Il racconto del mese: “La rete metallica” di Ugo Rapezzi

La rete metallica

racconto di Ugo Rapezzi    

            

Abito, da sempre, in un palazzo condominiale la cui facciata guarda direttamente un campetto da calcio parrocchiale. Da bambini, quel luogo di partite interminabili, di zuffe sportive, di sudori incrostati di polvere, fu il nostro ritrovo.
Il campetto, da sette giocatori per ogni squadra, era adiacente all’oratorio (costruzione che a sua volta confinava con la chiesa) in cui si trovavano bigliardini, tavoli da ping pong e un cinema nel quale, la domenica pomeriggio, veniva proiettato un film. Ovviamente il prezzo per tale divertimento era la frequentazione religiosa: nei giorni festivi dovevamo assistere alla Messa o parteciparvi come “aiutanti”, c’era chi faceva il chierichetto o chi, come me, cantava nel coro. Quei canti religiosi, per quanto mi riguarda, sarebbero stati poi sepolti di lì a poco dalla valanga Beatles e dalla slavina Rolling Stones.

Avevamo l’obbligo di confessarci frequentemente.
«Ti tocchi?» era una delle domande standard sussurrate dal confessore.
Io ero uno di quelli che si faceva talmente tante seghe (quelle mentali si sarebbero aggiunte più tardi) che se la mia mano fosse stata attaccata a una turbina avrei prodotto l’energia elettrica necessaria a illuminare i Giardini Margherita la sera… ma non lo confessavo, avevo paura… forse è per questo che ho perso i capelli e sono miope. Perciò elencavo la sfilza dei soliti peccati:
«Ho disubbidito, ho risposto male, ho detto bugie…»
Spesso, alla fine il prete, dopo aver dato la penitenza, sibilava:
«Mi raccomando, tu e i tuoi amici non andate di là dalla rete perché di là ci sono i comunisssti, gente che bessstemmia!».

«Ma chi saranno questi comunisssti e come cavolo sarà il loro mondo?» ci chiedevamo guardando la rete metallica, quasi un muro di Berlino, che aveva la funzione di dividere una strada privata da una pubblica «Che scarpe avranno? Saranno poveri? Ricchi? Senz’altro brutti coi buchi nei calzini!».
Ce lo domandammo per mesi finché un giorno io, Lele, Andrea, Cesare e Bruno, attratti da quei mostri extraterrestri e dal loro pianeta, saltammo la rete e atterrammo “di là”.
In quella nuova dimensione, muovendoci con circospezione, notammo che le strade erano come le nostre e i palazzi avevano addirittura le finestre. Camminando lentamente su un asfalto stranamente grigio, addossati alla parete di una casa inverosimilmente verticale, svoltammo l’angolo e ci fu un’apparizione sconvolgente: un campetto da pallone uguale al nostro!
Lì esseri dalle sembianze umane a forma di bambini, con due gambe, due braccia, due occhi, una testa e incredibilmente due mani, stavano dando calci (con i piedi!) a una palla rotonda.
Gli alieni ci videro e si fermarono. Ci fermammo anche noi e li guardammo. Furono lunghissimi attimi di suspense, di studio. Uno di loro, il più violento, improvvisamente squartò il silenzio e ci gridò:
«Voi siete in cinque, noi siamo in nove, facciamo una partita sette contro sette? Daimò, venite!».
Ci precipitammo a centrocampo, ci assegnammo i ruoli e cominciammo a giocare.

Quella partita durò diversi anni perché “di qua”, nel campetto parrocchiale, non tornammo più.

                         

il trono di sangue (kumonosu-jō) - akira kurosawa
il trono di sangue (kumonosu-jō) – akira kurosawa

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