Rubrica Le motivazioni del poeta: Il poeta come diversità necessaria di Nunzia Binetti

Le motivazioni del poeta: Il poeta come diversità necessaria di Nunzia Binetti.

  

  

Questa rubrica si prefigge di scoprire, facendocelo raccontare dal creatore stesso dell’opera, cosa sta dietro alla nascita delle sue composizioni poetiche. Gli scrittori sono restii a fornire informazioni e chiavi di lettura di solito, quindi il valore di queste uscite allo scoperto è decisamente altissimo.

Lasciamo la parola in questo numero a Nunzia Binetti:

  

diane-arbus.jpgVa detto subito che la parola “diversità” intreccia da sé nell’ambito relazionale e sociale due dimensioni, quella di chi è costretto a rapportarsi con un mondo al quale non sente di appartenere completamente e quella molto diffusa di chi non ha gli strumenti culturali per  intellìgere la socialità come somma delle singole unità  pur se dotate di differenziazioni.

Occorre molto coraggio per abitare una dimensione – tra virgolette – “diversa” che non abbia le caratteristiche dei nuclei omogenei, perché essa si oppone con forza alla menzogna collettiva, cioè a quei  pregiudizi radicati  nella moltitudine, educata e formatasi sul modello di una  subcultura avvezza a considerare la posizione di  alcuni soggetti alquanto lontana dalla cosiddetta norma, dimenticandosi invece come ogni “Altro” siamo proprio noi , e come l’altro è semplicemente l’uomo nella sua unicità.

Non è mia intenzione dettare alcun codice etico che regoli i comportamenti umani ed il rapporto interpersonale tra uomo e uomo,  sarebbe  indice di una pedanteria che non mi appartiene , né  è questo lo scopo reale  del  mio intervento , bensì desidero ricordare che  è proprio nella  “diversità” – di qualsiasi genere essa sia – e  che mi ostino a virgolettare, ogni volta che la pronuncio o la scrivo,  che il soggetto  può trovare più facilmente , una forma   altissima di espressione e di comunicazione,  quale è l’Arte, categoria notoriamente negata  ai gruppi dominanti.  In tal caso il soggetto in questione libera importanti e straordinarie energie (e come?…) appropriandosi dei propri spazi interiori, di una norma cioè tutta personale, attraverso un processo apparentemente implosivo ma che nei fatti è totalmente esplosivo: “la creatività” artistica tout court.

Taluni infatti trasformano la propria fragilità o condizione di sofferenza- differenza  in un punto di forza estrema, e si apparentano a quel quid che soltanto l’Arte contempla e comunica  quando si fa poesia, musica, pittura, scultura e altro ancora. E fu – per esempio – un Ludwig van Beethoven – che  riuscì a superare la propria disabilità fisica, riscoprendo in sé,  una sempre più enorme riserva di  fattori percettivi individuali, che veicolati dal suo talento innato, seppero  produrre e  tramandarci capolavori  assoluti in musica. E andando molto a ritroso nel tempo nella storia di tutta la letteratura, Omero stesso, superò l’ostacolo della difficoltà della sua “probabile”  condizione  di non vedente , facendosi capace  di rapportarsi- come nessuno ha più saputo fare –  con un mondo, dai  ritmi  e giochi  certamente differenti dai propri, fino a rappresentarci l’intero universo  dei sentimenti umani, e la  Storia  stessa ma intessuta di un mirabile intreccio di  fantasia, mito  e realtà, e nei modi poetici e sublimi che tutti conosciamo. L’arte insomma è una realtà separata da ciò che definiamo convenzionalmente “Norma” e nasce sì da una differenza,  che  però non è diminutio quanto piuttosto plus valore, quasi sempre  insito proprio nell’alterità.

È necessario aggiungere che l’alterità di un poeta, come quella di qualsiasi altro artista, è stata ed è guardata molto spesso con sospetto oppure ignorata, derisa, incompresa se non addirittura confusa con la follia, pur se talvolta l’artista ha convissuto realmente  con patologie mentali più o meno rilevanti , a questo proposito basti ricordare come Amelia Rosselli o Alda Merini siano recenti esempi di artiste sfiorate dal dramma di certi disturbi mentali che si sono materializzati in prodotti poetici di indubbia caratura.  È comunque cosa certa che colui che crea compie un generoso atto di amore, donando la propria interiorità individuale , stranita,  al collettivo, atto che domanda  ascolto , risposte e ricambiato amore . Molte volte invece neghiamo a colui che crea il diritto ad essere decifrato, neghiamo allo stesso risposte attraverso il vuoto del silenzio, e dell’indifferenza.  Non a caso scelgo di proporvi,  dopo queste riflessioni, due mie poesie  nelle quali  ho denunciato da una parte  il dolore  di chiunque ma in particolare dell’artista – poeta, per via del suo  vano tentativo di superare la «separatezza» dal mondo, e quindi la sua conclamata solitudine esistenziale (Titoli: Effetto placebo e Di Rovescio) e dall’altra la strana gioia che egli prova attraverso il gesto creativo, nella  consapevolezza di quanto esso sia il solo mezzo per contrastare il senso di straniamento e di abbandono al quale ogni  artista si sente predestinato (Titolo: Di-Verso). Inoltre riporto due significative poesie di Stefano Iori – tratte da una sua recente raccolta “Sottopelle”(Ferrara, 2013) – strettamente legate, a mio avviso, ai miei componimenti in quanto incentrate sulla propria alienità. In Iori questa alienità è tutt’altro che smentita, anzi viene riconosciuta con orgoglio.  Anche in Iori, a ben guardare e in aggiunta, ogni fragilità  si trasforma in una vis fuori misura, se “esili zampe di zanzara” lo reggono “incerte”, e prima del “volo inverso” in quel “vuoto carsico” che lo porta “alle soglie dell’inatteso”. E cosa potrebbe mai essere “l’inatteso”, se non lo stato di grazia di un gesto creativo e del gesto creativo dello stesso autore?

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Effetto placebo

di Nunzia Binetti

   

Non è silenzio, è mutezza, la tua
e delle cose
angoscia cresciuta in un teatro
che mai e nulla replica.
Un filo di ferro raccoglie gli steli
li stringe, l’abbraccio è cesoia.
Le rose, le cose
il tuo volto di mezzo, la vita.

Ma datemi qualche rumore
che scuota di poco quei petali e poi di rimando
anche il resto, calato nel sonno.
Il solo vibrare sia effetto placebo, per me
audiolesa, sfinita dal guasto

    

Di-verso

di Nunzia Binetti

    

Guardami, e se proprio mi pensi un diverso,
è perché
faccio  cose che tu hai smesso di fare.
Io costruisco un verso, per sfiorare con il dito
la bellezza  di un cielo.
E m’arrampico a nuvole, così…
senza aiuto di scale.

E poi sono l’andare, il tornare,
il naufragio rovinoso di Ulisse.
Tuttavia io posso sposare anche il mare
e  cantare  rovescio.
Sai, riesco ancora a sognare, ad amare,
a incunearmi  dentro gli occhi  di stelle
e a pensare che la luna sia una fetta di pane
che cancelli  nel mondo un dolore,
la fame.

Io non sono un diverso, sono forse
un poeta

      

Di Rovescio

di Nunzia Binetti

   

Io suono nel mare un colore rovescio
esso sa di fanghiglia
mentre il resto, tutto il resto
si veste d’azzurro
quell’azzurro ormai troppo comune
che degrada nell’acqua un cielo ammalato.
Non è forse comune anche un nero di fango?
Invischiata la pelle di petrolio e di pece
io canto mille volte a rovescio
con le corde vocali in prolasso
ed un verbo, come lisca
– per caso –
mi ha graffiato la gola

Zwei Damen im Automatenrestaurant, N.Y.C., 1966

   

Stefano Iori, “Di un mondo diverso”, da “Sottopelle”, Edizioni Kolibris, Ferrara, 2013.

   

Non è un privilegio
e nemmeno un vanto
Riflettere è giusto,
come è saggio trascurare
i luoghi più banali dell’umano pensiero
Non meravigliarti se cammino deciso
Non travisare la mia scelta
tacciandomi di supponenza
Ho faticato tanto,
tanto da non voler perdere
la mia conquistata alienità
Che vuol dire alieno?
Non certo appartenere ad altri,
quanto a un mondo diverso,
ormai per sempre lontano 

     

Stefano Iori, “Salto nel buio”, da “Sottopelle”, Edizioni Kolibris, Ferrara, 2013.

    

Cuore legato
a un soffio sottile
Esili zampe di zanzara
mi reggono incerte
prima del volo inverso,
prima del vuoto carsico
che porta all’ignoto
Nudo e debole
alle soglie
dell’inatteso,
ciò che scorgo
altro non è
che il riflesso
goffo e pallido
dell’invisibile
Così abbandono
l’ultimo appiglio
e frano nel cielo (buio),
sperando di capire,
sperando di tornare,
con voglia di rinascere
oltre l’orrore
del pensiero mutilato 

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