o anche “esistenzialismo“ tout court, oppure usando un termine alla Magris, “disincanto“, e ci accorgeremo che per giudicare le poesie di Daniela Pericone avremo usato tre termini che la critica ufficiale definirebbe “desueti“, ma non saprei come diversamente definire una poetessa che nel pezzo che fornisce il titolo alla sua raccolta “il caso e la ragione“ ed. Book 2010 chiude con  questa quartina

Scommessa scombinata
si consuma ogni vita
nella partita ubriaca
tra il caso e la ragione.

E’ un pessimismo terribilmente lucido quello che illumina il suo sguardo, e che le fa dire in un’altra poesia dal titolo banale ma sarcasticamente amaro

“Genetliaco“ :

quella sciocca……
……
non vuole ricordare che questa giornata
…….
è una sorta di buco nero
….
del perché tanto, tanto tempo fa
….
qualcuno, senza riguardi
……….
ha dato la sveglia
…………..
del suo mattino originale

La poesia di Pericone è attraversata  da una serie di domande esistenziali , come ho già scritto, che sono buttate quasi in faccia al lettore, senza troppi riguardi. Sono domande spigolose, rivolte a decifrare il senso della vita, come quelle che appaiono in “ a dita serrate “

……
senza possibilità di scelta
a dita serrate
è iniziata la discesa
e sei colato dentro
un corpo un cuore un cervello.

Ogni tanto dondola
la corda infinita
quasi a volerti cullare
nel sogno che un giorno
tu possa mollare la presa
e ammorbidire le braccia,
ma senza poggiarti al fondo

come inseguendo
la continuazione di un volo.  

Ma all’anelito  di “ mollare la presa “ fa seguito quel “ senza poggiarti sul fondo “, quasi a non volersi arrendere alla fine, cercando la “ continuazione di un volo “ come a delineare che è nel volo, anche se trasfigurato, che risiede la speranza, pure se le Moire hanno deciso di concludere il lavoro intrapreso, tu, essere vivente non avrai giustificazione, non potrai addurre scuse, e dire

…………………
hai avuto un bel protestare
con la tua vocina flebile
che il verso da iersera
avevi lasciato a metà,
che il caffè stava adesso
proprio per salire
e già ti disponevi all’assolo
struggente di un violino pagano,
e insomma per l’occasione
eri davvero impreparata,
così inattesi gli ospiti
che non ti eri neanche truccata,
messa in ordine, rassegnata.                                                                     

 

Pare di leggere in questa poesia  “ Moire “ certi passaggi disincantati della Szymborska, tanta è la leggerezza dell’ironia della penna e dello sguardo della nostra autrice.
Ed ancora riecheggia la poetessa polacca nei versi di “ quando non ricordo “ nei quale essa scrive :

……..
Non sono nata muta,
qualcosa in me ha deciso,
senza nostalgie, che a nulla vale dire.

ma prosegue,

ma simili non siamo, restiamo
incomprensibili, esclusi dall’intesa.

allora viene spontaneo chiedersi che senso abbia scrivere versi e la risposta forse la troviamo nella stessa poesia, in questi passo

Le uniche parole che hanno
un senso sono quelle che non cedo,
intente a vorticare in un pensiero
che non si fa ascoltare,

E’ poesia dolorante quella della Pericone, ma che appassiona il lettore perché egli vi può ritrovare passo per passo le tracce di un cammino che non è solamente quello dell’autrice, ma che si può chiamare universale, visto che ne “ il Fabbro “ lei auspica che

……….
solo che i più,
scontenti, si lamentano
credendo che qualcuno
li abbia voluti intrappolare,
non s’accorgono che
un beffardo ghigno riflettente
rimanda il loro occhio
e le mani rattenute
contano da sé stesse
la paga del carceriere.    

 

Ma la condizione disperata del vivere conduce spesso all’alienazione, e questa poesia “ mi scrivo “ mi ha fatto ricordare la protagonista del film Deserto Rosso di Antonioni, che pure si domandava, come fa la nostra autrice

Vorrei proprio sapere
dove sono finita
e chi è quell’intrusa
un po’ triste un po’ schiva
che mi abita adesso,
così remissiva che
non s’altera in nulla,
a tutti sorride
ma son solo fantasmi,
ha fatto la cuccia
nella stanza più interna
e ogni tanto passeggia
compagna degli alberi,

E la stanchezza alla fine trova sbocco in una poesia quasi cantata per la scansione perfetta dei versi che s’intitola “ in una di quelle mattine

“In una di quelle mattine
d’inverno e di folto dormire
non contano i flauti del giorno
gli accenti l’urgenza l’assillo,
nel cavo del corpo raccolto
si spoglia indistinto l’orgoglio
non s’alza alle cime il vessillo,
tra nuvole basse continua
una veglia di sonno, di nebbia
di assenti ragioni d’assenso.  

ove avvertiamo il bisogno così umano e così vero di abbandonarsi al torpore e di lasciarsi abbracciare dal sonno.

E’ lo stesso bisogno di rilassamento, ma nel giudicare, che troviamo anche in “Happy feet”,  poesia nella quale la Pericone osserva con occhio ironico il nostro solito giudizio attorno alla cosidetta “ prima impressione “ che lei invece che agli occhi vorrebbe affidare ai piedi perché

preferisco guardare i piedi,
quel punto di contatto tra l’anima
e la terra dove il passo
misura l’affondo nella vita,

e questa possibilità permetterebbe, a suo parere, un giudizio più obbiettivo

dove il passo
misura l’affondo nella vita,
la soglia di equilibrio
tra l’incerto sfiorare
di punte da ballerina
e il pieno espandersi della pianta
a possedere tutta la terra,
e le dita, poi, costrette
dall’involucro delle scarpe
che, più che proteggerle, le nasconde
alla vista di chi potrebbe sbirciare
una contrattura eccessiva
in contrasto al sorriso
o un solletico strano e quasi impudico,
una voglia di libertà
che dal più piccolo nervo
s’irradia con un guizzo
al pensiero più lontano.

E’, come dicevo, un’autrice che induce a pensare, di non facile lettura, non consolatoria, ostinata nel ribadire la sua visione amara del vivere ma non per questo priva di eleganza, proprietà di linguaggio e spessore culturale. L.P.

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Daniela Pericone (1961) nasce a Reggio Calabria, dove vive e lavora. Laureata in Scienze Politiche, ha svolto nella sua città un’intensa opera di promozione artistica e letteraria organizzando e curando  presentazioni di libri di poesia e narrativa, incontri a tema e letture.
Poetessa, scrittrice, autrice di testi di critica letteraria, interprete di letture sceniche, ha ideato e realizzato recital, tra cui “Orfeo ed Euridice. Lo sguardo sull’ombra” e “Caravaggio”. È componente e voce recitante nel Gruppo Artistico Labyrintho.
È inserita in antologie poetiche, riviste culturali (Poesia, La Nuova Tribuna Letteraria, Helios, Nuovo Contrappunto, I fiori del male, Link), siti e blog letterari (Radio Rai1; Rainews24 Poesia di Luigia Sorrentino; Atelier poesia; La Recherche; La Rivista Intelligente; Caponnetto-Poesiaperta).
Ha ricevuto premi e riconoscimenti per la poesia inedita (“Città di Corciano”, “Lorenzo Montano”, “Giulio Palumbo”, “S. Domenichino”).
Ha pubblicato i libri di poesia:
Passo di giaguaro, Edizioni Il Gabbiano, 2000 (con una nota di Adele Cambria), (3° Premio “Il Tripode” 2002, 1° Premio “D. Napoleone Vitale” 2003, 2° Premio “Il Convivio” 2003);
Aria di ventura, Book Editore, 2005 (prefazione di Giusi Verbaro), (Finalista ai Premi “S. Domenichino” 2006, “A. Contini Bonacossi” 2006 e “Sulle orme di Ada Negri” 2006, 2° Premio “Firenze Capitale d’Europa” 2006);
Il caso e la ragione, Book Editore, 2010 (4° Premio “S. Domenichino” 2011, Premio Speciale della Giuria “Il Litorale” 2011, Finalista al Premio “Antica Badia di San Savino” 2011, Segnalato al Premio “Francesco Graziano” 2012, 1° Premio assoluto “Tra Secchia e Panaro” 2013).
Di recente ha collaborato con l’Università eCampus di Roma alla realizzazione di un  ciclo di convegni dal titolo “Il Posto della Poesia”, che si è svolto nei mesi di marzo, aprile e maggio scorsi con l’intervento di docenti e letterati d’eccellenza e reading di poeti rappresentativi del panorama letterario nazionale, nel cui ambito ha proposto una selezione di testi dalle sue opere. A seguito di questa esperienza è stata ospite di una puntata della trasmissione radiofonica Storie condotta dalla giornalista Laura De Luca (Radio Vaticana). 

