L’orlo dei pozzi, ovvero il mistero del duende in Garcia Lorca. Di Giuseppina di Leo

L’orlo dei pozzi, ovvero il mistero del duende in Federico Garcia Lorca. Di Giuseppina di Leo

 

   

Nella conferenza tenuta a Cuba nel marzo 1930, Teoria e gioco del duende (Teoria y juego del duende), Federico Garcia Lorca paragona lo spirito creativo (duende), che contraddistingue ogni artista, a un «suono nero», ovvero a un demone, inteso come «potere, non un’azione, è una lotta e non un pensiero».
Il demone di cui parla non va confuso «con il demonio teologico del dubbio» di Lutero, né con il diavolo cattolico, «distruttore e scarsamente intelligente». Quello in questione, non segue percorsi prevedibili, né, tantomeno, lo si può cercare, e meno ancora trovare, seguendo mappe: «non c’è esercizio per cercare il demone».
D’altra parte, alcuni artisti, finti tali, «sanno perfettamente che nessuna emozione è possibile senza la comparsa del demone. Essi ingannano la gente e possono persino dare la sensazione della sua presenza senza possederlo, come vi ingannano ogni giorno artisti o pittori o letterati snob senza nessun demone; ma basta fare un po’ d’attenzione, e non lasciarsi prendere dall’indifferenza, per scoprire la trappola e farli scappare assieme alla loro frode grossolana». 

Attenti, dunque, a non confondere il demone «duende» con la forma pura e semplice; difatti, avverte il poeta, il solo modo per raggiungere l’arte avviene attraverso la morte di tutto il vecchiume precedente: 

«La venuta del demone presuppone sempre un mutamento radicale in tutte le forme nate sopra vecchi schemi, e procura una sensazione di frescura assolutamente nuova, come ciò che distingue una rosa appena creata, un miracolo che riesce persino a produrre un entusiasmo quasi religioso.»
Il demone richiede la presenza di un corpo vivo che traduca in movimento le arti; perciò esso predilige in particolar modo la musica, la danza e la poesia recitata, arti nelle quali le forme «nascono e muoiono di continuo e si realizzano in un preciso momento».  

Garcia Lorca riconosce alla sua Spagna, terra di «cardi e di pietre di confine», il primato di campionessa di disillusione, in grado com’è di «sollevare» il velo e saper guardare negli occhi la morte: in tutta l’arte spagnola, dalla corrida ai mille riti religiosi, diffusi ovunque, si celebra costantemente la morte: «Più che in ogni altro luogo al mondo, in Spagna un morto è più vivo da morto che da vivo: il suo profilo ferisce come la lama di un rasoio.» 

Il limite che il «duende» ricerca, sembra essere una sorta di “orizzonte del non ritorno”, secondo la definizione data dagli scienziati a quel bagliore estremo ripreso nello spazio  e fissato nei nostri occhi nella ormai famosa immagine del “nulla cosmico”: 

«Invece il demone non viene, proprio se non vede possibilità di morte, se non sa di dover fare la ronda alla sua casa, se non è sicuro di dover recidere questi rami che noi tutti portiamo e che non hanno, non avranno mai alcuna consolazione. […]
Il demone si compiace dell’orlo dei pozzi mentre lotta lealmente contro il creatore con l’idea, il suono o il gesto. L’angelo e la musa fuggono via con il loro violino o il loro compasso, e intanto il demone colpisce, e proprio nel curare questa ferita che non si chiude mai stanno la rarità e l’invenzione dell’opera dell’uomo. La virtù magica di una poesia consiste nell’essere costantemente invasata per battezzare con acqua scura tutti coloro che la guardano, perché intrisi del demone è più facile amare, comprendere, ed è una certezza essere amati, essere compresi, e questa lotta per l’espressione e per la comunicazione dell’espressione assume a volte, in poesia, carattere di morte.» 

E, d’altra parte, non è forse vero che quotidianamente siamo attraversati dall’orizzonte del limite invalicabile?
Ciò avviene in ogni istante se è vero che, infine, nulla resta come prima: allora, perché affliggerci se tutto ruota inesorabilmente?
Il poeta avverte tutto questo, tuttavia non è la paura della morte a sorreggerlo, in quanto egli dice “ama e non temere”: «Abbiamo detto che il demone ama l’orlo del precipizio, la ferita, e si avvicina ai luoghi dove le forme si fondono in un anelito che supera la loro espressione visibile».  

L’arte anticipa il semplice soddisfacimento del bisogno primario, lo vizia senza sfamarlo, lo nutre con l’attesa, lo attende senza fermare il tempo; lascia che il tempo non diventi servo dell’attesa,  è il luogo-non-luogo per eccellenza. 

Ed è singolare come, quasi un secolo fa, un poeta, un uomo libero come Federico Garcia Lorca (morto assassinato, a soli 38 anni, il 18 agosto 1936), con la chiarezza disarmante di un bambino, nel corso di una guerra civile che avrebbe portato a una dittatura militare, abbia detto che non c’è verità senza il suo rovescio, l’illusione; mentre, per capire, occorre saper guardare oltre il limite fissato – quello personale, comune, imposto, istituzionalizzato – quello cioè supinamente accettato per comoda convenienza; e tanto, va a vantaggio anche di ciò che gli stessi scienziati ammettono, che la fantascienza è diventata scienza, e ci dà ragione per dire che la poesia non inventa bensì vive, anche quando potrebbe apparire inintelligibile: 

 «Naturalmente ogni arte possiede un demone, un demone che si comporta e appare in modo distinto, ma ognuno affonda le proprie radici in un solo punto dal quale sgorgano i suoni neri […]. Suoni neri dietro i quali, da sempre in tenera intimità, stanno i vulcani, le formiche, gli zefiri e la grande notte mentre si stringe la vita con la cintura della Via Lattea.
Signore e signori, ho eretto tre archi e con mano incerta ho posto sotto di essi la musa, l’angelo e il duende.
La musa rimane tranquilla, può avere la tunica a piccole pieghe o gli occhi di vacca che guardano a Pompei il nasone di quattro facce con il quale l’ha dipinta il suo grande amico Picasso. L’angelo può agitare i capelli di Antonello da Messina, la tunica di Lippi e il violino di Massolino o di Rousseau./ Il duende… Ma dov’è il duende, il demone?
Attraverso l’arco vuoto entra un vento mentale che soffia con insistenza sulle teste dei morti in cerca di paesaggi nuovi e accenti sconosciuti; un vento che odora di saliva di bimbo, d’erba calpestata e volo di medusa, un vento che annuncia l’incessante battesimo delle cose appena create.» 

P.S.
Garcia Lorca celebra il «duende» nelle manifestazioni carnali della sua terra (dalla corrida alla danza, dalle espressioni mistiche e religiose alla poesia); e, forse, questo mio parallelo con il risultato scientifico è un azzardo. Eppure, il discorso poetico, mi è parso, si coniugasse perfettamente con il «duende» dell’orizzonte estremo e la morte creatrice che lo caratterizza. Un’anamnesi, grazie alla quale il poeta anticipa di quasi un secolo un simile messaggio (come anche, secoli prima, Giordano Bruno aveva parlato degli infiniti mondi). 

       

 

Giuseppina Di Leo è nata e vive a Bisceglie (BT). Laureata in Lettere Moderne, frutto della tesi di laurea è la pubblicazione bio-bibliografica Pompeo Sarnelli (1649-1730): tra edificazione religiosa e letteratura (2007).
Ha pubblicato i seguenti libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); la plaquette Il muro invisibile (LucaniArt, 2012); Navigo nelle parole (Libreria Editrice Urso, 2018).
Numerose poesie e scritti vari sono ospitati su riviste, antologie, blog e siti dedicati alla poesia.
Alcune poesie sono state musicate dal M° Giovanni Castro.

 

      

Ksenja Laginja, Sensorium 8

 

 

 

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