Luigi Cannillo, L’ordine della madre: una breve nota e quattro domande all’autore, di Enea Roversi

Luigi Cannillo, L’ordine della madre: una breve nota e quattro domande all’autore, di Enea Roversi.

    

   

La perdita della madre è un momento terribile, lacerante, dilaniante: oltrepassa la sfera dei sentimenti, comunque ineludibili nel rapporto madre-figlio, per arrivare ad avvolgere e coprire lo spazio che si abita, i luoghi frequentati e perfino gli oggetti, che con la loro immobilità diventano ricordi, quasi fossero un’inanimata e allo stesso tempo spietata presenza.

Nella sua raccolta Galleria del vento (La Vita Felice, 2014) Luigi Cannillo dedica un’intera sezione, intitolata L’ordine della madre, alla figura materna e alla relativa perdita, ai momenti che seguono il lutto, ai tentativi di rimettere ordine a cose e sensazioni che un loro ordine prestabilito già lo possedevano.
È un ordine con il quale bisogna necessariamente confrontarsi: L’ordine della madre impronta / forme e limiti, ogni creta / e vetro in ogni armadio: / quanto accanto, quanto a distanza / mormorando il nome e Cannillo lo fa senza timori né indulgenze, ma con lucido realismo e sincera commozione.
Non si tratta di elaborare il lutto (espressione che Cannillo non ama, come spiega nella breve intervista qui sotto), ma di prenderne atto, di convivere con la sua irreparabilità e la sua unicità.
Le piccole cose del quotidiano fanno da scenario alla narrazione: Gli oggetti della casa / anticipano il lutto / al giro della chiave estranea / ogni cesto inanimato si assesta / contiene il rancore delle cose ed ecco quindi che prendono forma nei versi il cucchiaio, la fruttiera, i cesti, gli armadi, la tavola, gli abiti, i cuscini, le valigie, le lenzuola .Ogni oggetto è carico di ricordi, ogni oggetto si fa carico di ricordare a chi è rimasto.
I piccoli spazi (la stanza, le terrazze, i corridoi) sono colmi di vuoto, indicano lo smarrimento: si vedano versi come e lo spazio del sentiero limpido / si dilata nelle future stanze / sulle terrazze aperte o ancora Il suo saluto segreto / riempie i corridoi, indica l’uscita.
Dal mondo esterno arrivano tristi presagi: Al davanzale piomba / una foschia improvvisa e il poeta raccoglie, con minuziosa precisione, ogni segnale, per farne il proprio racconto in versi.

È un tema tra i più complessi da affrontare, per un poeta, quello della madre (e in particolare della perdita della madre): Pasolini dichiara la propria difficoltà fin dai primi versi della sua celebre Supplica alla madre e pure altri grandi poeti come Rilke, Ungaretti, Montale, Saba, Quasimodo hanno dedicato versi alla figura materna, ma sempre con pudore, senza inutili ridondanze.
Tema complesso, si diceva: è facile, del resto, usando un termine di Cannillo, cadere nella retorica del materno: ma, leggendo L’ordine della madre, si può affermare senza ombra di dubbio che Luigi Cannillo sia riuscito a eludere questo rischio e a consegnare al lettore una rappresentazione della figura materna disegnata con dolente concretezza e sincera commozione.
Traspare dai suoi versi, densi e struggenti, una pacata rassegnazione filtrata con lucidità e sensibilità.

      

Ho rivolto a Luigi Cannillo alcune domande a proposito di questa sua raccolta.

   

Pier Paolo Pasolini inizia la sua celebre poesia Supplica a mia madre con il verso È difficile dire con parole di figlio. È così difficile per un poeta affrontare in versi la figura della propria madre? Per te lo è stato, e se sì, quanto?

Per Pasolini, tenendo conto del legame così stretto e complesso con la madre, sicuramente poteva esserlo. Più in generale non sembrerebbe così difficile riuscirci: quella della madre è una delle tematiche più frequenti. Le difficoltà possono sorgere dal rischio di una retorica del materno, dalla quale sono pervase molte poesie. Si tratta invece di riuscire a vedere attraverso la madre sia il simbolico che può rappresentare che, e soprattutto, le caratteristiche della propria madre come è stata nella realtà, quelle che rendono unica la sua figura. Credo di essere riuscito in questa ricomposizione della figura materna, sia in alcune poesie precedenti che con L’ordine della madree successivamente in altre ancora inedite.  Lo stesso titolo, me ne sono reso conto successivamente, può ricordare L’ordine simbolico della madre, l’importante saggio di Luisa Muraro, ma anche e piuttosto l’ordine concreto degli oggetti disposti in un certo modo nella casa. Quest’ultima era una caratteristica particolarmente spiccata in mia madre; io invece ho un ordine più… caotico.

    

La perdita,  il distacco, il lutto sono gli elementi che compongono il tema portante del tuo libro: lo fa notare puntualmente anche Sebastiano Aglieco nella sua prefazione. La scrittura è servita in qualche modo a elaborare il lutto? Oppure scrivere di un lutto rischia di riaprire ferite che si fatica a rimarginare?

Ogni distacco crea una lacerazione, uno spazio aperto che è un terreno fecondo per la meditazione, la memoria o perfino per il progetto di come colmare la distanza che si è creata. Questa lacerazione è animata anche dalla percezione stessa del nuovo stato di abbandono in cui ci si trova. “Elaborare il lutto” è una formula che non mi piace molto: il lutto non si elabora, è un dato di fatto, un compagno costante dei nostri anni successivi alla perdita. Non possiamo né dobbiamo rimuoverlo ma piuttosto accettarlo, accoglierlo e conviverci. In questo senso la poesia ha avuto la funzione di rappresentare il tempo che ha immediatamente preceduto e poi accompagnato gli ultimi mesi di vita di mia madre. Mi rendevo conto che si stava verificando un evento unico nella vita e raccogliere le parole nel momento in cui l’evento si verificava mi sembrava che potesse, oltre che  fissare uno stato emozionale, rendere onore alla figura della madre e al legame madre-figlio sull’orlo del baratro della separazione.

      

Non sono frequenti nella poesia i casi di intere sillogi dedicate alla madre, come nel caso della tua L’ordine della madre, anzi diciamo che è piuttosto raro. Conosci altri poeti nell’attuale panorama poetico che si sono dedicati a questo tema?

Nel corso del Novecento si possono ricordare poesie mirabili dedicate alla madre. Nella poesia italiana oltre ai versi di Pasolini  ricordiamo quelli di Saba (Madre che ho fatto/ soffrire…), Luzi, Montale, Ungaretti con la indimenticabile chiusa: “e avrai negli occhi un rapido sospiro”. E, altrettanto indimenticabile, Il seme del piangere di Caproni che ricorda l’amata madre Anna Picchi. Nella poesia degli ultimi decenni ricordo, oltre a diverse antologie di poesia femminile, anche recenti, dedicate al tema, Ottetto per madredi Cristina Annino, Madre d’inverno, la più recente raccolta di Vivian Lamarque, e un ciclo di diverse opere di Maria Pia Quintavalla, ultima delle quali Quinta vez ricorda la figura materna e allo stesso tempo, in una linea matrilineare, rilancia anche il rapporto madre figlia anche in una sezione specifica intitolata Mater con alcune poesie dedicate alla figlia.

     

Galleria del vento è un’immagine che evoca la velocità, ma la tua scrittura sembra svilupparsi con calma, quasi con lentezza: una scrittura ragionata ed estremamente riflessiva. Che ci dici a questo proposito?