   

Poesie da Aria di ventura, Book Editore, 2005

    

S’È SPENTA LA LAMPADA

    

S’è spenta la lampada
a oscurare le pagine
e sui volti si posa
una patina ardesia,
ma la penombra acuisce altri sensi.
Abbassate le palpebre
si tende la pelle
in ascolto, in allerta
ai pensieri frementi di tramontana.
L’aria è una tundra selvatica
che gronda d’incertezze e di domande
– domande ripetute, insistite, ossessive.
Non si capisce, non si riesce a capire
perché correre sull’amore
e poi farsi precipitare lontano
–  un tocco divenuto uno strappo –
e  accumulare atomi di calore,
millimetro per millimetro
allungare radici,
poi abbrividire appena
a quel nulla che resta,
a un sospiro di cometa.

   

NEMMENO CERCARSI

    

Così mi trattiene
l’infinitesima sospensione
tra il cenno e l’azione,
così poi riprendo
tra somme, programmi e salite
a far piovere suoni
senza davvero parlare
senza nemmeno pensare.

E nemmeno cercarsi
se dove davvero non sai
si trovi quel punto,
quell’attimo non respirato
che afferra l’essenza
e forse quel nulla, impronta
di vento, è impulso mordace
a giocare la sorte.

    

GENETLIACO

   

Quella sciocca si è vestita a fiori
per il giorno del suo compleanno
si è dipinta addosso un mazzo a colori,

non vuol ricordare che questa giornata,
così circonfusa di attese e attenzioni
durante le ore tutte normali,

è come un inciampo sulla sua via
seriale di gioie, amarezze, noie,
è una sorta di buco nero

la pozza del mistero
del perché tanto, tanto tempo fa
dietro il velario del crepuscolo

– in un sogno settembrino
che l’infinito sembrava cullare –
qualcuno, senza riguardi,

ha dato la sveglia, innescato
il congegno fragoroso e accecante
del suo mattino originale. 

   

Poesie da Il caso e la ragione, Book Editore, 2010

    

UN  SOLO GRIGIO

                       

Se un occhio corre al precipite mondo
già l’altro vaga dentro un sogno opaco
se stride un orecchio a quel farfuglio
l’altro s’acquieta a un’ombra senza suono
laddove due labbra d’un solo grigio
ripetono eguali un tacito assolo.                       

    

HAPPY FEET

   

Dicono che per capire un uomo
sia bene fissarlo negli occhi
oppure osservarne la curva
errante delle mani,
ma io, non so perché,
preferisco guardare i piedi,
quel punto di contatto tra l’anima
e la terra dove il passo
misura l’affondo nella vita,
la soglia di equilibrio
tra l’incerto sfiorare
di punte da ballerina
e il pieno espandersi della pianta
a possedere tutta la terra,
e le dita, poi, costrette
dall’involucro delle scarpe
che, più che proteggerle, le nasconde
alla vista di chi potrebbe sbirciare
una contrattura eccessiva
in contrasto al sorriso
o un solletico strano e quasi impudico,
una voglia di libertà
che dal più piccolo nervo
s’irradia con un guizzo
al pensiero più lontano.

    

I POETI A ORFEO

   

Noi siamo tuoi figli, Orfeo,
cos’altro da noi puoi volere…
Accogliamo visioni, stormire
di voci, cerchiamo pretesti
per cantare la luce, ma più assorte
amiamo le ombre. Chi meglio di noi
sa scrutare gli oracoli, traversare
la soglia che va verso la morte…
Per ogni velo stracciato ne posiamo
altri cento, siamo i soli capaci
di legare la notte e illesi trattare
col nulla fissando la sua nudità.

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One thought on “La poesia di Daniela Pericone, a cura di Luigi Paraboschi”

  1. Grazie, Luigi, della tua lettura bella come una traversata, del tuo accostare fili in apparenza slegati, e grazie anche del richiamo alla poesia della Szymborska, che amo in modo speciale.

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