Le beatitudini della malattia di Roberta Dapunt, note di Luigi Paraboschi

Le beatitudini della malattia di Roberta Dapunt, Einaudi. Note di lettura di Luigi Paraboschi.

                        

                            

Fin dal precedente lavoro della Dapunt, “ La terra più del paradiso “, avevamo intuito in lei una profondità di fede religiosa che poteva lasciare leggermente spiazzati noi lettori  di questo tempo, usi ad una laicità verbale e spirituale che attraversa quasi tutta la poesia contemporanea.

Ora ci troviamo di fronte a questo secondo volumetto che si apre con una sorta di prefazione, chiamata “ la litania delle ricordanze – il tavolo “ che rimanda a certe pitture dell’800 italiano ( ho pensato, leggendo, a Segantini, pittore della montagna e dei suoi  abitanti  ), ma ho rivisto anche certi quadri del periodo vissuto nel Borinage da Van Gogh, come “ I mangiatori di patate “ o altri schizzi e disegni di quell’epoca.

L’apertura di questo libro è di sapore intimistico e religioso : c’è un tavolo  quadrato che “ bastava a malapena  e non si contavano i piatti “ che sembra tratto da “ L’albero degli Zoccoli “ di Olmi,  e  l’ospitalità descritta  è la cifra  fondante con la quale la Dapunt apre il suo lavoro, un’ospitalità quasi religiosa, sotto la sorveglianza benedicente di una Madre che lei chiama in ladino Uma, assegnandole il carisma di divinità che guidava “ una impresa mensale dalla durata definita tra un segnarsi di croce ed un altro “,ed alla fine della quale ella “ issava con timida voce le memorie a Maria “.

Potrebbe sembrare una lettura di qualche autore di due secoli fa,  invece ci troviamo di fronte ad una persona che è grata alla Divinità che assegna il cibo al corpo, verso il quale l’autrice manifesta un profondo senso di rispetto perché esso è l’artefice dell’udito, della vista, del tatto, ed è ancora questa attenzione  al corpo che la porta a scrivere,  seppure conscia di quanto esso possa essere fragile:

Dunque, so di non errare. Non mi perdo,
finché posso tenermi forte a questo

Il corpo dunque, sede di ogni facoltà sensoriale ed intellettiva, per il quale l’autrice redige un’affermazione che ha il sapore di invocazione tremante,quasi di protezione,  con la coscienza di quanto sia devastante la malattia alla quale lei, inerme, assiste quotidianamente

Riparami dal nulla, difendimi dal non essere,
meglio la morte. Meglio la morte

Ma lo sguardo iniziale rivolto al Sé si allontana subito da questo per posarsi sopra il corpo piegato dalla malattia, dalla demenza, dalla sofferenza di Uma con cui la figlia intreccia un dialogo silenzioso, tessuto con gesti delicati, di attenzioni devote, di premure affettive che vanno al di là del rapporto stretto di parentela e diventano incarnazione di un amore nel quale la parola “ Sempre “ diventa

il senza fine , in ogni tempo

Assistiamo, leggendo, ad un progressivo calarsi amoroso dentro una malattia, l’Alzheimer, che chiude il malato dentro una sfera di “ solitudine quasi invalicabile “ fatta di un “ misterioso dialogare “  come lo definisce l’autrice, una solitudine angosciante che frantuma la volontà di coloro i quali assistono a quel progressivo disfacimento e li annulla, dialogare che in questo caso  arriva a farsi così scrittura

Voglio così come il sorbo tra i larici e gli abeti
coprirmi di infinita neve. Di bianche coltri
l’abbraccio, chiusa irreparabile del freddo, ragionare.
Spalancare le labbra e lasciarmi nevicare
lì in fondo alla bocca, infelice incontrarmi
e sciogliersi fiocco dopo fiocco fino a congelare
ed infine raccogliersi, riempirmi.

Mi voglio velare, voglio piano tacere. Sottrarmi
candidamente al complicato uso della voce.
Crescere, innevarsi il mio interno stare fuori come sto ferma.

Voglio immacolarmi. Per sempre zittire,
interrompermi e tacere. Seppellirmi dentro
e intorpidire per sempre la facoltà del solo parlare.     

In questi versi si è colpiti dal numero dei verbi ( oltre 20 ) tutti all’infinito e tutti con l’uso riflessivo, tra i quali mi viene da evidenziare : inondarmi – zittire – interrompermi- tacere – seppellirmi – intorpidire, che sembrano voler raffigurare la punizione che un corpo sano, quello dell’autrice, si vuole auto  infliggere nei confronti del corpo malato della madre, e  tutto ciò la conduce a domandarsi in altro passo :

ti guardo e ti ascolto e mi chiedo
chi di noi due abbia il corpo più contento 

C’è nella scrittura della Dapunt lo stesso stupore, la stessa silenziosa adorazione che si vede espressa in certa pittura dal ‘400 quando vengono raffigurati i pastori in visita alla mangiatoia di Betlemme : il rimanere attoniti, in quel caso di fronte all’Incarnazione in un corpo umano del Cristo, ed invece in questo caso più terreno, di fronte ad una malattia che riduce certamente il corpo della sua capacità intellettiva, ma lo rafforza nella sua sacralità di creatura, come è così bene espresso in questi versi

a cosa serve sapere e compiacersi del sapere
se non per distinguere un filo d’erba da un altro 

Un libro mistico queste “ beatitudini della malattia “ che cerca di far emergere il malato da quel mondo di scura assenza nel quale si trova sprofondato e che fa avvertire a chi lo deve assistere tutte le difficoltà delle cure, al punto da scrivere:

Riconosco il desiderio di abitarci dentro
ma è più forte il sentire questo posto una pena da scontare 

Il diario dell’assistenza a chi è colpito dal morbo è vissuto e descritto dalla Dapunt con un coraggio che talvolta rasenta l’ autolesionismo

Così mi passi accanto,
che in ogni movimento stai libera dalle cause.
Mi lasci sola, a giudicare i tuoi passi
e la mia paura della morte.               

Ma sopra i dubbi, lo sconforto, le angosce derivanti dall’assistenza quotidiana, si erge la figura di Uma, icona della fede incrollabile che fa dire alla figlia

Mi chiedo se ami il tuo tempo
tu che insegui l’Eterno in ogni preghiera
nell’abituale giorno e senza illusione di uscirne fuori.
Mai ti ho vista nel dubbio, fedele orizzonte
che anche nella demenza più sfrontata ti rimane di fronte. 

e questa icona resta anche per noi che leggiamo, qualcosa di forte, di duraturo, una scultura che si imprime nella memoria del lettore a chiudere il cerchio che si era iniziato assistendo al pranzo d’apertura, ove si diceva che eravamo ( ma io direi “ che siamo )

un’opera quotidiana che si comincia con l’intenzione di condurre a termine

copertina

4 thoughts on “Le beatitudini della malattia di Roberta Dapunt, note di Luigi Paraboschi”

  1. Ecco un regalo che mi farò per Natale, la Dapunt nel libro precedente mi ha affascinata, dopo aver letto questa tua presentazione sono sicura che proseguirà la mia predilezione per le sue poesie- Grazie Luiss

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