Le mamme dei poeti: Arosio, Attolico, Bresciani, Di Leo, Polvani, Sabia, Spagnuolo

Le mamme dei poeti: Renato Arosio, Leopoldo Attolico, Luca Bresciani, Giuseppina Di Leo, Paolo Polvani, Mara Sabia, Agostina Spagnuolo.

     

       

Vi proponiamo il punto di vista sul tema del mese di diversi autori, con una sola poesia a testa, a esemplificazione e dimostrazione di come la parola poetica possa fornire una molteplicità di spartiti aderenti a un medesimo assunto:

      

Renato Arosio

A  MIA  MAMMA

Molte sere guardo il cielo e m’incanto
per trovare lo stella più brillante, so che sei tu
una mamma dovrebbe avere perenne gioventù
…i mie occhi sono lucidi e bagnati di pianto

il dolore è stato il mio compagno di viaggio
sapevi nascondere  il tuo con una smentita
pur nella rumorosa confusione della vita
è nitida in me lo grandiosità del tuo coraggio.

Nel quaderno delle mie velate dolci memorie
ancor greve è il peso della fanciullezza preclusa
il nostro interrotto parlar mai si è concluso
vivo dei tuoi sorrisi per lenir della vita le scorie

ricordo il tempo nel collegio delle rinunce
quando ogni domenica a trovarmi venivi
stanca, ma sorridente, felice mi baciavi
con una lacrima pur nascosta, sulle guance

con dolcezza  mai più avuta, facevi sorridere il mio cuore
ora mi fa dir l’insegnamento che degli anni è ebbro
grazie dell’ironia che hai sempre messo sul mio labbro
la mia stagione si dissolve, sempre ho per te grande amore

… con la speranza di rivederci altrove!

*

Leopoldo Attolico

VIDI, MIA MADRE

Vidi, nel gioco
passeri rotolare sul tetto
e in un amen (di gioia? di paura?)
irridere l’abisso: solo uno scarto, prensile
nell’aria, per poi ricominciare daccapo
dalla prima tegola.
Nell’enfasi del sole e dei colori
-in quell’incanto
vidi, mi parve, intera la mia vita;
come una partitura
percorrere il declivio in splendido fervore di note,
verso l’ultima; e lasciarla, febbrile
all’indulgenza preoccupata di una piccola creatura
sorta dal nulla, chissà da quale Ade di sogno
e di parole venuta a darmene misura,
a fior di labbra

*

Luca Bresciani

RUMORE

A mia madre piangevano le ossa.

Il volto le restava asciutto
ma il corpo si faceva più corto
per fuggire senza indietreggiare
vicino a un uomo fatto di rumore.

Io ero un pannello fonoassorbente
come quelli ai lati delle autostrade.

I nei allargarono i fianchi
diventando adesivi di rondini
e rimasi a reggere una primavera
che né odorava e né intiepidiva.

*

Giuseppina Di Leo

PER MIA MADRE

Ci sono morti che non trovano pace
li vedo negli ospedali, in sale d’attesa
abbandonarsi nell’abbraccio, fino a perdersi.

Qualcuno è sordo o ci sente poco
e sorride incerto davanti al turpiloquio
rivoltante di chi assicura:
«Abbiamo fatto tutto il possibile».

Ci sono morti che non trovano pace.
Li trovo in fila nelle chiese
nel momento eucaristico
aprono la bocca e mostrano la lingua
come in questa sorte infinite volte
mi avvicinasti a te, nell’incontro con i tuoi occhi grigi.

E poi, parlarci senza una parola
senza nulla aggiungere
ad ogni tuo respiro, inarrivabile.

E come comprendere
le parole del sogno?

In segreto parlasti di storie
che non possono essere ascoltate.

*

Paolo Polvani

MAGIE

Ti faccio allora una magia: stacco
i tubi della flebo, chiudo l’ossigeno, ti restituisco
un respiro tranquillo, riporto la velocità del sangue
nei limiti previsti, ti dico: alzati
dal letto, esci dall’ospedale, percorri a ritroso
le stagioni, richiama il fumo dalla ciminiera, ricomponi
ogni frammento d’osso, riprendi i tuoi vestiti, esci
dalle fiamme e cammina dentro il mese di aprile,
muovi ancora i passi, allenati per nuovi
sorrisi, articola un piccolo discorso, sgranchisci
la mandibola, prova a parlare, guardaci ancora
una volta negli occhi, chiamaci per nome, cancella
quella scritta: morta l’otto di aprile.

*

Mara Sabia

MADRE DOLCISSIMA

Madre Dolcissima,
Sanno di tramonto queste ore aliene
A me stessa.
Fuori da queste mura familiari,
Rifugio e prigione,
Gravida di storie è la vita:
Tutte diverse,
Tutte così simili in fondo.
E scopro le tue parole.

Madre Dolcissima,
La vita fuori di qui
È folle equilibrio.

Ritorno al tuo sorriso,
Ristoro alle mie pene,
Orecchio alle mie angosce.
Ritorno al tuo abbraccio a sera
Prima di lasciarmi andare alla Notte.

     

poesia contenuta nella raccolta “Giorni DiVersi”, uscita a Potenza nel 2001

*

Agostina Spagnuolo

IL TUO NOME CHIAMO

Partiti per una terra, eravate.
Travolti dalle fauci del mare,
croci senza nome avete toccato terra.

Dalla mia sponda il tuo nome chiamo.
Vasti silenzi rimbalzano dal letto
inquieto del mare.
L’anima è un abisso dove stride
il lamento dei gabbiani.
Anche la luna si fa beffe del mio sperare.
Sono asciutte, figlio, le tue scarpe?
Granelli di sabbia dal deserto vi portasti.
Nel cerchio della notte
vestito di pensieri,
non ci sono ali per volare.
Dalla mia sponda il tuo nome chiamo.

     

IL TUO NOME CHIAMO è il grido di dolore di una madre, svanita la speranza, per il figlio imbarcato per una terra in cerca di una vita migliore, insieme ad altri compagni. Vi sono giunti “croci senza nome”. È il dramma di tanti migranti nelle acque del Mediterraneo. AS

*

        

Paolo Figar, Marco Polo

 

     

2 thoughts on “Le mamme dei poeti: Arosio, Attolico, Bresciani, Di Leo, Polvani, Sabia, Spagnuolo”

  1. Nella poesia di AROSIO, trovo che le rime, assieme a qualche immagine /espressione di gusto desueto ed enfatico, limitino la spontaneità del dettato poetico. Questa mia impressione, però, nulla toglie alla genuinità del sentimento nostalgicamente amorevole espresso verso la madre.
    Mi cattura invece la poesia di ATTOLICO,, regalandomi suggestioni raffinate tanto piene quanto sfuggenti che mi fanno visualizzare un quadro ricco di sfumature, dove un colore si fonde nell’altro portando lo sguardo a spostarsi in un punto lontano, tra note di musica delicate.
    La poesia di BRESCIANI, mi prende con uno scatto fulmineo nel primo verso e, fino al terzo, la stretta non molla; poi perdo il senso dei versi a seguire, che comunque mi comunicano qualcosa a livello emotivo tanto coinvolgente quanto indefinito: qui “il quadro”, è dipinto a metà, come se all’improvviso fossero finiti i colori, e così la parte mancante sa di incredulità, di vuoto, di dolore.
    Poesia “onesta” quella di DI LEO. Non sempre i versi devono raggiungere vertici di lirismo: non quando dalla realtà preme una rabbia forte anche se contenuta, nel ricordare un “turpiloquio rivoltante” fatto di parole di circostanza che non leniscono il dolore per la perdita di una persona cara. Ed è questo sentimento-risentimento che le fa scrivere versi quali: “Ci sono morti che non trovano pace (……) In segreto parlasti di storie/che non possono essere ascoltate”.
    Di PAOLO POLVANI, cosa dire? Un solo difetto: è sempre… troppo bravo! Paolo “prende il dolore” e ne fa una fiaba da leggere tutta d’un fiato, e l’emozione-commozione arriva tutta.
    Nella poesia seguente, di SABIA, incontro versi dal lessico semplice, ma con l’accoramento di una preghiera. Non amo molto il nominare “le mie pene (…) le mie angosce”; preferisco senza dubbio versi:quali: “Sanno di tramonto queste ore aliene/ a me stessa (… La vita fuori di qui / è folle equilibrio”, ed anche i due versi in chiusura.
    A più di una lettura, la poesia di SPAGNUOLO, mi risulta “impigliata” in una costruzione delle frasi (con verbo posposto a dine verso) che a mio avviso manca di naturalezza. Sebbene ci siano immagini non nuove, molto comuni, sono versi che comunque riescono a farci immedesimare nel dramma e nell’angoscia di chi resta dall’altra parte della sponda, temendo o sapendo che dall’altra parte arriveranno croci senza nome.
    Le mie impressioni su queste poesie a confronto, si riferiscono alla forma, al modo in cui si cerca di trasmettere il sentimento.

    Rosanna Spina

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