La poesia è un linguaggio, di Silvia Parma

La poesia è un linguaggio, di Silvia Parma.

   

   

La poesia è un linguaggio. E, come ogni linguaggio, è ricco di sfumature, suoni, significati. E’creazione, così come la lingua greca la definisce (ποίησις – poiesis). E’ musica, linguaggio che ne racchiude un altro. La poesia non ha regole e ne ha tantissime. Può essere di pochi versi e può diventare un poema, può essere scritta in verso libero o rispettare una gabbia metrica. Può essere d’amore, di denuncia, di disperazione, di fantasia. Ma sempre, sempre parla di noi a noi. Spesso il suo effetto è dirompente, un colpo diretto nelle profondità di noi stessi, che scuote e rimbomba e che non ci lascia indifferenti. Non lascia indifferente chi la scrive, perché l’esternazione è intima e forte, né chi la legge o chi la ascolta, perché chiamato a condividere qualcosa di intimo e forte. La poesia è potente, e da sempre i poeti per esprimerla cercano mezzi al di là della voce o della scrittura. I menestrelli, les chanteurs de gestes, i Kunstlieder tedeschi, i landays,  ma anche le sfide d’improvvisazione dei cantatori in ottava rima toscani, che tanto hanno in comune con quelle di canto a chitarra sardo, o con quelle in decima cubano. La poesia è del popolo. L’arte è del popolo, perché nasce da esso, da esso prende ispirazione e perché anche chi non la produce comprende il bello, ha bisogno di scorgerlo anche in una tragedia, in una guerra, in un lutto. Perché alla fine di tutto c’è l’uomo, e la speranza risiede solo nella ricerca di una strada che ci conduca aldilà di tutte le brutture che ci infliggiamo.

La chiamano poesia performativa. Cos’è? In definitiva un ritorno alle origini, quando i poeti si accompagnavano con strumenti e musica per declamare i propri componimenti, magari cantando, recitando, abbigliandosi con costumi e maschere. Ma anche una ricerca di nuovi linguaggi che siano più vicini all’uomo del momento; il poeta americano Marc Smith si è re inventato i certamina poetici chiamandoli poetry slam, gare tra poeti che si disputano in pub, osterie, teatri, ogni luogo è buono purchè i poeti leggano poesie proprie e sia una giuria  eletta tra il pubblico a votare; si sono diffusi un po’ in tutta Europa ed ora anche in Italia grazie a LIPS, neonata Lega Italiana Poetry Slam. A New York è nato il Poetry Brothel, approdato a Barcellona come Postribulo Poetico, dove una compagnia teatrale fa il pieno praticamente tutte le sere proponendo le sue “putas“, poeti e poetesse che si inventano un personaggio (caratterizzato da un nome ed un costume) e  “vendono”   la propria poesia proprio come in un bordello: c’è la presentazione al pubblico dei personaggi/poeti da parte della maitresse, poi gli avventori offrono una marchetta e si appartano con il poeta per condividerne la lettura della poesia, ed è questa  la novità che affascina ed attira,  in una forma totalmente intima e privata. Ho fatto parte dell’organizzazione e sono stata la “maitresse” del primo Postribolo Poetico italiano che, grazie all’associazione Vitruvio è approdato a Bologna nell’estate del 2013, in gemellaggio con il Postribulo spagnolo. In realtà mi sono avvicinata alla poesia performativa già qualche anno fa, come emcee (master of cerimony) nei primi tentativi di portare i poetry slam qui a Bologna. Poi, affascinata dallo stretto legame che lega poesia e musica d’autore, ho dato vita al format multimediale Musici & Poeti, (il cui gruppo su Facebook conta a tuttoggi oltre diecimila iscritti) in onda da 4 stagioni sull’emittente radiofonica Radio Città Fujiko, ma registrato dal vivo con presenza di spettatori, incentrato sulla sfida tra poeti e cantautori e coinvolgendo tutto il pubblico che, chiamato a votare i concorrenti in ogni fase della competizione  ne decreta il vincitore. Contrariamente che nei poetry slam, i poeti che partecipano al format possono accompagnarsi con musica, utilizzare costumi di scena (proprio perché questo è ciò che facevano i menestrelli per attirare l’attenzione di chi li ascoltava). Musici & Poeti ha avuto il sostegno di artisti e scrittori tra cui Eros Drusiani, Roberto Freak Antoni, Davide Ferrrari, Tony Pagliuca delle Orme, ed è la prima competizione che coinvolge poeti mai trasmessa da emittente tv, e questo è un risultato davvero importante, perché significa che la tv è ancora interessata all’intrattenimento “intelligente” e che la poesia sta oltrepassando i confini elitari nei quali da un po’ di tempo pareva essersi rinchiusa.

Penso che  la diffusione della cultura può, deve essere anche divertente: qualsiasi nozione se proposta in maniera fruibile anche ad un pubblico “profano” stimola la curiosità, l’ approfondimento, il confronto, la discussione, e la critica. Non a caso sempre più spesso i poeti scelgono di presentare i propri libri al di fuori delle librerie, e nascono fenomeni come “100thousend Poets for Change” giornata di reading collettivo di portata mondiale (a Bologna per la prima volta nel 2012) che unisce le voci di poeti di moltissimi Paesi che leggono in piazze, locali, librerie, circoli, in nome della Pace e del Cambiamento

E’affascinante scoprire l’origine delle parole che utilizziamo, come cultura (coltivare), e divertire (distogliere, nel senso di distrarre da pensieri tristi): credo che ognuno di noi abbia un proprio giardino intimo e segreto da coltivare, un giardino bellissimo e sconosciuto, soffocato da informazioni superficiali e volgari che ne inibiscono la crescita. Distrarre la nostra mente da questi stimoli negativi, offrendone di nuovi e belli, poter toccare con mano la bellezza di una poesia, non solo letta, ma anche condivisa, sussurrata in Postribolo, o declamata a gran voce tra i tavolini di un pub, o ascoltata in autoradio nel traffico quotidiano, riprendere contatto con la bellezza che c’è in noi… questo forse è il vero valore della poesia performativa. Regalare la coscienza che la vita è un poema. Nella sua grande unicità che ci accomuna.

“Ho bisogno di poesia,questa magia che brucia la pesantezza delle parole,che risveglia le emozioni e dà colori nuovi” (Alda Merini).

“Solo la poesia ispira poesia » (Ralph Waldo Emerson)

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