Latitudini delle braccia di Nino Iacovella. Recensione di Massimiliano Damaggio

Latitudini delle braccia di Nino Iacovella, deComporre edizioni. Recensione di Massimiliano Damaggio.

            

                    

cop-xQuello che bisogna pagare è la solitudine. Solitudine, isolamento, per fare qualcosa di buono. Bisogna starsene appartati, come in eccessiva riservatezza. Non bisogna avere fretta, non bisogna pensare che si stia facendo qualcosa di buono. Per scrivere un grande libro. Scrivere, perché è la propria natura. Basta. Ogni altra cosa degenera in comportamenti inutili. Bisogna essere prima di tutto delle persone vere e proprie, non uno dei tanti manichini semoventi che popolano i marciapiedi. Questo essere coerenti, questa umiltà costituiscono il perno sul quale s’innesta una buona poesia. Tutto il resto è uno svago letterario di cui si nutrono molti altri.

Bisogna dimostrarle, queste cose, come ha fatto Nino Iacovella. Ci ha messo molto tempo ma ha scritto uno dei libri di poesia più belli pubblicati negli ultimi anni. E, da ultimo, ha pubblicato per una neonata piccolissima casa editrice che non ha né nome, ma se lo farà presto, né distribuzione. “Latitudini delle braccia” è un libro che, fossi stato un editore, mi sarei sentito in dovere di pubblicare: davanti a un gran lavoro non c’è né ignoranza né titubanza né lobby che possa tenere; lo si pubblica e basta. Iacovella ha scelto “deComporre” perché crede in quel progetto e, soprattutto, nelle persone che lo hanno intrapreso. E’ un atto d’amore, come atto d’amore sono i suoi testi. Amore, anzitutto, per una poesia che va oltre il fatto di essere scritta per piacere ad altri o, peggio, a se stessi o, peggio: piacere. Sono testi da ogni punto di vista universali che coinvolgono chiunque. Rispetto per un genere distrutto dagli stessi poeti e dall’istituzione letteraria che ne la vuole rappresentare. Questo rispetto se lo è sudato, passando anni in totale anonimato, in disparte, in lunghe letture, in riscritture, fino ad ottenere il risultato più importante che tutti vorremmo raggiungere: lo stupore di chi lo legge. Lo stupore, ad esempio, di Giampiero Neri, che, in una lettera di profonda umanità e poca letteratura (cosa che riesce solo ai poeti veri e propri), gli ha scritto: Ma io non so niente di te, cosa fai per vivere, da dove vieni, da quale città o paese. Mi aveva interessato la tua fisionomia, i tuoi modi, ma non immaginavo una tale forza di scrittura. Formidabile. “Latitudini delle braccia” è il poema che ci aspettavamo sulla guerra e sulla pace (perché dopo la guerra viene la pace e la guerra rimane negli occhi).

Messa da parte la velleità di “fare il poeta” o di “arrivare”, Iacovella è poeta ed arriva dove bisogna: a una scrittura che ha il grande respiro delle opere che lasciano un segno. Umiltà.

“Latitudini delle braccia” è un libro bene articolato e oscuro, non certo per lettura ma perché immerso nella nebbia della guerra (Neri). Eppure da ogni testo fuoriesce una luce indevastabile. La guerra in Abruzzo, terra cui Iacovella appartiene nel profondo: una storia di persone che si alzano dal silenzio e oppongono all’orrore una serie di piccole storie di personale resistenza, di minimo eroismo del cuore, di chi resiste nel fondo della carne e per strada raccoglie il dolore comune, e lo condivide. Dalla seconda guerra mondiale, che si svolge per metà del libro, ad altri generi di guerre: quella del dolore quotidiano e della nostra conclamata, ma celata, inconsistenza contemporanea, in ospedale come al centro commerciale, cui Iacovella risponde con l’unica cosa possibile: umanità. Fino all’oscurità vera e propria, quando per qualche motivo in casa manca la luce, ed è, ancora una volta, la solitudine la cosa nera con cui fare i conti.

