Landai, rubrica di Marco Ribani

Landai, rubrica di Marco Ribani.

   

   

Landai significa “piccolo serpente velenoso” in lingua Pashto l’etnia largamente più rappresentata dell’Afghanistan: si tratta di poesie popolari, composte da due versi, che perdono la loro origine non appena vengono recitate. Un landai non appartiene neppure a chi lo crea, le persone dicono di “ripeterlo” o di “condividerlo” anche quando è nato nella loro mente. Gli uomini possono inventare e recitare queste poesie che però, quasi esclusivamente, hanno per voce narrante una donna. Si può quindi dire che il landai appartenga alle donne e che sia l’espressione delle donne nei bisogni della vita quotidiana. I temi generali come la libertà e l’amore si traducono in rivendicazioni contro i matrimoni combinati, la vendita delle spose bambine. L’esigenza di un riconoscimento come soggetto sociale rivendica il diritto all’istruzione e da qui alla libertà di espressione. Il tema della guerra emerge sia con l’odio per l’invasore che con il lamento delle madri per la perdita dei figli. Emergono, spesso in modo salace, le esigenze del corpo,delle libertà sessuale. Tutte cose che, a torto o a ragione, in occidente diamo per scontate. Ma in quelle terre la repressione è tale che viene ben rappresentata dal titolo di un bellissimo libro dedicato al landay “Il suicidio e il canto”.Le donne scelgono spesso di morire, piuttosto che vivere nei rigidi canoni della tradizione. Di qui la scelta di questo distico come emblema della lotta della libertà e dell’emancipazione delle donne a livello internazionale. Prendendo chiaramente la parte delle donne in quella che è una vera e propria guerra di genere a livello planetario, dove le donne vengono uccise in quanto donne, vorremmo inaugurare un percorso di rappresentazione e di smascheramento, di donne e di uomini che si confrontano, attraverso il dialogo. Mostrare quanto sia tragicamente presente anche in occidente questa concezione della donna che nei fatti, autorizza l’uomo a comportamenti violenti fino alla privazione della vita della donna. Sono già state fatte varie iniziative in questo senso, molte donne e pochi uomini si sono mobilitate e organizzate scegliendo questo simbolo come legame comune. Nel prendere parte a questo movimento, poichè siamo parte di un mondo di poesia e di poeti, vorremmo solo dichiarare un punto fermo. Le guerre sono tutte cruente e ingiuste, la guerra contro le donne è però particolarmente odiosa, insopportabile per ogni persona che sia onesta con se stessa. A fronte di questo non c’è spazio per una poesia che fa vacua rappresentazione di sè o cerca di mettere il belletto al sangue dei corpi massacrati. Non una vetrina, quindi, in cui, come spesso accade, ci si compiace di vedere il proprio nome in ogni dove.
Dunque proporremo in questa rubrica poesie di donne  e di uomini, non per forza metricamente legate ai landai ma ad essi legate dal tema: il tema della schiavitù di genere, della guerra di un genere umano contro un altro che ha pari diritto di dignità e di rispetto, del terribile pregiudizio della forza contro la ragione. M.R.

ERWITT GENTE

della poetessa Noorjahan Akbar:

    

Quando Mah Gul è stata decapitata
Il mondo non ha tremato

Quando Mah Gul è stata decapitata, nessuno ha acceso una candela. Nessuno ha pregato per lei.
Nessuno l’ha fotografata. Nessuno ha affisso manifesti con il suo nome e la sua immagine, in città.
Nessuno ha registrato la storia della sua vita, i suoi sogni, la sua felicità, la sua tristezza, il suo sorriso o il modo in cui guardava.
Quando Mah Gul è stata decapitata, nessuno l’ha lodata per la sua integrità, per il suo coraggio, per la sua moralità.
Quando Mah Gul è stata decapitata, i miei amici su Facebook stavano scrivendo dei loro cibi preferiti e dei loro giorni difficili.
Quando Mah Gul è stata decapitata, ragazzi afgani spensierati stavano dicendo “sgualdrina” a una ragazza.
Quando Mah Gul è stata decapitata, i talebani stavano usando donne come scudi umani per portare i loro feriti negli ospedali.
Quando Mah Gul è stata decapitata, stanchi poliziotti afgani stavano fumando una sigaretta in cima alla collina di Maranjan.
Quando Mah Gul è stata decapitata, un poeta scriveva della fragranza delle labbra del suo amore.
Quando Mah Gul è stata decapitata, i giornali discutevano del dibattito presidenziale in America.
Quando Mah Gul è stata decapitata, un soldato in Afghanistan stava scrivendo una lettera al figlio.
Quando Mah Gul è stata decapitata, insegnanti afgani stavano riscrivendo una storia noiosa e storta sulle lavagne.
Quando Mah Gul è stata decapitata, una prostituta di Kabul si appoggiava ad un muro freddo, piangendo di fame.
Quando Mah Gul è stata decapitata, la televisione afgana trasmetteva soap-opere provenienti dall’India.
Quando Mah Gul è stata decapitata, il nostro vicino stava ancora picchiando la suasiasar*.
Quando Mah Gul è stata decapitata, le donne di Herat stavano appendendo camicie ad asciugare e speravano che, almeno quelle, avrebbero sperimentato della libertà.
Quando Mah Gul è stata decapitata, donne americane praticavano lo yoga per alleviare il loro stress.
Quando Mah Gul è stata decapitata, un “intellettuale” in Afghanistan ha commentato su come le donne indossino sciarpe più piccole, ora, e un mullah locale predicava sulle ragazze operaie che promuovono la prostituzione.
Quando Mah Gul è stata decapitata, Angelina Jolie non l’ha saputo.
Quando Mah Gul è stata decapitata, le nostre scolare non hanno indossato sciarpe nere di lutto per lei.
Quando Mah Gul è stata decapitata, il Presidente era impegnato.
Quando Mah Gul è stata decapitata, il mondo non ha tremato. In ogni parte del mondo, la gente segue la catena di montaggio della propria vita.
Quando Mah Gul è stata decapitata sua madre ha sorriso, perché sua figlia era, alla fine, libera.

*siasar: termine derogatorio per “donna” o “moglie”.

4_Gianni-Berengo-Gardin_Normandia-1933

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: