da L’altra, di Lucetta Frisa

da L’altra, di Lucetta Frisa.

   

   

 

Lucetta Frisa è poeta, scrittrice e traduttrice. Diversi i suoi libri di poesia, tra mito, autobiografia e metafisica (La follia dei morti, Notte alta, L’altra, Se fossimo immortali, Ritorno alla spiaggia, L’emozione dell’aria, Sonetti dolenti e balordi). È presente in varie riviste e antologie. Ha tradotto Henri Michaux, Sulla via dei segni, e due libri di Bernard Noël, Artaud e Paule e L’ombra del doppio. Ha vinto il Premio Lerici-Pea (2005) per l’Inedito e l’Astrolabio (2011) per il complesso della sua opera. In prosa scrive un libro di racconti, La torre della luna nera. Cinque i libri in coppia con Marco Ercolani: L’atelier e altri racconti, Nodi del cuore, Anime strane e Sento le voci (questi ultimi due anche in traduzione francese) e Il muro dove volano gli uccelli.

Lucetta Frisa ha selezionato per i lettori di Versante Ripido queste poesie dal suo L’altra, Manni ed., 2001:

    

Immagina
devi portare il presente qui
se non vuoi morire.
immagina immagina
non smettere di ritradurre
pietra scheletro osso
-il meteorite precipitato su pagina
che sfavilla.
Non staccare la mano:
interrompi ragionamenti mortali
per millimetri.
In fretta più in fretta
Immagina respira obbedisci
alla disciplina dei vivi
che l’aria non ti si strappi
e il cardiogramma si fermi
fra vivo e morto

***

Vorrei cambiare vita
abitudini faccia casa stile
in poche parole: morire.
Ricominciare
con uno scarabocchio stupefatto.

Aiutami a comperarmi abiti nuovi
aiutami a truccarmi di versi mai scritti.

***

Impazzisci, impazzisci –
è una questione di millimetri.
I pensieri sotto il respiro
l’occhio sottoterra
non resistono più di tanto
– se ne vanno.
Che aria tira nella mia nicchia
nel pianto
tra le parole terapeutiche
che aria c’è?
Voglio un luogo di pace nella mia pelle.
Nessun luogo è beato – mi dici –
si tratta solo di scegliere tra inferni.

***

Làsciati andare
spegni la luce
andare dove
dove si va
dopo l’ingresso nei sogni?
Qualcuno veglia ferocemente
o è solo un velo appena mosso.
Non si sa.
Anche i sogni si aggirano in  prigione
anche le stelle.
A volte le parole comandano
tra loro si parlano
strappano dalla testa grovigli
e se ne vanno sfondando buchi
– piccoli universi
dove stavo prima di loro.

***

Scrivesse  in follia i veri saggi non scrivono sono
la loro parola gli animali non scrivono
sono dentro di loro perfetti nessuno che voglia
cancellare il mondo neppure cambiarlo o rimpiangerlo
una radiografia la sua scrittura
di nervi e sinapsi, il dono vorrebbe
– sacro – di non scrivere quello che non si può.

***

Se avesse un dono
per strisciare biscia a terra
amore avesse come a piedi nudi si va
verso un tempio o gli uomini
Dio avesse
follia avesse
voragine nello stomaco affamato di esistere
esistere anche nel buio con le labbra morsicate
(ricorda solo scene d’infanzia come sogni)
avesse il dono della realtà
e volesse incendiarla
non lasciarla mai illesa, mai in pace
quando era viva con la sua prima parola
la sua prima poesia  la sua prima morte
e non così lontana
fatta insensibile dalla malinconia
in una stanza riscaldata.

***

Dobbiamo avere dignità
– perché  si parla solo coi morti i folli gli spiriti delle cose
balorde e inutili –
la muta dignità degli animali morenti.

Così si dissero quella sera
incoronandosi re e regina
davanti alla notte.

***

L’oscurità ha le sue mappe di materia
perché allora non parlare della luce
non sa come rispondere per lei è la stessa cosa
perché i vuoti si colmano e ritornano vuoti
secondo i suoi pensosi umori.
Non si chiede più da dove viene
e soprattutto dove andrà:
il futuro è un po’ di luce atterrita.
Il cielo del sogno scioglie i nodi
e lei non sa se sta dormendo o veglia
o se follia la culla.

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