Nella bellissima introduzione di Alessandra Paganardi si legge: Iacovella si assume per intero la responsabilità di un passato non scelto, spesso neppure vissuto, che nel bene e nel male preme nel suo sguardo quale inestinguibile eredità transgenerazionale. È il “passato che non passa”, il pegno heideggeriano dell’essere gettati nel mondo. È la serie di fotogrammi ideali che fermarono i gesti, le rinunce, i limiti da cui siamo stati forgiati, e che soltanto in apparenza sono andati perduti: come un’acqua corrente essi sono arrivati alla nostra generazione, e ancora scorrono verso le successive. […] Il poeta, grazie al lungo esercizio di uno sguardo meta-individuale, può parlare all’unisono con i protagonisti di vicende anche molto remote, fino a immedesimarsi totalmente con loro (…); oppure, come in molti testi di questa raccolta, può divenire parte in absentia di una coralità che, proprio come la memoria, passa e rimane.

Io aggiungo solo una cosa, banalissima, e mi perdoneranno Iacovella e Paganardi: tutto ciò lo può fare solo un uomo che scelto di accettare e condividere la propria umanità tradita, più che pensare di farlo scrivendo poesia. Per questo è, la sua, poesia.

                           

Baade-ScenefromtheEraofNorwegianSagas

                      

Vorrei cambiare nome agli inverni
tenendo più stretto il ricordo del freddo
il gelo nelle dita dei soldati

Veder sparare ancora i tedeschi
a denti serrati dall’alto del muraglione
con occhi che spezzano a vivo
la coda inerme degli sfollati

E cercarvi lì, tra i vecchi a coprire le madri,
le madri come rifugi per sagome minute
(tra il seno e la spalla, insenature
come porti per piccole teste
spaurite nella burrasca)

Sul paese come un’ombra la linea Gustav,
tracciato d’inchiostro sulle rovine,
il confine tra chi si butta a terra
prima o dopo lo sparo

*

Dissero che fu la giornata storta del cecchino,
il freddo a cristallizzare l’occhio che mirava,
eppure la testa di Maria era un’orbita
destinata alla rotta del proiettile,
l’orma di un volto già
disegnata nel fango

(Il dubbio di una traiettoria
nel trovarsi di fronte al corpo:
puntare dentro, fermarsi all’osso
oppure schivare per lo sterrato)

Quando il sibilo rasentò la carne
la ragazza cedette sulle ginocchia
come fosse già in preghiera
corpo cavo per accogliere miracoli…

Tenève l’età tè, quand’à scuppiat la guerre
mi disse un giorno mio padre
so raccòte zijete da’nterre,
ca avè viste la morte’nfacce:
nu culp javé passate a du dete da lu colle
j’avè fatte sole nu busce a la sciarpe
(*)

(*) Avevo la tua età quando scoppiò la guerra / mi disse un giorno mio padre / ho raccolto tua zia da terra / che aveva la morte negli occhi: / una pallottola le era passata a due dita / dal collo, le fece solo un foro sulla sciarpa

 

*

Gli anni nascosti dietro la collina
ritrovati all’apice di un giorno:
adesso siamo il recinto di un giardino
dove nitido si scorge il filo spinato
A stringere questi nodi di memoria

è come mostrare il petto al nemico,
volersi ferire, rovesciando colori a terra,
far finta che non siano solo sangue

Con mani legate siamo in attesa
che si assesti di nuovo, colpo su colpo,
il battito sulla raffica

Del cuore rimane un proiettile irrisolto,
una traccia murale sfarinata.

Mentre la bocca è contro il muro
con la lingua si scioglie un sapore
di sabbia e calce viva che sa ancora
dell’attesa breve dei fucilati

*

Avrebbero sfondato la porta un passo più in là
quando tra gli stipiti era già evidente il vuoto:
non avrebbero trovato nulla, nemmeno i cardini

Albina, fiore dischiuso nel lutto nell’ombra,
piccole braccia che stringevano con forza
le ginocchia cedute della madre

Aspettava un vento che asciugasse l’inverno,
la lingua rigida di una filastrocca
ripetuta ad occhi chiusi,
per non inciampare tra le lacrime

*

Con l’alito delle bestie e il tepore
della paura, la guerra respira ancora
in quel ricovero, non si è spostata
di un giorno da quelle catene,
le mani chiuse dal freddo,
i muri ceduti delle case

Per questo tornerò a leccare la parte
vuota del bicchiere, unico superstite
di un tempo rovesciato sul tavolo,
che saprà di quel vino che macchia a fondo
e mostra il rosso dall’interno della giacca

Riconosco ancora i ganci del soffitto:
erano sempre stati lì per seccare la carne
o le altre cose buone da mangiare

Ma tu chiami
come se non ci fosse voce ad avvicinarsi,
fai poggiare un passo in più nel vuoto
sino a toccarmi

Rimango solo ad ascoltarti
e si chiude il cerchio attorno al buio:

la parte ruvida della corda che ti veste
mi sfiora, e ti sento quasi cadere dal soffitto
prima del silenzio definitivo
monocorde del cappio

*

Tregua

Cessata la battaglia ognuno spala
sul proprio versante dei sopravvissuti

Il percorso della carne pulsa ancora
di sangue e sudore

Apre uno strato di gemiti e volti
aggrappati alla stessa supplica

E già un nodo riprende alla gola
fa mancare fiato alle braccia

Il tempo di trovare una lama
che scavi tra le facce
e separi le voci

*

Appoggiati a un tempo che frana
scaviamo terra di fiori sfibrati

Dal lato debole delle radici
vi è sempre un lascito di petali e polvere

Così i corpi dei caduti
quando il cumulo dello scempio
non trattiene più il suo sangue

Solo le nuvole valicano
lo sfondo delle rovine

La linea del tramonto ceduta
spezzata dai muri delle case

*

Tastando l’argilla
(a lato, un lembo di camicia affiora a piene mani)
ecco in vista i corpi martoriati, farsi parete
e muscolo della fossa

Un fiotto di luce acceca l’ingombro dei fucilati
ne assottiglia gli strati di fragilità sotterranea

La rabbia brandisce il martello del dolore
la forza necessaria per frantumarlo in pianto

Il piombo ha scavato ancora in profondità
la materia prediletta dei corpi

*

Dalla prospettiva delle case crollate
non c’è via di scampo,
una dispersione di volti
e braccia, un freddo
che avvicina a Dio

Del cielo rimane una luce tenue
che non riconosce più le strade

Nella scia dei corpi ammassati
c’è un silenzio che non trova pace,
non ha più forza il fuoco degli occhi
che si spegne tra le palpebre

*

Rimane l’aria che ci avvolge
quando il boato preme alle gambe,
deflagra a braccia aperte
come un fiore dischiuso dal suolo,
stelo poggiato su terra di rupe

È questo il punto in cui tutto non più combacia
la terra sale e pulsa, ci richiama al mondo
sino alla radice

mentre un corpo mostra la faccia
la bocca all’interno, la lingua contratta
che volge al grido le parole

*

Tutto crolla se l’altezza è al di sopra
delle rotte degli angeli

Così gli uomini, quando imitano gli stormi
senza sapere d’esser preda di caccia

La ricerca del cielo svuota le ossa
spoglia a vivo delle braccia

Del sogno pindarico rimane la sola forza
delle esplosioni che potrebbero librarci in aria

*

La poesia non può cambiare l’ordine
del dolore

Quella polvere non si poserà altrove,
piuttosto ricuce addosso la presenza
delle lapidi, insinuando al funambolo
che osa lo sguardo oltre la corda
che sovrasta le proprie rovine

Cercare ricordi, tra i muri anneriti
e le case abbandonate, noi tra le notti ancorate
con le unghie che vanno a fondo
ai bordi del materasso, avessimo visto i volti,
le madri tra i vuoti delle stanze,
avremmo un taglio più vistoso al collo
e come parole un filo di voce

Per questo lanciamo solo segnali di fumo
da posti sicuri e abbandonati

e se apriamo nascondigli
nutriamo un vuoto di formaldeide,
un lascito di brace che toglie il respiro

Lasciamo tepore, ma con parole di cenere
dopo ogni bivacco

                

Baade-StormontheNorwegianCoast

One thought on “Latitudini delle braccia di Nino Iacovella. Recensione di Massimiliano Damaggio”

  1. Un passato non scelto e nemmeno vissuto ( dice Alessandra Paganardi) ma che è arrivato a te così chiaro da lasciarmi stupita, è evidente che quello che ti è stato trasmesso/raccontato ha lasciato in te un segno profondo.
    Nella poesia in cui parli di Maria ho avuto un forte attacco di panico, ma ogni verso è riuscito a proiettarmi all’indietro in quel tempo, in quei luoghi.
    Complimenti davvero, sono tutte bellissime.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Le uscite della fanzine sono al momento sospese
 
Le uscite della fanzine sono al momento sospese.
Qui potete comunque trovare nell'archivio on line tutti i numeri realizzati nei 7 anni di attività. Siamo attivi nel nuovo blog di Versante ripido. Seguiteci.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: