Lapidi di Gianni Rodari con una nota di Franco Castellani

Lapidi di Gianni Rodari con una nota di Franco Castellani.

   

   

Poesia lepidaria [1]

Lapide seconda

   

A QUESTA PORTA

IN SEGUITO

A INFORMAZIONE INESATTA

BUSSÒ NEL QUATTORDICI

IL RAGIONIER FEDERICO GIOBATTA

DA PORTOFINO

DIMANDANDO DI GIACOMINO

SOLERTE E SEVERA

RISPONDEVAGLI PORTIERA

NESSUN GIACOMINO QUI RISIEDE

NÉ MAI RISIEDETTE

NÉ MAI RISIEDERÀ

RAGIONÒ IL RAGIONIERE

NON SI PUÒ MAI SAPERE

CHI VIVRÀ VEDRÀ

***

Lapide quattordicesima

   

NELLA SALETTA RISERVATA

DI QUESTA ANTICA E RINOMATA

EX CASA DI TOLLERANZA

ORE SERENE E DI SUA VITA FORSE

LE PIÚ DOLCI

FRA L’AUTUNNO DEL ’35

E L’ESTATTE DEL ’58

TRASCORSE

CARLO EMANUELE FELICE

FILIBERTO FRANCALANZA

PROFESSORE DI STORIA E FILOSOFIA

NEL CIVICO LICEO SAN GEREMIA

CONTEMPLÒ APPREZZÒ FREQUENTÒ

AMÒ

SECONDO LA QUINDICINA

GINA MARTINA LA MORA LA TOPOLINO

LILIANA ANNALISA  LA ROSSA GELSOMINA

LA PESCATORA LA BADESSA CLOTILDE

MARAINNA LA ZINGARA LUANA LILÌ WALLY

NELLY MOLLY MARÌ LA LUNGARA

LA LUPA DI FERRARA

CON TUTTE CORTESE DI MODI DI MANCE

GENEROSO

SPIRITO ELETTO

TENEVA LE SCARPE A LETTO

 ***

245073.501  

Da Otto Lapidi

1

   

A ETERNA MEMORIA

DI EUSTACCHIO TIRINTACCHI

DI SCACCHI MAESTRO DI ABBACCHI

ESTIMATORE DI VECCHI

COCCHI RACCOGLITORE VENERANDO

CHE IN QUESTA CITTÀ SPOSTANDO

CON FERMISSIMA MANO

DUE PEDINE TRE PEDONI UN CICLISTA

UNA TORRE CAMPANARIA UN VESPASIANO

CONSEGUIVA IL MONDIAL CAMPIONARIO

E IN TANTA GLORIA SEMLICISTA

NON RIFIUTAVA L’OMAGGIO DI UNA CAMOMILLA

NEL VENTICINQUESIMO ANNIVERSARIO

DELLA SUA PARTENZA

CON L’ACCELERATO PER COSENZA

DELLE QUINDICI E UN PO’

IL COMUNE

POSÒ

***

6

  

ZENADIA ZENOBIA DEI CONTI DI SAN ZENONE

DA QUESTO VERONE

IN SUL TRAMONTO DEL 7 DI MAGGIO

1910, 35

ASSISTENDO AL PUBBLICO PASSEGGIO

RIVOLTA ALLA ZIA

CHE TENEALE AFFETTUOSAMENTE COMPAGNIA

MI PIACE ESCLAMAVA IL CONTE DI CORCONTENTO

AMMIRA DI GRAZIA IL SUO

GRAZIOSO PORTAMENTO

IL CONTE HA BUON CONTO HA GRANDE APPARTAMENTO

HA CANI CUOCHI COCCHI COCCHIERI UOVA À LA COQUE

CHE DEGG’IO FAR CHE MI CONSIGLI O ZIA

UN CANE ABBAIANDO

AI POSTERI FURAVA

LA RISPOSTA

IL CONTE RITIRAVASI NEL CONTADO

E MESTA TRASCORREVA

L’ESISTENZA

PASSANDO I RIVI A  GUADO

 ***

   

Lo-Schiaccianoci-un-momento-dellesibizione

NOTA DI FRANCO CASTELLANI

  

Nonostante qualcuno abbia già speso delle parole [2], le poesie di Rodari che qui si ripropongono sono poco note al largo pubblico. Data la singolarità di queste liriche, sia in quanto tali che rispetto alla produzione letteraria dell’autore, è utile a nostro avviso pubblicare di nuovo alcune liriche. Non è dubbio che la Poesia lepidaria [3] di Rodari – «zona […] che merita un’attenzione particolare» (Sanguineti) – attui una parodia del «codice chiuso» e « morto» del genere lapidario. La parodia in fondo è già annuciata dal titolo stesso per la paronomasia di sostrato che contiene tra ‘lapide’ e ‘lepido’. Però, la scelta del registro parodico diventa pure il pretesto stilistico che permette a Rodari di usare alcune procedure ‘adulte’ di «grammatica della fantasia» nell’ordine, privilegiato in questa «zona», del significante. Il merito di quella «attenzione» è dato dalla natura cifrata e uniforme dell’esecuzione che impronta le poesie lepidarie e dalla loro diversità rispetto alle liriche della seconda sezione del libretto, stilisticamente connesse all’esperienze più note di Rodari (favole e filastrocche). Una diversità che, senza procedere dal nulla come scarto improvviso, è già postulata dagli enunciati di poetica della sua «Grammatica» (ma solo l’esecuzione, sappiamo, convalida le formulazioni). Con la citazione seguente, Rodari ci rivela una delle tecniche applicate nelle «lapidi»: «una parola, gettata  nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni». Nel caso che l’affermazione non risulti chiara, con il suo contenuto di poetica, Rodari continua esemplificando: «Prendo ad esempio la parola “sasso”. Cadendo nella mente essa si trascina dietro, o urta, o evita, insomma, variamente si mette in contatto: con tutte le parole che cominciano con s ma non continuano con a, come “semina” […]; con tutte le parole che cominciano con sa, come “santo” […]; con tutte le parole che rimano in asso, come  “basso” […]; con tutte le parole che le stanno accanto, nel deposito lessicale, per via di significato: “pietra”, “marmo”»[4]. È sufficiente proporre pochi versi della Lapide 6 per trovare attuato il procedimento: «ZENAIDA ZENOBIA […] DI SAN ZENONE»; «HA CANI CUOCHI COCCHI COCCHIERI UOVA A’ LA COQUE» (vv. 1 e 6). Si assiste a una sequenza di parole simili, perché dotate di minime variazioni foniche, ma che – a causa della loro diversità semantica e per la loro ravvicinata combinazione nel verso – producono una forma di “straniamento” di cui parlava Sklovskij (e altri formalisti)[5]. Sebbene più che di straniamento, dato che non si verifica una combinazione morfologica di unità inconciliabili (tipo il sintagma «petalo antelucano» di Zanzotto), è conveniente parlare di singolare elencazione. Una esemplificazione, dicevo, che rimanda al concetto linguistico, qui implicito, di «asse paradigmatico»[6]. Si compie normalmente, come primo atto mentale della comunicazione, la selezione di parole a vantaggio di una prescelta da inserire nel contesto della frase. Rodari rovescia questa operazione. Non esclude, ma recupera tutto il capitale di parole che emerge con lo sforzo di ricerca della memoria: parole vicine per sinonimia, ma, nel caso delle lepidarie, principalmente per fonicità. Termini che s’integrano tra di loro non tanto sull’ «asse sintagmatico»[7] (ossia sul piano dell’«accordo morfologico», della «collocazione sintattica» delle parole – Altieri Biagi) quanto, inventiamo noi arbitrariamente, sull’asse del ‘significante’ che regola essenzialmente queste poesie. Già lo stesso titolo, Poesia lepidaria, annuncia il gioco verbale. Infatti l’aggettivo «lepidaria», di nuovo conio rispetto al consueto ‘lepido’, scaturisce da un bisticcio occulto, ricalcato mentalmente su ‘lapidaria’ (attributo idoneo se fosse mantenuto il genere). Rivela da subito la natura di «capriola lessicale» e parodica delle poesie che seguiranno. Una parodia esercitata verso l’uso globale della lingua, e non solo verso le iscrizioni: è una poesia ‘lepida’ che gioca con la profondità fonologica («LILI’ WALLY / NELLY MOLLY MARI’»; Lapide quattordicesima, 19-20), e semantica («RAGIONO’ IL RAGIONIERE»; Lapide seconda, 13) della parola, ossia con le sue risorse connotative, e così facendo la poesia punta tutto sul significante. Rodari insomma, rovescia la normale subordinazione del significante (inteso come sistema di relazioni foniche) al significato: lo fa emergere e lo impone come livello esclusivo, autonomo, di comunicazione. È il significato che diventa pretesto per le associazioni verbali, e subalterno al significante, al «senso del nonsenso», a tutto il repertorio che avvicina Rodari ai surrealisti. Nella Lapide seconda si può cogliere un esempio di questo rovesciamento: un certo Giobatta infatti, bussando alla porta della lapide, chiede alla portiera se vi risiede un tale Giacomino di cui non esiste traccia; e la battuta finale del componimento («CHI VIVRÀ VEDRÀ») è inserita sia per ragioni di simmetria fonica col verso precedente («RAGIONÒ IL RAGIONIERE») sia per concludere con un epilogo ironicamente gnomico, per la sua ovvietà. Lo stile usato da Rodari intende parodiare quello delle iscrizioni, avvertito ormai retorico e inattuale. Di conseguenza il genere delle iscrizioni lapidare è materia che si presta perfettamente alla parodia linguistica. E sia pure per corrompere, la parodia deve contenere al suo interno le articolazioni (i vezzi) del testo da ironizzare. Così Rodari recupera gli stilemi impiegati nelle iscrizioni funerarie, che diventano fuzionali, perché rifunzionalizzati, alla «autonomia del significante». Tali figure, e con esse le procedure che implicano, ricorrono così frequentemente da far apparire le poesie della serie come le varianti di un testo unico. Per dare un’idea, propongo qui di seguito un brevissimo elenco di alcuni fenomeni metrico-retorici usati. Si va dall’uso marcato dell’anafora:

   

IN SEGUITO

A INFORMAZIONE INESATTA

(Lapide seconda, 2-3)

   

A SEDICI ORE

SALVO ERRORE

E SARVOGNUNO

[…]

PUNGENTE

PUNGEVALA AL PUNTO

(Lapide tredicesima, 2-4, 8-9),

    

all’impiego dell’allitterazione, contaminata a volte dalla ripetizione di fonemi interni (quale i monemi), o di gruppi sillabici [8]:

   

A PERENTORIO PERIFRASTICO RICORDO

DI ARTURO CONTARDO

DEI DUCHI DI SAN SORDO

FORSE

CHE SOLITARIO

(Lapide 3, 1-4)

danza-ottocentesca   

In questi casi, sia l’anafora che l’allitterazione diventano il vero legame che unisce le parti del testo e sostituisce quello logico della sintassi, il quale riveste un ruolo secondario nelle poesie lepidarie. Rodari ancora induce a raddoppiare i suoni, abbinando le rime (generalmente baciate per la facilità di esecuzione, e di movimento che danno) con assonanze, consonanze e rime interne. Anche l’uso di nomi paradossali contribuisce alla moltiplicazione fonica come accade nei seguenti versi: «A ETERNA MEMORIA / DI EUSTACCHIO TIRINTACCHI / DI SCACCHI MAESTRO DI ABBACCHI / ESTIMATORE DI VECCHI / COCCHI RACCOGLITORE VENERANDO» (Lapide 1, 1-5). Così come contribuisce al polisenso il doppio anagramma del verso «RENATA NATA RETANA» (Lapide, 5-6). L’ottonario è incentrato sulla parola NATA che innesca una rima (ATA) e un’assonanza (ANA) col primo e il secondo termine. Ma non è tutto: NATA è anche anagramma delle sillabe finali (-TANA) della parola RETANA  la quale, a sua volta, è anagramma di RENATA. Non mancano infine le citazioni dotte che, a causa del contesto prosaico in cui vengono inserite, perdono volutamente e in modo ironico la loro aulicità: «ORE SERENE DI SUA VITA» (Lapide quattordicesima, 4); «IL SABATO DEL VILLAGGIO» (Lapide quindicesima, 21). Si assiste infine, addirittura, all’uso della rima irriverente «GOAL – DE GAULLE»[9] che richiama per tecnica quella di Gozzano che fece rimare «camicie» con «Nietzsche»[10]. Anche se il testo spesso ha la capacità di offrire significati e livelli di lettura diversi al mutare del lettore, non credo proprio che i fanciulli siano i destinatari naturali della Poesia lepidaria. In fondo lo dichiara Rodari stesso, implicitamente e con la sua «scaltra modestia», escludendo la Poesia lepidaria dalle sue raccolte e filastrocche più note. Semmai va notato che queste testi, esaltando il ruolo del significante a discapito del significato, procurano un grado di lettura di non immediata fruizione neppure per un lettore ‘adulto’ di poesia.

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[1] Queste poesie di Rodari sono tratte dal volumetto Il cavallo saggio con la prefazione di E. Sanguineti, Roma, Editori Riuniti, 1990.

[2] Cfr.  «Schedario», 1990.

[3] La Poesia lepidaria costituisce la prima sezione di liriche delle due che compongono il già citato volumetto di Rodari, Il cavallo saggio.

[4] Cfr. G. Rodari, Grammatica della fantasia, Torino, Einaudi, 1973, pp. 7-8.

[5] Cfr. L’arte come procedimento di V. Sklovskij, in I formalisti russi, a c. di T. Todorov, Torino, Einaudi, 1968, p. 73 e sgg.

[6]Cfr. G. Rodari, Grammatica della fantasia, op. cit., p. 14: «Tecnicamente, il gioco delle associazioni si svolgeva su quello che i linguisti chiamano “asse della selezione” (Jakobson), come una ricerca delle parole vicine lungo la catena del significato».

[7] Ibidem, p. 14: «Nel lavoro del poeta, dice Jakobson, l'”asse della selezione” si proietta sull'”asse della combinazione”: può essere un suono (una rima) a evocare un significato, un’analogia verbale a suscitare la metafora».

[8] Di tale amalgama e addizione fonica dà una sintesi esemplare la Lapide quattordicesima, nei versi (17-22) seguenti: «SECONDO LA QUINDICINA / GINA MARTINA LA MORA LA TOPOLINO / LILIANA ANNALISA LA ROSSA GELSOMINA / LA PESCATORA LA BADESSA CLOTILDE / MARIANNA LA ZINGARA LUANA LILI’ WALLY / NELLY MOLLY MARI’ LA LUNGARA / LA LUPA DI FERRARA / CON TUTTE CORTESE DI MODI DI MANCE».

[9] Cfr. Metamorfosi, vv. 8-9, in G. Rodari, Il cavallo saggio, op. cit., p. 9.

[10] Cfr. La signorina Felicita (vv. 308 e 311), di Gozzano.

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