Langston Huges di Gabriella Modica

Langston Huges di Gabriella Modica.

   

  

E la storia si ripete. Forse.
L’espressione speciazione indica la relazione fra usi, costumi e consumi dettati da agenti esterni (chiamiamoli media), chi li riceve (consumatori passivi), e chi li rifiuta (media e consumatori passivi li chiamano utopisti). Insomma, l’evoluzione della specie è un fatto di coscienza, e consiste nella decisione di cambiare canale, cercare altro, riformulare creativamente il programma.
  
Ma parliamo di poesia.
  

Immagine1Langston Huges è nato nel 1902 e su Wikipedia italiana non è morto. Ciò ha una sua logica perchè Huges, è uno dei padri della poesia jazzata. E i padri non muoiono mai.
Langston Huges fece in tempo ad imprimere come un marchio a fuoco, l’essenza del linguaggio Afroamericano alla lingua Americana evocandola proprio dal cuore dell’Africa. In qualche modo, contribuì a recuperare, rimettendolo in movimento, quello stato di coscienza in cui ritmo, danze, corpo e linguaggio costituiscono l’intento condiviso e vivente nello spirito di un popolo, di esistere come entità che espleta la sua funzione taumaturgica: favorire adattamento, cambiamento e infine sopravvivenza. Sebbene fosse nato all’inizio del Ventesimo Secolo, Huges aveva ereditato il senso di smarrimento, di inadeguatezza al luogo in cui viveva e alla lingua che parlava, dagli antenati che tre secoli prima erano stati resi schiavi dai coloni cattolici e trasformati in oggetti esclusivamente finalizzati allo sfruttamento da parte di un padrone. La produzione poetica di Huges, nel frammento qui proposto, ma anche negli altri che hanno reso celebre il suo nome, è un felice tentativo di ricerca della comprensione di tale stato. Felice perché, va a centrare un bersaglio preciso, che le genti d’Africa in realtà non hanno mai perso: la dimensione collettiva della spiritualità, che in questi popoli è totale, ed intimamente legata alla musica:
  
  

So long, so far away
  
So long,
So far away
Is Africa.
Not even memories alive
Save those that history book create,
Save those that songs
Beat back into blood–
Beat out of blood with words sad-sung
In stranger un-Negro tongue–
So long,
So far away
Is Africa.

   

Subdued and time-lost
Are the drums–and yet
Through some vast mist of race
There comes this song
I do not understand.
This song of atavistic land,
Of bitter yearnings lost
Without a place–
So long,
So far away
Is Africa’s
Dark face.
  
  
Così lunga,
Così lontana
È l’Africa.
Nemmeno la memoria dei vivi
Salva chi ha fatto i libri di storia
Salva coloro i cui canti
Battono dentro, nel sangue–
Battono fuori dal sangue con parole, tristi, cantate
In una lingua straniera non-Negra–
Così lunga,
Così lontana
È l’Africa.
  
Sommessi, in un tempo perduto
Sono i tamburi, eppure
Da quella sorta di grande nebbia
Giunge questa canzone
Che non capisco.
Questa canzone di una terra atavica,
Di amari aneliti perduti
Senza un posto–
Così lungo,
Così lontano
È il lato oscuro
Dell’Africa.
  

  
Tribal-Jazz_main_image_objectil Jazz è la più ampia delle possibilità di interpretazione del sentire e dell’agire delle società. Quanto più una civiltà si ritrova compressa da un sistema che impone vincoli come povertà, religione, schiavitù, razzismo, ceto, sesso, cultura etc., tanto più l’esigenza di esistere si manifesta nel cambiamento. Nel caso di quelli che si sarebbero poi denominati Afroamericani, questo stato di coscienza è riemerso in un tempo relativamente breve. Fino al momento della loro deportazione questi popoli erano vissuti in uno stato primitivo (leggasi mentalmente incontaminato dal solo intelletto), in cui fra sogno e realtà non esisteva alcuna distinzione. Ma quello che in altre situazioni storiche ha minato seriamente l’integrità di interi popoli, nel caso delle genti d’Africa si è trasformato nella grande opportunità di arricchire il resto del mondo con la contagiosa solarità che le contraddistingue. Quando fu loro imposto di non danzare le loro danze e non cantare i loro canti, loro danzarono e cantarono lodi al signore Cattolico, ma alla loro maniera. Quando fu loro impedito di usare i tamburi, loro batterono il ritmo sul corpo. Poi, cosa avvenne di preciso non si capì ma pare che in un momento preciso della storia tutti i musicisti si dettero convegno in un misterioso luogo chiamato New Orleans per mettere a punto non si sa quale misterioso piano e poi, come un formicaio in rivolta, i jazzisti si stesero a macchia d’olio in tutto il mondo, e i loro ritmi si consegnarono ai bianchi, ai gialli, persino ai fondali marini…Quello del jazz è il battito cardiaco della Terra, in ogni situazione, variazione, imprevisto, improvvisazione. Uno straordinario esempio di speciazione utopistica.
Il cambiamento si autoproduce da un altrove che è dentro l’uomo. Bisogna guardarsi dentro e chiedersi realmente cos’è che non va. L’occidentale medio è schiavo di un delirio con le catene alle articolazioni, il cui clangore ha un ritmo sincopato al brusio delle domande che chiedono risposte la cui origine è un ago nel pagliaio delle speculazioni intellettuali. Che tradotto vuol dire che è molto confuso. Invece gli Afroamericani sapevano che per cambiare la loro condizione dovevano tutti mettersi in ipercomunicazione e fare quello che avevano sempre fatto: danzare, suonare, cantare quindi, pregare con e per Madre Terra, con e per l’intero Cosmo.
Una volta un saggio (di quelli veri) disse: ogni civiltà che affronta momenti simili dovrebbe sentirsi onorata di ritrovarcisi faccia a faccia perché questo vuol dire che essa è in grado di superarli.
Gli schiavi, gli antenati d’Africa, raccontavano sempre il loro sentire, la loro storia, i loro sogni con chiarezza e semplicità perché partoriti da uno dei più spaventosi incubi che una realtà fatta di parole assai convenienti si fosse mai potuta inventare. Il problema è che gli schiavi, avevano un linguaggio completamente diverso, e ben più forbito di una semplice lingua parlata e tante false rappresentazioni della realtà. Ma questo, i padroni non potevano saperlo.
  
  
UN SOGNO RINVIATO
  
Che succede ad un sogno rinviato?
Forse si secca
come un chicco d’uva al sole?
O come una ferita
poi macera?
Ha il fetore della carne putrida?
O fa la crosta, come un dolce,
zuccherosa e umida?
Forse è solo
un carico pesante.
O forse scoppierà?

http://www.learner.org/catalog/extras/vvspot/Hughes.html

http://www.kansasheritage.org/crossingboundaries/page6e1.html

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