L’altra campana di Nunzia Binetti

L’altra campana di Nunzia Binetti.

 

 

Nel pensare alla poesia civile ho alcune  perplessità  sulla validità di questo filone letterario  che sento  sottoposto  a falsificazioni idilliache e mitizzanti,  indissolubilmente legate a fattori ideologici,  dai quali in modo omogeneo e troppo massificante  è stato caratterizzato  molto ‘900. D’altra parte la poesia civile, succeduta  nel secolo scorso  a quella carducciana e dannunziana,  si avvale in modo particolare di topoi  seriali che meccanicamente e un po’  aprioristicamente  riproducono  la fiducia dell’io poetico nell’ideologia marxista e antiborghese, e con una circolarità asfittica che talvolta ha sofferto di una vacanza  ispirativa oggettivante. Certamente il poeta civile del ‘900 sottoscriveva,  come da prassi,  una denuncia  e se il DNA del suo prodotto  intendeva smascherare  le responsabilità e le contraddizioni di tutta una società capitalistica e industrializzata delineatasi  nel periodo postbellico, al fine di rendere  giustizia e dignità ad una classe operaia, subalterna, ma  artefice  indiscussa del boom  economico del quale beneficiava il nostro paese, tuttavia mi domando se  l’impegno civile di certa poesia  sia riuscito e  riesca ancora oggi, in modo coerente, a farsi portavoce del clima sociale e della realtà popolare  o se sia stata solo un gesto, per quanto propositivo, incapace di fornire libere e  concrete  proposte alla società civile e alle istituzioni politiche che  sognava di trasformare attraverso un nuovo ethos.

basilicata-e-briganti-alcune-lettereLo stesso Franco Fortini in Verifica dei poteri e in Opus Servile esprimeva  dubbi  sulla possibilità della poesia di essere strumento del tutto libero dalla morsa del potere e della politica, tanto da vivere  in modo conflittuale il suo mandato civile di uomo e di poeta.  Tutto questo emerge  da  versi  come questi, tratti dalla poesia “Traducendo Brecht”:…/ gli oppressi sono oppressi e tranquilli / gli oppressori tranquilli parlano nei  telefoni, l’odio è cortese, io stesso / credo di non sapere di chi è la colpa /… La poesia non muta nulla/. Nulla è sicuro, ma scrivi /. Fortini quindi pur riconoscendo “necessario” il fare poetico, se utile alla collettività, individua nello status del poeta impegnato e dell’intellettuale alcune colpe ed il rischio per la  poesia di  non essere  un  servizio, bensì  condizione “servile”. E’ Innegabile  che  l’atteggiamento  dubitativo di Fortini (critico  anche nei confronti delle istituzioni letterarie, convinte  ieri – ma in verità anche oggi – di poter diffondere verità assolute) permea  l’intero testo  sopracitato  e lo umanizza,  qualificandolo  come fatto poetico squisitamente lirico. “Traducendo Brecht” ma anche  altri testi  di Fortini, pure se agganciati all’ideologia marxista, depurano tale militanza da ogni intenzione  propagandistica  e la traducono – cosa rarissima  –   in flusso artistico per quel pathos, per quella pietas,  e per certe accensioni intimistiche-esistenziali,  che possono essere ascritte  ad uno dei fatti  lirici di maggior rilievo nella storia della poesia del ‘900 italiano.

Donna filumenaAncora più problematico fu, a suo tempo, l’approccio di Amelia Rosselli alla poesia engagée . Mi piace  qui  ricordare che se ne Le Ceneri di Gramsci, Pasolini aveva sollevato la questione relativa alla  incapacità della poesia ideologica di esprimere il reale e  la realtà del popolo, nei fatti,  del tutto escluso dalla poesia, la stessa Amelia Rosselli recuperò in Impromptu questa riflessione, guardando anch’ella alla poesia in chiave marxista, ma denunciando realisticamente l’essenza borghese del poeta e dell’arte.  Non si può non concordare con questa denuncia inquietante della Rosselli che mette in discussione fortemente la dicotomia esistita negli anni settanta e tuttora a mio avviso esistente, tra letteratura ed esperienza di vita di poeti ed intellettuali, frequentatori  di quei salotti che  Amelia sceglieva sistematicamente di disertare provando per essi fastidio. Il rifiuto per la borghesia e la presa di distanza da essa è esplicitata dalla Rosselli  già nei primi versi del poemetto Impromptu ed in modo durissimo: Il borghese non sono io / che tralappio  da un giorno all’/ altro…o se soltanto/ d’altri sono il clown faunesco/ allora ingiungo l’alt… /. I versi dell’Impromptu rosselliano ricalcano qui un vistoso intimismo, fatto di risentimento che s’infiltra nel  civile,  contaminandolo e rivitalizzandolo con note pessimistiche definite dalla stessa autrice leopardiane.  Dette note si concretizzano man mano in tutte le sezioni del poemetto  evidenziando ,da una parte, l’ impossibilità della Rosselli , nonostante il rifiuto del mondo borghese,  di codificare – in quanto  poeta – proposte  alternative,  e dall’altra, la  percezione netta di come il popolo sia elemento  escluso dalla storia e dalla cultura. E tra slogan, che pure sanno inspiegabilmente evitare il pericolo di una retorica populistica, e versi talvolta sibillini e linguisticamente complessi, ma carichi di intima sofferenza, l’autrice si lascia sopraffare, allo stesso modo di Fortini, dal disincanto e da una sorta di autoaccusa, in versi che recitano:

 …Difendo i lavoratori

difendo il loro pane a denti

stretti caccio il cane da

questa mia mansarda piena

d’impenetrabili libri buoni

per una vendemmia che sarà

tutta l’ultima opera vostra

se non mi salvate da queste

strette, stretta la misura

combatte il soldo e non v’è

sole che appartenga al popolo!

Dunque proprio la Rosselli riconosce nel poeta o nell’intellettuale un soggetto troppo appartato, immerso tra  quei libri che solo ipoteticamente o per pura utopia  possono apportare  un  contributo alla società  risanandola, ed in ultimo  ravvisa  la impossibilità per il popolo di  guardare per sé  ad un futuro .

FUMETTO CROCCOLe problematiche presenti  nel dire poetico dei due autori sopra menzionati condensano sostanzialmente le motivazioni della mia personale sfiducia nella stessa ragion d’essere della poesia civile soprattutto oggigiorno. In pratica penso che il rischio ricorrente della poesia engagée sia infatti quello di somigliare ad un atteggiamento del tutto convenzionale e non solo retorico, qualora sia svuotata da quelle fibrillazioni tutte interiori che  furono presenti nelle coscienze di questi due grandi e che tuttavia mancano in tanti poeti che andiamo leggendo,  emergenti o già affermati. Sarebbe molto meglio accantonare l’ambizione di produrre poesia di impegno sociale e politico se insipiente, o solo elencativa dei mali di una società ormai globalizzata e svilita dall’assenza di valori. Acconciarsi su posizioni progressiste, radical chic o populiste, per fare poesia certamente non basta e forse può servire a compiacere se stessi in quanto autori o qualche lettore alquanto ingenuo. Necessita molto più di questo per poter scrivere versi engagée, degni dell’appellativo di poesia. Non c’è più ansia o morso della coscienza, interazione interpersonale, emotiva o affettiva negli autori che al momento scrivono versi di denuncia civile. Pertanto, per quanto mi riguarda, dichiaro  morta in questo nuovo secolo la poesia civile, se tale è lo scenario che essa ci consegna.

briganti-vari

18 thoughts on “L’altra campana di Nunzia Binetti”

  1. Sì, Massimiliano, questo è il punto . La poesia civile è troppo spesso contaminata da una qualche ideologia di natura politica. Ho cercato di dire quanto sia difficile per chi la scrive evitare di fare emergere la propria appartenenza a questa o a quella parte e soprattutto di rendersi, magari inconsapevolmente, strumento di propaganda politica. In fondo è da tutto questo che nasce la mia idiosincrasia per questo filone letterario, che solo quando si impasta di genuino lirismo può sopravvivere alla grande. Grazie per avermi letta e per il tuo graditissimo commento.

  2. Sono assolutamente d’accordo con te. E’ vero. E’ troppo spesso contaminata dalla politica: non è poesia civile. 10 poesie “civili” su 11 sono mediocri, se non delle vere e proprie porcate. Ma c’è molto di meglio. Leggi quella di Drummond de Andrade nel mio articolo su questo numero. Troverai esattamente quello che cerchi. Un caro saluto.

  3. Bellissimo articolo, circostanziato da riferimenti letterari e storici, l’ho molto, molto apprezzato. Scrivi peraltro egregiamente-

  4. Troppo buona Virginia. Quello della poesia civile è un argomento da dibattere che potrebbe essere sviscerato e studiato all’infinito, dal momento che presenta tante sfaccettature ed implicazioni. La protesta civile che poi oggi coinvolge il nostro paese rende attualissima questa tematica che pure, fin dagli anni del liceo,mi è stata particolarmente a cuore. Grazie.

  5. Che io sia fondamentalmente d’accordo si capisce anche da quello che ho scritto nel mio pezzo su questo stesso numero di “Versante ripido”. Potrei aggiungere che ogni epoca ha la poesia che meglio la esprime. Apprezzo Brecht o ancora Fortini perché li leggo attraverso la distanza e la consapevolezza di che cosa fosse la fede politica quando loro scrivevano. In un’epoca che non ha fedi politiche precise, e in cui al massimo percepiamo il disagio per i mali del mondo, la poesia fa inevitabilmente molta fatica a esprimere questo disagio, che non ha le forme che aveva all’epoca di Brecht o di Fortini. Troppa poesia cosiddetta “civile” sembra ignorare questa differenza tra ora e allora, e quindi appare falsa, farlocca. Ma qualche autore che riesce a emozionarmi c’è: mi piace Franzin, mi piace la Alziati (e proprio perché i temi civili sembrano uscire quasi per caso dagli altri, solo in apparenza più personali), mi piace a volte la Calandrone (e non solo loro). L’antico militante che sta nascosto in me finisce per essere contento quando si accorge che una poesia che mi piace affronta temi civili: è la cattiva coscienza che si vendica, indubbiamente, che ci fa sentire in colpa perché facciamo meno, politicamente, di quanto dovremmo. Bisogna stare attenti a questa cattiva coscienza, perché rischia di farci apprezzare, per sentirci meno in colpa, anche cose che sono meno apprezzabili, o che non apprezzeremmo altrimenti. Il successo della poesia civile è una manifestazione di questa cattiva coscienza, la quale, di per sé, con la poesia e la sua comprensione, non c’entra. Per questo mi piace quando, che una poesia è “civile”, me ne accorgo dopo: almeno sono sicuro che non è stata la mia cattiva coscienza a giudicare per me.

  6. Carissima Nunzia, offri, con ogni tuo scritto, grandi e graditi stimoli alla riflessione. Ho sempre letto, accolto, amato. i grandi Poeti novecenteschi dello scrivere civile e politico, non considerando quanto, ancora oggi, questo filone sia battuto: sarà che i poeti che leggo e conosco – spesso personalmente – trattano tematiche di altro tenore. Scrivere poesia civile è difficile. Si rischia non solo il qualunquismo, sempre in agguato in certi contesti, ma anche di scadere nel ridicolo, di fare un danno al tema proposto con l’esiguità dei contenuti, ancorchè presentati con un’ottima versificazione, di mistificare i significati – spesso con l’ausilio di significanti non adatti – di certe ragioni e idee, edulcorare vissuti scabri con afflati ‘alti’ o supposti tali. E’ difficile, perché si devono percorrere vie non frequentate e farlo coi propri mezzi, con quello che viene da dentro: la poesia civile, secondo me, è prima di tutto un atto d’amore e non, o per lo meno non solo, una dichiarazione di intenti, un atto di fede, un proclama. Forse. O forse no? Te l’ho detto, devo rifletterci. Grazie per l’aiuto. E complimenti.

  7. Daniele , anche tu mi trovi d’accordo su quanto scrivi nel tuo articolo e in questo tuo bel commento. Certo qualche buona poesia di carattere sociale o civile la incontriamo anche oggi, ma buona soprattutto se si svincola dalla presunzione dell’autore di emettere proclami e giudizi , senza aver analizzato prima la propria coscienza e senza aver compiuto un severo atto di autocritica che gli consenta di non apparire uomo graziato dalla perfezione e detentore della verità, che a nessun uomo appartiene. D’altra parte la eccessiva ansia del poeta “civile” di affermare contenuti ,penalizza quasi inevitabilmente il fattore estetico della sua opera, fattore che ha molta importanza in un testo , perchè possa definirsi poetico . Devo confessarti però la mia avversione per Brecht, che ho smesso di leggere nel momento in cui ho annusato nei suoi testi una troppo sicura e ostentata militanza politica. Inorridisco al cospetto di testi che svelano apertamente una qualche appartenenza a questa o a quella parte politica , a questo o a quel colore. L’unico colore dell’universo umano è così incerto, indefinito… per quella sua fragilità e per quella sua sventurata inclinazione all’ ERRORE. Grazie per la profondità delle tue riflessioni, e per la tua onestà intellettuale.

  8. Sono a complimentarmi con te Alba, con la massima sincerità, non solo per le poesie che hai scritto e che ho letto e già commentato, ma anche per queste tue riflessioni su una tematica di per sé difficile e contoversa. E’ bellissimo per me sentirti dire quanto sia necessario scrivere versi civili percorrendo vie alternative e mai battute . Credo che tu abbia colto il vero senso del mio intervento , perché questo è sostanzialmente il mio cruccio: vedere circolare versi che parlano di egalitè, fraternitè, e libertè, ma in modo impersonale,privo del focus poetico che lo stesso Pasolini invocava per qualsiasi altro genere di poesia. Preferisco mille volte leggere articoli di giornale , editoriali , saggi, che indirizzino autorevolmente l’opinine pubblica al ripristino di certi valori ,piuttosto che assistere alla ridicolizzazione di essi in versicoli di scarsissimo spessore, integralisti o ancorati a lobbies di politici o di poltiticanti . Quid prodest tanta inutile zavorra pseudopoetica , che priva di un autentico effluvio ispirativo si impone, forse anche per moda, di entrare gratuitamente nelle questioni sociali, civili o patriottiche, che possono essere affidate egregiamente ad altri generi di scrittura ?? Grazie!

  9. Il numero di commenti che hai stimolato dice quanto il tuo articolo fosse, in senso buono, provocatorio. Massimiliano Damaggio dice che tu parli di poesia politica, e ha ragione, ma è pur vero che non sei stata certo tu a fare questa confusione. Non è la sede per tornare a vexatae quaestiones, quali la “yalta culturale”, che assegnò nel dopoguerra la gestione della cultura al partito comunista, e alla conseguente nascita della figurasciagura dell'”intellettuale organico”. Io spero che dopo più di mezzo secolo si possa guardare a quei fenomeni con sereno distacco storico, ma è pur vero che la vigilanza comunista sulla cultura fu stretta e severa, fino alla damnatio memoriae per autori di destra (Guareschi, per esempio. Non cito Pound perché nel suo caso le damnatio fu universale… nè Borges, al quale non arrivò mai quel premio Nobel dato altresì con tanta generosità ai nostri Quasimodo e Fo) e ad una occhiuta censura che non risparmiò neppure scrittori militanti come Calvino. E’ chiaro che, qui giunti, nel parlare di poesia civile si debba tener conto anche di questo, e forse anche di quel po’ di connivenza e di vile piaggeria di cui il mondo della cultura e la cosiddetta industria culturale hanno dato prova (passato prossimo: azione iniziata nel passato ma non conclusa, o di cui non sono esauriti gli effetti) influendo in modo pesante sulla crescita culturale del nostro paese.

  10. Complimenti, i tuoi articoli sono veramente interessanti, scrivi in modo appassionato ed anche per me diventa facile seguirti.
    Grazie
    Marilena

  11. Nunzia :

    stralcio questo pezzo di una tua riposta perchè esprime in toto ciò che penso da sempre , e ti ringrazio per averlo detto in modo così chiaro

    “Devo confessarti però la mia avversione per Brecht, che ho smesso di leggere nel momento in cui ho annusato nei suoi testi una troppo sicura e ostentata militanza politica. Inorridisco al cospetto di testi che svelano apertamente una qualche appartenenza a questa o a quella parte politica , a questo o a quel colore. L’unico colore dell’universo umano è così incerto, indefinito… per quella sua fragilità e per quella sua sventurata inclinazione all’ ERRORE.

    e mi permetto di aggiungere anche un pezzo dell’intervento di Santarone che vorrei aver scritto io :

    ” e forse anche di quel po’ di connivenza e di vile piaggeria di cui il mondo della cultura e la cosiddetta industria culturale hanno dato prova (passato prossimo: azione iniziata nel passato ma non conclusa, o di cui non sono esauriti gli effetti) influendo in modo pesante sulla crescita culturale del nostro ”

    grazie di tutto

  12. Mio malgrado, non ho potuto rispondere a ciascuno dei vostri commenti , cosa che avrei davvero voluto. Me ne scuso, ma desidero almeno ringraziarvi, Paolo S, Marilena , Luigi e cara Nellina, per avermi letta e per i vostri stimolanti interventi. Un abbraccio.

  13. mi accomuno anch’io al coro di quanti hanno apprezzato questo articolo; il tema in effetti si presta spesso (soprattutto per quanto riguarda la poesia) al rischio di strumentalizzazioni politiche che impoveriscono la discussione. A me pare invece che tu abbia affrontato con equilibrio e con notevoli capacità stilistiche il delicato argomento, offrendo ai lettori interessanti spunti di riflessione. Grazie davvero!
    Luciano

  14. Posso solo dire con sollievo che ho trovato qualcuno che sa realmente di cosa sta parlando! Lei sicuramente sa come portare un problema alla luce e renderlo importante. Altre persone hanno bisogno di leggere questo e capire questo lato della storia.

  15. Grazie Luciano e grazie all’ultimo amico intervenuto al quale confermo la mia tendenza ad osservare Storia e Storia della letteratura in modo ipercritico. Per quanto mi riguarda prescindo da ogni assunto e mi pongo da revisionista di fronte a varie questioni.

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