Galleria del vento, nel titolo della raccolta e nella poesia iniziale, è intesa come espressione dinamica, anzi, di una dinamica estremamente concentrata nel tempo e nello spazio, così come accade talvolta nelle nostre esistenze. Anche nelle mia penultima raccolta, Cielo privato, come in alcuni inediti più recenti, la costruzione e la stesura del testo effettivamente sono spesso caratterizzati da uno sviluppo fluido e conseguente, da unità espressive che si combinano in modo articolato ma mai frammentario né in una modalità discorsiva né prosastica. Fondamentali sono le scelte di metrica e ritmo basate su un arco omogeneo di oscillazioni. Allo stesso tempo insieme a questa fluidità rimane però un aspetto dinamico con accelerazioni e tagli: attraverso le cesure dei versi, o figure di suono, o l’incipit e la chiusura, oppure verticalizzazioni tra una unità di senso e l’altra. Oppure, considerando la raccolta come un insieme, nel salto tra una sezione e l’altra, nei loro titoli, nei richiami nelle eventuali citazioni. Si crea così un organismo che è lento e dinamico allo stesso tempo, con radure più comunicative e illuminate e snodi magari più oscuri. Nei quali spero che chi legge possa perdersi e ritrovarsi allo stesso tempo.

     

Di seguito alcuni testi di Luigi Cannillo contenuti in Galleria del vento, La vita felice, 2014, e tratti dalla sezione L’ordine della madre:

    

Abbiamo suddiviso a bassa voce
la farina del presentimento
Il compleanno coltiva
sulla tavola fiori coraggiosi
ma il profumo si inchina
a un vento sconosciuto
che incrina la casa da dentro
Poi semina dal dolce
i vetri sul cammino
E stacca dal chiodo il mantello
ci precede oltre la soglia
Dobbiamo andare, vieni,
ci ha fatto strada e stende
una notte senza mattino
Così il tempo che ci seguiva innocuo
accelera e sorpassa verso il vuoto
Hai separato la porzione, la briciola
hai soffiato come ogni anno sulla luce
ma quel respiro già si avvita in tempesta

*

Gli oggetti della casa
anticipano il lutto
al giro della chiave estranea
ogni cesto inanimato si assesta
contiene il rancore delle cose:
l’elica del cucchiaio immobile
senza la mano padrona
lo sguardo che la spinge
Senza intenzione prima,
tace la ragione quotidiana
che genera vita nei ritratti
e matura le fruttiere
Ma noi non possiamo seguirla
in uno sciame di anime e di oggetti
che si ricomponga in ogni luogo
Qui ogni parete aspetta
di aprirsi al ritorno
Adesso intanto si difende rapida
confina un territorio, lo nasconde
e vedova si chiude nel dolore

*

L’ordine della madre impronta
forme e limiti, ogni creta
e vetro in ogni armadio:
quanto accanto, quanto a distanza
mormorando il nome
Ha soffiato vento nelle spugne
acceso le luci necessarie
E i nomi scomposti così sussurrati
si definiscono attorno ai confini
conversano, è quel discorrere
l’ordine ad animare la casa
Il materno si dichiara al mondo
nella cura, la scriminatura
nel tesoro delle bocche
L’origine, lo spazio si dispongono
nelle valigie, così l’universo
viaggia con noi, stabilito
nei nostri gesti e nel sonno

*

Anche il corpo allo stremo
continua a proteggerci figli
C’è ancora una mano
a medicare la ferita
a colorare il sogno della casa
A noi che torniamo indifesi
l’origine dei gesti innocenti
consegna in eredità l’uscita
Che sia un corridoio agile
e il viaggio in fortuna di vento
affidato a una vena pulsante
Il tempo adesso è tutto nostro peso
le ore firmano la fronte di chi resta

*

C’è il giardino che trascolora,
c’è una fontana, come sempre
avrebbe voluto, da qui
dove sembra immobile
aspetta con un sorriso
indulgente, di taglio, l’arrivo
Non accarezza l’erba, non si bagna,
forse, ma il paesaggio la raggiunge
Attorno al lume hanno fatto nido
le api, le volano in grembo
fragranza quotidiana e zampilli
per la sete. La natura si prodiga
anche verso i morti, oltre il viale
in un altro solco sul marmo nudo
di mio padre arde proteso
l’acero del vicino

*     

        

Paolo Figar, Alone with your bug

 

 

 

 

One thought on “Luigi Cannillo, L’ordine della madre: una breve nota e quattro domande all’autore, di Enea Roversi”

  1. Una bella intervista ad un poeta che non conoscevo e che mi ha piacevolmente sorpreso per quella sua torsione einsteniana dello spazio-tempo e degli oggetti che in esso discorrono. Grazie!

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