La regina di Ica di Daniela Raimondi, recensione di Luigi Paraboschi

La regina di Ica di Daniela Raimondi, recensione di Luigi Paraboschi.

    

    

Per parlare con onestà de “La Regina di Ica“ Il Ponte del sale Ed. sento la necessità di affermare che questo non è un libro consolatorio, anzi, è un testo che fin dall’apertura dichiara:

viviamo nell’attesa della nostra morte, fin dal principio“

Il lettore è quindi avvisato : qualora egli sia alla ricerca della pagina di contemplazione “ombelicale“, nel libro della Raimondi non la troverà affatto, anzi sarà costretto ad uscire dal proprio cerchio autoreferenziale e contemplativo, e dovrà fare i conti con la realtà, quella unica e la più vera, che è la morte.

Ma non si turbi il cuore del lettore nel sentirmi menzionare la morte, perché c’è un esergo quasi scaramantico di M.G. Calandrone posto come preambolo ad un testo, ed è segno di speranza:

non crediamo alla morte
                     ma ai colibrì
che tengono in vita le foreste“

e, a mio avviso, questo volume edito da Il Ponte del Sale di un’ eleganza sobria, racchiude oltre 30 poesie, alcune articolate in tre parti che raggrupperei in altrettanti filoni che si possono chiamare : malattia, passione, morte, ove invece nel volume questo ordine è capovolto completamente ma senza che il filo conduttore del dolore ne sia minimamente alterato.

E’ essenzialmente un dolore “al femminile“, e uso questo aggettivo con il rispetto che esso richiede, conscio del fatto che le antenne che questo sesso possiede siano più ricettive, su questo tema, rispetto a quelle maschili.

La morte si presenta fin dalla prefazione, come dicevo, attraverso la figura della regina di Ica, mummia peruviana di circa 1000 anni fa, che giace in un cimitero a cielo aperto, alla quale la poetessa fa dire:

pascolo la mia morte senza nessun rimpianto

e poi aggiungere, più oltre:

ferma nel tempo come una pietra nera

io rido“

Poi, nella poesia successiva, dal titolo “S’accabadora“ – personaggio sardo al quale nel 2010 fu intitolato un libro premiato al Campiello – la morte si fa persona, in quanto si identifica con la figura femminile che fino a pochi anni fa veniva chiamata al capezzale di certi morenti allo scopo di accelerare il loro trapasso e porre così termine alle loro sofferenze terrene attraverso una forma pietosa di eutanasia mediante il soffocamento del malato o in modo traumatico assestandogli un colpo mortale alla testa.

E questa “Accabadora“ che si allontanava poi dal capezzale senza chiedere alcuna ricompensa

lasciava sul letto un corpo tranquillo.
Sul volto avevo solo l’ombra di un piccolo spavento.
Qualcosa che somigliava a un sogno,
forse un sorriso“

Ma il dolore che leggiamo in questi versi è un dolore che non fa alcuna concessione, non lascia spazio a quello provato dall’altro sesso, come si può capire dalle ultime righe di questa stupenda poesia dal titolo Niguarda 

E si andava,
tutte insieme
caricate su un furgone come bestie.
Bestie femmine, da sgravare
con un ago sotto pelle
e la lama di un coltello.
Senza fede,
senza farsi il segno della croce.
Sopra un tavolo di marmo
con le cosce spalancate verso il cielo.
E si andava tutte assieme
nel candore senza germi della neve.
Le ginocchia allargate sotto un faro
per mostrare la rovina.
E si andava a occhi bassi,
come dietro un funerale di campagna.
Si andava come ad Auschwitz,
dondolando sul furgone come in sogno.
Si andava per tornare a casa orfani,
per negare le voci soffocate da un cuscino,
il nostro sangue.
E pagare con la carne
per un uomo
che sapeva solo piangere se stesso.

L’uomo che “sapeva solo piangere se stesso“ lo vediamo incarnato con molta precisione e senza pietà nelle tre poesie ispirate alla storia dolorosamente vera della poetessa Sylvia Plath.

Quest’uomo è il marito, il poeta Ted Hughes che intrecciò una relazione adulterina dalle disastrose conseguenze, con la poetessa Assia Wevill che gli diede una figlia, da lui riconosciuta ma che egli non trattò mai allo stesso livello degli altri figli avuti con la Plath, e che fu trascinata, suo malgrado, nel suicidio della Wevill la quale scelse come forma autodistruttiva la stessa via seguita dalla sua rivale, la Plath, e cioè il gas di cucina.

E’ impietosa la Raimondi (e come potrebbe non esserlo?) nei confronti di Ted Hughes, poeta che essa caratterizza con vesti dalle quali lo si deduce pieno di ipocrisia e viltà, nella poesia “Marionette“, in cui appare chiaro il suo atteggiamento un po’ vigliacco, volto a giustificare il comportamento nei confronti della Wevill, quando egli si rivolge alla madre di lei, adducendo le solite giustificazioni maschiliste per addossare le colpe alla donna e alla ineluttabilità dell’istinto, servendosi quasi delle stesse scuse di Adamo nella Genesi Biblica



E’ che un uomo ha in bocca la fame dei lupi:
ha sempre bisogno di mordere,
di succhiare il sapore selvatico.
Il mio sperma impazziva nei lombi.
Non cercavo un’amante, lo giuro.
Fu lei a trovarmi,
seguendo un’orbita errata di stelle,
nuotando e nuotando contro corrente.
Allargava i suoi occhi nel buio,
fiutava il mio odore col ventre.

Ma se la Raimondi sa essere inclemente con il “maschio“ di questa storia, non si può dire che essa non sia pietosamente piegata verso la moglie Sylvia e l’amante Assia, unite dallo stesso uomo e dallo stesso tipo di morte scelta volontariamente. Infatti ella scrive di Sylvia:

Ci son amori senza paradiso.
Solitudini che seccano sul grembo.
Ted ha messo il suo cuore sotto spirito.

Lei adesso è immortale:
un altare, una statua, un’icona.

E’ una madonna che brilla sopra il nostro letto.

ed assegna ad Assia il discorso di addio al mondo impregnandolo di annotazioni figurative con scansioni simili ai quadri di Alessandro Papetti nei quali gli oggetti, siano essi di casa o di interni di fabbriche in disuso, sono in grado di delineare la loro presenza in modo freddamente chirurgico.

Si legga in tal senso questa poesia dal titolo Gas preceduta da questo frammento di Sylvia:

and from our opposite continents we wave and call.
Everything has happened

La bocca del forno è un animale buono,
lo sbadiglio di un cane sdentato.
La cucina è igienica come un crematorio.
Il gas è una sciarpa di seta,
ha l’odore pungente delle ascelle di Ted. 

Shura dorme attaccata alla mia schiena.
E’ il mio piccolo innesto,
una farfalla avvolta nel tepore della coperta.
Il suo respiro è una garza.

Fuori la luna imbianca
la potatura senza sangue degli alberi.
Il prato è cangiante come una pellicola esposta.
Due pastiglie, perfette come comunione
e orbito fuori dal mondo.
Ultimo volo sullo Zeppelin
contro l’irriducibile flusso delle maree.

Apro le orchidee dei bronchi
e respiro, respiro.
Un airone mi picchia dentro il cervello.

La casa è un polmone chiuso.
Il dolore ha il sibilo del gas.

Un testo freddo ma intenso, che fa da preambolo alla terza parte di questo bel libro e che ha come sottotitolo “la riva dei sopravvissuti“ dedicata a ricordare l’esperienza dolorosa che si riporta quando si è passati attraverso una profonda ferita morale o fisica o anche si è stati costretti ad affrontare l’impatto con l’esperienza sempre traumatica della sala operatoria dell’ospedale.

Ma la sapienza che deriva dalla poesia come manifestazione più profonda dello spirito è in grado di far dire all’autrice: “nella guarigione si affiora alla vita come una piccola barca sull’acqua. Ci risvegliamo per ritrovarci nuovi“ e questo passo mi ha rimandato, anzi ha fatto uscire dalla memoria, un analogo pezzo di un’altra poetessa a me molto cara, Antonella Anedda che nel suo primo volume di versi “Residenze invernali“ scriveva di certo rimandando ad un’esperienza di dolore e di malattia: “col cuore pieno di freddezza/ con la cautela della talpa che trotta sul pavimenti invernale/ desolati, nonostante il sollievo di essere in piedi

La Raimondi si guarda, si osserva, si studia e passa da quell’iniziale “viviamo nell’attesa della nostra morte, fin dal principio“ cui ho già fatto cenno, a questa apertura della poesia Resurrectio

non ho nessuna vocazione per la morte

e questa affermazione la conduce ad esplorare diverse testimonianze di volontà di vita che passano dalla paura di perdere un figlio appena dopo il concepimento, descritta in Sopravvissuto, alla storia di Irma che

ha lasciato il suo amore su un selciato di Amburgo,
la testa spaccata a metà come un melograno“

per approdare successivamente al sud d’Italia ove ella ”guarda gli aerei passare“, e “la sera lavava i bambini sotto il getto dell’acqua/ come fossero mazzi di fiori / e poi mordeva la carne rosata, e rideva“, e conclude il giorno ascoltando “il rumore di un cuore che fatica a dormire“. E ancora, in Villa Grimaldi la Raimondi esalta la storia di una resistente ai tempi di Pinochet, violentata, torturata ed umiliata, ma non doma, che si salva riaffermando sempre e comunque la propria dignità e la forza delle proprie origini di cittadina, aggrappandosi a quanto la vita le offre di meraviglioso e che l’autrice dei versi espone in questi così sublimi che mi hanno fatto andare con la memoria ad un quadro di De Vlaminck, per quei riferimenti ai panni stesi al sole

ma ero
        viva.
Sapevo che oltre quelle mura
esisteva una terra nera e semplice:
il profumo del basilico, le lenzuola stese al sole,
una fila di formichine nel silenzio della selva“

La Regina di Ica si conclude con un’apertura alla guarigione e quindi alla speranza, con una lunga poesia dal titolo l’operazione che per coloro i quali hanno avuto la sfortuna/fortuna di attendere e poi affrontare un intervento chirurgico è un rifiorire di immagini dal vigore espressionista che non posso ignorare e che mi preme evidenziare per sottolineare la bravura di questa scrittrice capace di catturare con le parole certe immagini che solamente un bravo fotografo saprebbe fare, e mi permetto di affiancare ad ognuna di esse la mie personali evocazioni fantasiose.

Scrive in odissea notturna:

Un corpo un numero un nome
Qui non ci sono fiori.
Non ci sono ombrelli, cappotti rossi, bambini

e così evoco nella mia mente:
a) ombrelli: un quadro di Caillebotte di una coppia sotto la pioggia.
b) cappotti rossi, bambini: un passaggio del film Schindler list tutto in bianco e nero con una fila di deportati ebrei tra i quali spicca una bambina con un cappottino rosso in un contesto senza colore.

E poi la Raimondi prosegue:

i malati scendono nel ventre delle sotterranee.
Hanno mani bianche, orecchie di carta velina“

e non posso fare a meno di riandare con la memoria alle volte in cui ho fatto la stessa annotazione osservando la trasparenza delle orecchie di coloro che giacciono in un letto d’ospedale. Ed ancora scrive

le vecchie rantolano nei loro astucci bianchi“

Un letto rivestito dalle coperte non ha forse l’immagine di un astuccio, di una scatola?

E trascrivo per intero questa parte della poesia, (sottolineando quelle che io considero espressioni perfettamente riuscite) perché è troppo ricca di annotazioni che non si possono né si debbono sorvolare se il nostro amore per l’esprimersi poetico è sincero:

Qualcuno russa. Muove nel buio la lingua di cenere.
Sento l’aprirsi e il chiudersi,
l’aprirsi
        e il chiudersi
                    faticoso
                            dei polmoni.

Una donna grida.
Gli angeli della morfina hanno calze nere,
mani preziose.
Le portano in dono poche gocce d’amore.
L’ago entra nel braccio come una fiaba
e la donna si scioglie, è di zucchero.
La testa ricade soffice come un pesca.

Dormono le donne magre, gli anemici,
gli esseri soli della terra.
Dormono i senza figli, i senza corpo,
i corpi di cera infilati nei pigiami.
Giù nel cortile i topi divorano foglie di cavolo,
garze, croste di pane.
Le loro code guizzano dentro i cassonetti.

Vegliano i portieri di notte
gli occhi di scimmia dietro tende a fiori.
E vegliano le bocche sigillate degli insonni
i cuori inamidati delle infermiere

Sono tre le parti di questa poesia che la Raimondi ha scritto nel 2007 dopo un intervento, e ognuna di esse è così densa di bellezza espressiva da costringere quasi il lettore a soffermarsi su ogni singolo aggettivo, su ogni sostantivo usato.

Ora voglio concludere questa mio cammino di lettura lasciando ai lettori la meraviglia di questa strofa che conclude il tritticco ospedaliero

Fuori dalla finestra è mattino,
il primo sole avanza nel suo singhiozzo bianco.
La neve copre i tetti delle fabbriche,
soffia sui rami nudi di betulla.
Il sole si apre nel cielo
come un frutto invernale. 

Queen-of-Ica-Cover

Daniela Raimondi  è nata in provincia di Mantova e ha vissuto 30 anni in Inghilterra dove si è laureata in Lingue e Letterarature Moderne all’Università di Londra e dove ha conseguito un Master in letteratura ispano-americana presso il King’s College dell’Università di Londra. Al momento vive in Sardegna.  Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti a concorsi letterari nazionali sia per la poesia che per la narrativa e il teatro.  È risultata fra i vincitori del Premio Montale per una silloge inedita. (2004).  Nel 2012 è stata selezionata per rappresentare l’Italia all’European Poetic Tournmente a Maribor, Slovenia, dove ha ottenuto il Premio del Pubblico.  Suoi testi sono stati tradotti in ungherese, inglese, tedesco, spagnolo e serbo croato.  Ha recentemente pubblicato un volume di sue poesie in edizione bilingue presso le Edizioni Gradiva di New York.  Il suo ultimo libro di poesie La Regina di Ica (Edizioni Ponte del Sale), ha ottenuto il Premio Mario Luzi (Roma, 2013).  Fa parte di varie giurie di premi letterari e suoi testi sono presenti in vari blog letterari. 

Pubblicazioni in volume per la poesia:

La Regina di Ica (Ponte del Sale Edizioni, 2012).  Diario Della Luce Libro/Cd (Mobydick Editore, 2011); Inanna (Mobydick, Faenza, 2006); Mitolologie Private (Edizioni Clandestine, 2007); Ellissi (Ed. Raffaelli, Rimini, 2005) – Premio Sartoli Salis Opera Prima, Premio Caput Gauri; Premio Antica Badia di San Savino.

Pubblicazioni in volume per il teatro:

Entierro – Monologo in versi (Mobydick Faenza, 2009) Premio Citta’ di Massa.
Di prossima pubblicazione: Avernus, CFR Edizioni, marzo 2014

3 thoughts on “La regina di Ica di Daniela Raimondi, recensione di Luigi Paraboschi”

  1. Grazie a Daniela per la sua parola sempre così densa di suggestioni, che fa della sua voce senza dubbio una delle più alte della poesia italiana contemporanea. e grazie a Luigi Paraboschi, che qui ne coglie ed esplora con così acuta sensibilità ogni angolazione.
    un saluto ad entrambi,
    Annamaria Ferramosca

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